Una finestra sulla Palestina. Gaza, il ruolo degli operatori sanitari

di Angelo Stefanini

banksy1“Chi meglio della professione medica potrebbe assumersi il ruolo di guardiano e avvocato dei bisogni sanitari e umanitari delle popolazioni civili intrappolate in una guerra?”
Mentre la popolazione della Striscia di Gaza cerca faticosamente di riappropriarsi delle attività quotidiane necessarie a sopravvivere, le autorità palestinesi e la comunità internazionale fanno il punto sui bisogni a breve e più lungo termine e sulle risposte da dare.
Nel settore sanitario, oltre a contare i morti e i feriti, si tenta di stimare anche gli effetti indiretti che la violentissima offensiva militare israeliana ha avuto sulla salute dei palestinesi in termini di mancato accesso a farmaci e cure mediche essenziali, ad acqua potabile, a cibo e a tutte quelle condizioni (come un tetto, il riposo, la vicinanza di amici e parenti) che sono indispensabili al mantenimento di un livello minimo di salute fisica e mentale.

Per medici e operatori sanitari è anche il momento di cominciare a trarre le prime conclusioni in termini di insegnamenti appresi e soluzioni da proporre per il futuro della nostra professione. Durante i terribili eventi di Gaza un editoriale della prestigiosa rivista medica The Lancet suggeriva che nei giorni seguenti alla emergenza la comunità medica internazionale avrebbe potuto “utilizzare questa catastrofe come catalizzatrice di un cambiamento che porti a migliorare la risposta medica e umanitaria nei conflitti.”[1] “Un buon punto di partenza”, scriveva l’editoriale, potrebbe essere la “riaffermazione globale della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che racchiude il valore dell’uguaglianza della vita umana, e della Convenzione di Ginevra, che protegge i civili e il personale medico durante un conflitto.”
Un tale appello potrebbe suonare scontato se non fosse abbinato al “principio alquanto rivoluzionario che Paesi, territori, regioni e leader che violano queste regole dovranno poi essere chiamati a renderne conto.” “Chi meglio della professione medica” concludeva The Lancet, potrebbe assumersi il ruolo di guardiano e avvocato dei bisogni sanitari e umanitari delle popolazioni civili intrappolati in una guerra?

Eccomi allora come medico, testimone diretto di un conflitto che va ben oltre le tre settimane di inaudita violenza militare che tutti i media hanno riportato, a cercare di prefigurarmi cosa implichi un simile ruolo. A questo scopo mi sforzo di osservare le cose attraverso una cornice analitica che vede la salute umana come strettamente interconnessa al godimento dei diritti umani fondamentali, a cominciare dal diritto alla salute sancito dall’art. 25 della Dichiarazione Universale. Esso afferma che la salute viene negata allorquando le persone non possono avvalersi dei più  basilari diritti quali quelli “all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari…”
Nel caso di Gaza sono ormai molti mesi che ai suoi abitanti questi diritti vengono negati.

Di catastrofe umanitaria a Gaza si parlava già ben prima dell’inizio dei bombardamenti il 27 dicembre 2008. Dal giugno 2007 la Striscia era stata posta sotto assedio da Israele dopo che Hamas, boicottato dal mondo intero dopo la sua imprevista vittoria nelle elezioni (gennaio 2006) definite le più democratiche del mondo arabo e costretto ad abbandonare il governo nella Cisgiordania (con molti dei suoi ministri imprigionati senza processo da Isreale), aveva con la violenza rivendicato il potere nella Striscia di Gaza. A causa dell’assedio, fin dall’inizio del 2008 le condizioni di vita avevano raggiunto livelli di povertà e sofferenza tale che Karen Koning AbuZayd, Commissioner-General dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi (UNRWA), ammoniva come Gaza fosse “sulla soglia di diventare il primo territorio ridotto intenzionalmente in uno stato di abietta miseria.”

Le reazioni alla stretta mortale imposta da Israele alla popolazione di Gaza cominciavano a farsi sentire anche in ambienti fino allora abbastanza restii a condannare esplicitamente lo stato ebraico. La stessa Unione Europea, che non aveva esitato a imporre sanzioni economiche alla popolazione palestinese per aver scelto Hamas come suo rappresentante, usava toni insolitamente duri denunciando il blocco come “punizione collettiva” dell’intera popolazione di Gaza, atto che la Convenzione di Ginevra definisce crimine di guerra. Lo stesso Direttore Generale dell’OMS faceva notare che la penuria di corrente elettrica, carburante, pezzi di ricambio per le attrezzature mediche e medicine, e le difficoltà al movimento di beni e persone portavano inevitabilmente alla negazione del diritto d’accesso alle cure mediche essenziali. Eppure, di fronte a una situazione, che soltanto il governo israeliano rifiutava di chiamare “emergenza umanitaria”, lo stesso Israele poneva frequenti ostacoli al flusso di aiuti umanitari a Gaza.

Secondo il Tribunale Criminale Internazionale per l’ex Yugoslavia, sia il compiere materialmente sia il rifiutarsi di agire di fronte ad atti che infliggono direttamente “grandi sofferenze o serie lesioni al corpo o alla salute fisica o mentale” costituisce un crimine contro l’umanità. In un caso avvenuto durante la guerra serbo-bosniaca, il Tribunale sentenziò che non sono soltanto le morti risultanti dall’atto criminale ma anche la creazione delle condizioni che conducono alla morte di parte della popolazione (come il blocco di cibo, farmaci e cure mediche) che vanno assolutamente condannate.

All’inizio dell’operazione Piombo Fuso lo Special Rapporteur delle Nazioni Unite per i diritti umani nei Territori Occupati, prof. Richard Falk, definiva l’intervento israeliano una “severa e massiva violazione del diritto internazionale come definito dalla Convenzione di Ginevra rispetto sia agli obblighi che ha la Potenza Occupante nei confronti dell’occupato sia alle regole previste dalla legislazione bellica”.
Nel caso di Israele tali violazioni comprendono: (a) la punizione collettiva imposta all’intera popolazione di un milione e mezzo di abitanti; (b) l’uccisione di civili a seguito di bombardamenti su aree in cui la densità della popolazione civile rende prevedibile ed inevitabile la morte di un numero elevato di innocenti; (c) una risposta militare sproporzionata, che al termine dell’operazione ha portato ad un rapporto di 1 a 100 il numero di morti israeliani e palestinesi; (d) l’uso di armi proibite dalle convenzioni internazionali.

Come affermato da Luisa Morgantini, vice-presidente del Parlamento Europeo, le vittime dei fatti di Gaza non sono stati soltanto gli oltre 1300 morti e 5000 feriti, ma anche i diritti umani e il diritto internazionale. Nonostante il numero di morti e feriti in un conflitto sia un dato di estrema importanza, ci sarà sempre chi ne contesta la veridicità. Per questo, allo scopo di facilitare le informazioni sugli effetti di una guerra, è necessario valutarne l’impatto anche sulla umanità di chi la combatte, ossia sul rispetto delle regole che la comunità internazionale si è data nel caso in cui un conflitto non possa essere evitato.
C’è chi, a questo scopo, ha ideato strumenti di misura quali il Dirty War Index [2](Indice di Guerra Sporca) o il Dishonorable War Index (Indice di Guerra Disonorevole) che racchiudono in sé non soltanto valori scientifici ma anche morali e umanitari, ad esempio calcolando il rapporto tra numero dei morti civili/bambini/donne e numero totale dei morti.

Nel computare tali indici ci si potrebbe sbizzarrire inserendo altri tipi di variabili che riflettano quanto successo a Gaza, come l’impiego di fosforo bianco, come ammesso dallo stesso esercito israeliano, o di “flechettes” (bombe che esplodono lanciando migliaia freccette metalliche di 4cm), come denunciato da Amnesty International); l’uccisione di  operatori sanitari (23, di cui 20 in servizio); il bombardamento di scuole, centri sanitari e depositi di aiuti umanitari. In tali calcoli non andrebbe naturalmente risparmiato lo stesso Hamas per i suoi lanci di razzi sulla popolazione civile israeliana.

E così, mentre i leader politici e militari di entrambe le parti si preparano ansiosamente alla raffica di azioni legali che li aspettano per gravi violazioni del diritto internazionale, la comunità medica deve prendere atto che dopo gli eventi di Gaza il suo ruolo sta inevitabilmente cambiando. È ora che l’università e le associazione professionali adottino i dovuti provvedimenti per rispondere a questa sfida.

Bibliografia

  1. Violent conflict: protecting the health of civilians. The Lancet 2009; 373(9658): 95.  DOI:10.1016/S01140-6736(09)60015-5.
  2. Hicks et al. The Dirty War Index: A Public Health and Human Rights Tool for Examining and Monitoring Armed Conflict Outcomes. PLoS Medicine, 2008; 5 (12): e243.
    DOI: 10.1371/journal.pmed.0050243

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.