Conflitti armati e tutela della salute della popolazione civile

di Pirous Fateh-Moghadam

I conflitti armati continuano a rappresentare una seria minaccia per la salute pubblica e per l’integrità ambientale del nostro pianeta. Purtroppo anche l’anno 2009 è iniziato senza lasciar intravedere un’inversione di tendenza di questa triste verità. Al contrario: assistendo al conflitto che attualmente sta devastando la Striscia di Gaza, la speranza di relegare oppressione, razzismo, militarismo e guerra tra i rottami della storia sembra quanto mai privo di fondamento.

Il ricorso alle armi, svincolato completamente dal diritto internazionale e umanitario, viene praticato infatti non solo da parte di gruppi paramilitari, regimi totalitari e organizzazioni terroristiche, ma anche da parte dei governi dei Paesi impegnati nella cosiddetta “guerra al terrorismo” che risulta invariabilmente accompagnata dall’uccisione di massa di civili e nella quale viene apertamente rivendicato il ricorso alla tortura, alla detenzione e addirittura alla condanna a morte senza regolare processo, come testimoniano le uccisioni “mirate” eseguite dall’esercito israeliano oppure le condizioni vigenti a Guantanamo e in simili centri di detenzione, per citare solo gli esempi più eclatanti.
Come se gli effetti della politica bellicista, rilanciata con rinnovato vigore in seguito agli attacchi dell’11 settembre, non stessero chiaramente dimostrando che questo tipo di approccio comporti, invece che un aumento, una forte riduzione della sicurezza internazionale, dei diritti civili e della salute globale.

In questa situazione, in cui si rischia che le più elementari norme della convivenza civile vadano irrimediabilmente a pezzi, la comunità scientifica medica sta progressivamente prendendo coscienza del proprio ruolo nella tutela della salute attraverso la prevenzione dei conflitti e della promozione della pace.

Sono infatti sempre più numerosi gli articoli, editoriali e ricerche originali su questo argomento pubblicati a livello internazionale nella letteratura scientifica di area biomedica. Uno degli esempi più recenti è rappresentato dall’editoriale del Lancet del 10 gennaio 2009[1] che, partendo dal conflitto nelle Striscia di Gaza, esamina più in generale quello che viene definito una delle catastrofi umanitarie più trascurate dei nostri tempi: la mancata tutela della salute delle popolazioni civili esposte a conflitti armati. Gli editori della rivista non mancano di sottolineare che non si tratta di una situazione temporanea, eccezionale e limitata geograficamente, ma di una crisi permanente con acutizzazioni periodiche in molti parti del mondo, frequentemente lontano dai riflettori dei media. Per esempio contemporaneamente alla carneficina nella Striscia di Gaza, dove l’esercito israeliano ha in pochi giorni ucciso centinaia di persone inermi tra cui moltissimi bambini, si contano centinaia di morti ogni giorno anche nella Repubblica Democratica del Congo; le condizioni in altri Paesi come la Somalia, l’Iraq, il Sudan, l’Afghanistan e il Pakistan non sono molto migliori.

Di fronte al bisogno di tutela di centinaia di migliaia di persone esposte a guerre le istituzioni che avrebbero il compito di far rispettare i principi del diritto internazionale hanno drammaticamente fallito, come ha ammesso lo stesso segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon in un suo recente discorso nel quale ha dichiarato che “noi [l’ONU] non siamo stati capaci di proteggere le persone innocenti dalla violenza”. Secondo gli editorialisti del Lancet il motivo di questo deplorevole fallimento è da ricercare nell’attribuzione di un valore variabile alla vita delle persone a seconda della convenienza geopolitica del momento. Ciò comporta di conseguenza anche un trattamento diseguale di fronte a comportamenti uguali nella politica internazionale dove fatti identici, compiuti da attori o in momenti storici diversi, vengono definiti una volta “crimini contro l’umanità”, altre volte “misure di autodifesa” ed in alcuni casi persino “atti umanitari”.

Per fuoriuscire da questa deprimente situazione il Lancet ritiene che un rilancio globale della dichiarazione universale dei diritti umani e delle convenzioni di Ginevra possa essere un buon punto di partenza se accompagnata da altre due condizioni: dalla possibilità di costringere governi nazionali, regionali e singoli leader politici che violano tali norme a renderne conto e dalla promozione di questo rilancio da parte delle organizzazioni della società civile internazionale alle quali si dovrebbe aggiungere un altro attore collettivo al fine di migliorare la vigilanza del rispetto delle norme umanitarie per la tutela della salute dei civili coinvolti in conflitti armati. Chi meglio delle professioni sanitarie sarebbe in grado di assolvere a questo compito?

Analogamente allo spirito delle Nazioni Unite anche la professione medica si basa, fin dai tempi di Ippocrate, sul principio della tutela della salute di ogni individuo senza nessuna discriminazione. “Medici senza frontiere” non dovrebbe essere la denominazione di una particolare associazione umanitaria, ma tutti i medici, indipendentemente dalla loro specialità, dovrebbero essere all’altezza di rivendicare questo nome per sé e impegnarsi, facendo pressione sui propri governi e sulla comunità internazionale, affinché sia garantita la tutela della salute dei civili coinvolti in conflitti armati ovunque essi si trovino nel mondo. Secondo il Lancet sarebbe sbagliato considerare questo tipo di azioni come un impegno “umanitario” dei medici, trattandosi in verità dell’essenza stessa della professione medica.

In Italia esistono alcune iniziative che vanno nella direzione indicata dall’editoriale del Lancet, dall’organizzazione di corsi di salute globale nell’ambito di alcune facoltà di medicina in cui viene affrontato anche il problema della guerra, all’istituzione di un gruppo di lavoro specifico sui conflitti armati in seno all’Associazione Italiana di Epidemiologia fino ad iniziative locali come quello del comitato di operatori sanitari che si oppongono alla costruzione della nuova base militare al dal Molin di Vicenza.

Infine rimane da aggiungere che il carattere “senza frontiere” dei medici e del loro lavoro va difeso anche a livello di politica interna dove, analogamente a quanto si verifica a livello internazionale, vengono messe a repentaglio alcune tra le più fondamentali norme democratiche con il pretesto della difesa della “sicurezza”. In Italia l’esempio più recente in tale senso è rappresentato dal tentativo, da parte di alcuni senatori della Lega, di abolire la norma che garantisce l’accesso ai servizi sanitari degli immigrati irregolari. In questo caso la comunità medica italiana ha dato ottima prova del fatto di saper onorare i propri obblighi professionali universali come dimostrano le numerose iniziative di protesta promosse da molte associazioni scientifiche, ordini dei medici e società professionali[2].

Sono questi episodi di rinnovato impegno sociale, non solo da parte della comunità medica e scientifica, che permettono a chi scrive di conservare, nonostante tutto, un minimo di speranza per il futuro e di augurare a chi legge un buon anno 2009.

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Bibliografia

  1. Violent conflict: protecting the health of civilians. Lancet 2009; 373: 95. DOI:10.1016/S0140-6736(09)60015-5
  2. Per maggiori informazioni visitare il sito della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni

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