Hebron: il traguardo di una vita normale, prima che la speranza finisca

Nicoletta Dentico

art_gerusalemme02Quest’anno la Marcia Perugia-Assisi si è svolta a Gerusalemme per rilanciare il processo di pace in Palestina. La testimonianza di una partecipante.


Amal in lingua araba significa speranza. Ma è difficile declinare la speranza a Hebron, città come le altre erosa dall’incedere degli insediamenti israeliani, e violata dalla loro maniacale contiguità fin nelle sue membra più intime, il centro storico che abita uno dei suk più antichi e fantasmagorici di tutto il Medio Oriente.

Amal, la speranza viene evocata ancora, malgrado tutto. Malgrado che la città viva ostaggio della follia. La follia di una frammentazione che si centellina palmo a palmo, porta a porta, al punto che lo stesso negozio all’ingresso del mercato cittadino detiene una vetrina nella zona Hebron 1 (H1), e l’altra nella zona Hebron 2 (H2). La prima sotto controllo palestinese, sotto governo israeliano la seconda. Se non fosse una perversità della storia, sembrerebbe un vezzo ludico infantile. Fai un passo, H1, fanne un altro, H2.

112 sono i blocchi stradali dentro la città, a restringere i movimenti dei suoi 250.000 abitanti (256 le barriere stradali nella provincia, in cui vivono 700.000 persone). Reti di protezione, muri e paratie di ogni fatta. Filo spinato ad ogni angolo. Sguardi armati che sbirciano dai tetti. Due mondi a parte, che si toccano solo per farsi male. Ovunque, telecamere puntate sulla vita quotidiana della gente che da sempre vive qui, la comunità araba la cui normalità viene poco a poco scemando. Nella città vecchia, secondo un’indagine condotta dall’organizzazione israeliana B’Tselem alla fine del 2006, 1.014 unità abitative palestinesi sono state abbandonate dai loro proprietari (il 41.9% delle abitazioni nell’area), e 1829 attività commerciali hanno chiuso i battenti. durante la seconda intifada (il 76,6%), 440 delle quali a seguito di ordini militari.

E così la antica Hebron, da quasi seimila anni brulicante di commerci ed attività culturali, Hebron la città santa dei patriarchi e fonte emotiva e spirituale del culto musulmano ed ebraico, è andata assumendo i connotati della città fantasma. Un deserto urbanistico presidiato con possenza di tecnologia sotto gli occhi, fieri e rassegnati ad un tempo, dei suoi cittadini legittimi. I vecchi palestinesi che bevono indifferenti il tè fra le mercanzie, accogliendoci con sorrisi complici mentre attraversiamo i vicoli. I giovani come Abit Sider, che resiste con la famiglia nella sua casa abbarbicata a pochi metri dalle abitazioni dei coloni, e per questo subisce vessazioni senza esclusione di colpi. Ci mostra una cicatrice da proiettile sul petto. Il figlioletto di tre anni ha anche lui il suo trofeo di guerra, lo struscio di una pietra a pochi centimetri dall’occhio destro.

Tutto è cominciato nel 1968, quando 400 ebrei – molti dei quali avevano fatto la guerra in Vietnam – approdarono ad Hebron dalla comunità ebraica di Brooklin. Veterani, ricollocati dalla loro società di riferimento, cui nel tempo si sono aggiunti piccoli nuclei di ebrei russi. Integralisti incapaci di concepire gli arabi se non come usurpatori di una terra anticamente promessa. Gli arabi hanno altri 22 stati nei quali andare, dunque rendere la loro vita impossibile assume l’ossessiva rilevanza di una missione divina. Lo fanno tutti i giorni, attaccando i pedoni e riversando sui vicoli del mercato pietre e spazzatura, bottiglie di urina e persino – come ci racconta Khaled Oseily, sindaco di Hebron – sostanze chimiche che irritano la pelle. Un traboccare tale di schifezze che l’amministrazione della città ha dovuto provvedere con l’installazione di reti metalliche dalle fitte maglie sospese sopra le teste della gente, un raccapricciante velo sopra la storia di queste vie.

I coloni vivono segregati dentro una parte della città vecchia, la ghost city, surreale non luogo in cui le nuove generazioni vengono cresciute a rinforzare le paure dei padri. Strade svuotate di folla – incredibilmente, questa parte di Hebron interdetta ai palestinesi include il cimitero arabo – case disabitate, mura coperte dalla propaganda che spiega le ragioni dell’occupazione. Sono poche centinaia di coloni, protetti da migliaia di giovani soldati di leva che mantengono una rigida politica di separazione. La militarizzazione della città è andata intensificandosi a partire dal 1994, quando un colono ebreo americano, Baruch Goldstein, fece irruzione all’interno della moschea di Abramo uccidendo 29 palestinesi in preghiera. Da allora l’accesso alla moschea è a discrezione dei soldati israeliani, che fanno il bello ed il cattivo tempo – il luogo sacro come un fortino. Nell’aprile 2002, l’esercito israeliano (Israeli Defence Force, IDF) ha preso il totale controllo della città.

Amal, speranza. Accanto al sacrario di Isacco, un giovane padre intrattiene discretamente la più piccola delle tre figlie, la moglie accanto a lui assorta in preghiera. Finalmente una dirompente scheggia di vita normale ritagliata all’impotenza della geopolitica, in questa scena che restituisce senso alla spiritualità del luogo, ed alla voglia di pace dei palestinesi. La vita normale è una frontiera della pace, a Hebron. Ed è anche la priorità che il sindaco, uomo d’affari prestato alla politica, si è dato per l’amministrazione della città. Strutture ricreative, centri sportivi e culturali per i giovani, perché possano vivere come i loro coetanei nei paesi liberi, in collegamento con il mondo tramite internet e facebook. I giovani rappresentano le future leadership del popolo palestinese, la speranza su cui poggiare i presupposti del cambiamento dopo 42 anni di occupazione.

Amal, speranza. Le ragazze escono dalla scuola araba a piccoli gruppi, ammiccanti, con il capo coperto. Ridono, le lezioni finite. Dai loro zaini di adolescenti penzolano ciondoli e portachiavi, gli stessi appesi agli zaini dei nostri ragazzi. Un dettaglio. Un appiglio di frivolezza che unifica.

La terra desolata dei coloni ebrei, e la durezza di questo assedio quotidiano, non ha ancora spento la voglia di futuro dei palestinesi. Ma non è una speranza ingenua: le parole non servono più, ci dicono i palestinesi che incontriamo. Occorre una strategia creativa, e coraggiosa. Occorrono soprattutto fatti. Una nuova, concreta, coerenza. Prima che la speranza finisca.

Risorsa

Gerusalemme per la pace

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