Disuguaglianza sociale e riscaldamento globale: due problemi intimamente connessi

Pirous Fateh-Moghadam

La diseguaglianza presente all’interno della società rappresenta anche una delle principali forze che spinge le persone ad un consumo sempre più parossistico ed insensato. Il consumo è motivato in larga misura dalla competizione/autodifesa dello status sociale, con conseguente aumento dei livelli di ansia per il timore di un declassamento.


L’obiettivo della conferenza mondiale sul clima di Copenhagen non è stato raggiunto. Non è stato possibile trovare un accordo su quali misure sono da prendere per affrontare i problemi dovuti al riscaldamento globale. Una sconfitta davvero deprimente visto che gli esperti del settore sono ormai concordi nell’affermare che per contrastare le conseguenze disastrose del riscaldamento globale occorre ridurre tempestivamente e drasticamente le emissioni di CO2. Esiste, inoltre, un divario notevole nelle emissioni da parte dei Paesi ricchi rispetto a quelli dei Paesi poveri e risulta quindi evidente che l’obiettivo di raggiungere un livello globale di emissioni pro capite omogeneo ed eco-compatibile significhi una forte riduzione delle emissioni nei Paesi ricchi ed un mantenimento oppure anche una possibile crescita dei livelli nei Paesi poveri.

Nelle discussioni sugli ostacoli al raggiungimento di tale obiettivo spesso viene menzionata l’indisponibilità degli abitanti dei Paesi ricchi a rinunciare al benessere dovuto alla produzione delle merci, alla possibilità di muoversi a basso costo con automobili ed aeroplani, ecc. Il mantenimento del benessere materiale e della qualità della vita sarebbe quindi in contraddizione alle misure necessarie per contrastare il riscaldamento globale.

Ma è veramente così? Per rispondere a questa domanda torna utile la lettura di un libro già recensito su questo blog (Perché le società egualitarie stanno meglio) di cui è appena uscita la traduzione italiana (Richard Wilkinson e Kate Picket. La misura dell’anima.  Feltrinelli, 2009).

Intanto, come illustrano i due epidemiologi inglesi con il grafico sottostante, è possibile raggiungere livelli elevati di aspettativa di vita anche con livelli di emissioni di CO2 relativamente bassi.

Sarebbe un errore, secondo Wilkinson e Picket, affidarsi alle invenzioni tecnologiche nella speranza di risolvere il problema. Non alterando il funzionamento di base dell’economia, anche innovazioni tecnologiche notevoli non potranno risolvere il problema. Per esempio, un nuovo motore che consumi solo metà del carburante farà sicuramente risparmiare sia in termini di emissioni di CO2, sia in termini di denaro per chi possiede l’automobile. Ma tali risparmi verranno verosimilmente investiti in attività a loro volta dannosi per l’ambiente (acquisto di un automobile più potente o di altri merci ad alto consumo energetico, viaggi in auto più lunghi e frequenti, viaggi in aereo ecc.) . A sostegno di questa teoria Wilkinson e Picket fanno osservare che nei Paesi che hanno adottato auto più piccole e a basso consumo le emissioni di inquinanti hanno continuato ad aumentare, nonostante la maggiore efficienza.

La tesi principale portata avanti dagli autori è che, una volta raggiunto un certo livello di base di benessere materiale, l’ulteriore crescita economica, in senso di reddito medio e possesso di merci di consumo, non aumenti il benessere, la soddisfazione o la salute di una nazione. Infatti, il paradosso descritto da Wilkinson e Picket nel primo capitolo del loro libro è sotto gli occhi di tutti: “pur avendo raggiunto l’apice del progresso tecnico e materiale siamo affetti da ansia, portati alla depressione, preoccupati di come ci vedono gli altri, insicuri delle nostre amicizie, spinti a consumare in continuazione e privi di una vita di comunità degna di questo nome. In assenza del contatto sociale rilassato e della gratificazione emotiva di cui abbiamo bisogno cerchiamo conforto negli eccessi alimentari, nello shopping e negli acquisti ossessivi oppure ci lasciamo andare all’abuso di alcol, psicofarmaci e sostanze stupefacenti”.

Secondo Wilkinson e Picket i problemi nelle società benestanti non sono dovuti ad un livello medio di ricchezza non ancora abbastanza elevato, ma alle disparità troppo pronunciate nella disponibilità dei beni materiali tra i diversi membri della società.

La diseguaglianza presente all’interno della società rappresenta anche una delle principali forze che spinge le persone ad un consumo sempre più parossistico ed insensato. Il consumo è motivato in larga misura dalla competizione/autodifesa dello status sociale, con conseguente aumento dei livelli di ansia per il timore di un declassamento, … “se non continuiamo a innalzare i nostri standard veniamo lasciati indietro e cominciamo ad apparire sciatti, trasandati e fuori moda. […] Con la diseguaglianza aumenta la competizione per lo status, che costringe a lottare più duramente per restare al passo”.

Logicamente è vero anche il contrario: riducendo le disparità si riduce la necessità di apparire, di disporre dei segni esteriori e materiali che contraddistinguono lo status a cui si appartiene oppure a cui si aspira (automobili, merci, viaggi frequenti in Paesi esotici, ecc.) .“Dobbiamo creare società votate all’uguaglianza, in grado di soddisfare i nostri veri bisogni sociali. Affinché le misure volte a contrastare il riscaldamento globale non siano percepite unicamente come un limite alle opportunità di soddisfazione materiale, devono essere abbinate a politiche egualitarie che ci conducano verso nuovi e più fondamentali modi di migliorare la qualità delle nostre vite”.

La lotta contro il riscaldamento globale e quella contro la disuguaglianza e per il benessere umano si potenziano, quindi, a vicenda e la probabilità di successo dipende molto dal grado di integrazione dei due ambiti. “Oltre a facilitare la riduzione dei consumi e le emissioni di CO2 la riduzione delle disparità sociali avrebbe, inoltre, numerosi ulteriori vantaggi, per esempio, affrontando più efficacemente numerosi dei più scottanti problemi della nostra società. Nello specifico gli autori dimostrano che le società con minori discrepanze sociali al loro interno abbiano significativamente meno problemi di :

  • vita comunitaria e relazioni sociali tra le persone
  • salute mentale e consumo di droghe
  • salute fisica e speranza di vita
  • obesità
  • rendimento scolastico
  • gravidanze in adolescenza
  • violenza e sicurezza
  • crimini e incarcerazione

Ridurre il divario sociale risulta, inoltre, vantaggioso anche per chi gode di privilegi relativi all’interno della società.

Diventa sempre più evidente che in realtà siamo in possesso dei mezzi umani e tecnici per affrontare i maggiori problemi del nostro tempo in campo ambientale e sociale. Perché ciò non avviene? Cosa ostacola l’attuazione di questo potenziale umano e scientifico? Non è possibile rispondere a questa domanda fondamentale senza affrontare il discorso della struttura economica capitalistica, ossia il fatto che lo straordinario operato produttivo e scientifico dell’umanità debba funzionare al servizio di un sistema irrazionale dominato dalla necessità di realizzare profitti attraverso la vendita di merci prodotti indipendentemente dai reali bisogni dell’umanità.

A differenza dei vari sostenitori della “decrescita”, Wilkinson e Picket non eludono questo punto fondamentale e ammettono che “non possiamo ‘persuadere’ il capitalismo a limitare la crescita più di quanto possiamo ‘persuadere’ un essere umano a smettere di respirare”. Questo significa che non possiamo farci niente? Fortunatamente gli attivisti e le attiviste che hanno animato i dibattiti e le manifestazioni nell’ambito del Klimaforum, il controvertice di Copenhagen, non hanno molti dubbi al riguardo.

Bibliografia

Richard Wilkinson e Kate Picket. La misura dell’anima. Milano: Feltrinelli, 2009

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