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Come si vive a Gerusalemme Est

Inserito da on 13 maggio 2010 – 07:334 commenti

Angelo Stefanini

Ci si trova di fronte ad una politica di vera e propria “giudaizzazione” [1] della zona orientale storicamente araba della città con la messa in atto di una serie di misure intese a separarla dal resto della Cisgiordania, obliterando così l’identità araba in quelle aree e minandone alle base le istituzioni, comprese quelle sanitarie.


Dal momento della occupazione di Gerusalemme Est (1967) e in seguito alla sua annessione da parte di Israele (1980), mai riconosciuta dalla comunità internazionale, l’amministrazione e l’erogazione dei servizi pubblici nella parte araba della città dipendono, di fatto, dalla autorità municipale israeliana. Il regime internazionale originariamente previsto dall’ ONU per Gerusalemme (‘ corpus separatum ’), ideato nel quadro del Piano di partizione della Palestina del 1947 , non fu mai realizzato. Dal 1948 al 1967 , a seguito della guerra arabo-israeliana, la città fu separata tra Gerusalemme Est, inclusa la città vecchia , con sovranità giordana , e Gerusalemme Nuova con sovranità israeliana . In seguito alla guerra dei sei giorni del 1967 , Israele si appropriò del controllo dell’intera città che fu proclamata capitale di Israele nel 1950 e designata in seguito come tale nella legislazione israeliana il 30 luglio 1980 . Tali proclamazioni sono state condannate da risoluzioni ONU e sentenze di corti internazionali, poiché la città di Gerusalemme comprende territori non riconosciuti come israeliani dal diritto internazionale .

La Corte Internazionale di Giustizia ha confermato nel 2004 che i territori occupati dallo Stato di Israele oltre la “Linea Verde” del 1967 continuano ad essere “territori occupati” e dunque con essi anche la parte Est di Gerusalemme.[2] Da qui la dizione ufficiale delle Nazioni Unite (e dell’Unione Europea) di Territorio (o territori) palestinese occupato (TPO), che qualche Stato membro di tali consessi internazionali ancora esita ad usare in modo esplicito.

Il contesto giuridico internazionale di riferimento per analizzare la situazione della città può essere riassunto:

  1. nella risoluzione 478 delle Nazioni Unite (1980) di non riconoscimento dell’annessione di Gerusalemme Est;
  2. nella Quarta Convenzione di Ginevra relativa alle responsabilità della potenza occupante nei riguardi della popolazione occupata;
  3. nella Conclusione del Consiglio Europeo dell’8.12.09 che non riconosce l’annessione ed esorta il governo israeliano a porre fine alle politiche di discriminazione nei confronti dei palestinesi a Gerusalemme Est. La stessa Conclusione incoraggia la formazione di uno stato palestinese indipendente, democratico, contiguo e sostenibile che comprenda anche Gerusalemme Est.

Dalla sua occupazione, Israele ha sempre sostenuto una politica di isolamento di Gerusalemme Est dal resto della Cisgiordania, isolamento che ha colpito severamente l’economia e il tessuto sociale di quella parte della città. A causa degli insufficienti investimenti e della scarsità di servizi pubblici forniti alla popolazione, la parte orientale e araba di Gerusalemme mostra indicatori di sviluppo economico (come tasso di occupazione lavorativa e reddito medio) ben al di sotto di quelli di Gerusalemme Ovest. Rispetto a ques’ultima, la zona Est soffre di livelli più alti di analfabetismo, povertà, matrimoni e gravidanze precoci. Ha un numero molto inferiore di biblioteche, parchi pubblici, ambulatori medici, centri sociali per anziani o disabili, servizi di manutenzione stradale.

Pur rappresentando il 34% della intera popolazione della città, gli arabi di Gerusalemme ricevono meno del 12% del budget sociale, nonostante il loro livello di povertà sia più del doppio dei residenti ebrei e il 77,2% dei bambini arabi sia al di sotto della soglia di povertà (in contrasto al 39,1% dei bambini ebrei). Ad essi va il 15% delle spese per l’istruzione, l’8% dei servizi tecnici e appena l’1,2% per la cultura e l’arte[3].

Le condizioni di Gerusalemme Est sono in molti casi peggiori di altre zone della Cisgiordania e Gaza, specialmente riguardo alla frequenza scolastica e ai livelli di istruzione della sua popolazione giovanile. Per esempio, il 50% degli studenti abbandonano il ciclo scolastico prima del termine. Secondo l’Association for Civil Rights in Israel (ACRI)[4], nel 2008 Gerusalemme Est mancava di 1.500 aule, carenza stimata a 1.900 per il 2010.

La discriminazione presente nella programmazione urbana, l’espropriazione di terre e gli scarsi investimenti nelle infrastrutture fisiche e nei servizi pubblici sono espressioni concrete di una politica intesa a far sì che Gerusalemme sia composta da una maggioranza ebrea e che la popolazione palestinese venga progressivamente espulsa fuori dai suoi confini. Come denuncia il giornalista israeliano Akiva Eldar[5], dal 1967 Israele ha espropriato il 35% dell’area di Gerusalemme Est (circa 24 kmq) sulla quale sono stati costruiti quartieri riservati agli ebrei per un totale di 50.000 unità abitative. Non soltanto agli arabi è proibito comprare una casa, per esempio, nel quartiere di Talbiyeh (nome cambiato ufficialmente in Komeniyut) dove erano nati 63 anni fa, ma non è neppure permesso loro di costruire nuove abitazioni su di un terzo del territorio di Gerusalemme Est, la parte appunto espropriata nel 1967.

Una triste caratteristica della parte araba della città è la frequente, desolante visione di rifiuti e spazzatura nelle strade. Prima di esprimere commenti ironici, o decisamente razzisti, sulla “pulizia degli arabi”, è tuttavia importante conoscere qualche dato statistico [6] sulla equità nella distribuzione dei servizi municipali. Intere strade a Gerusalemme Est sono infatti prive di servizi di raccolta dei rifiuti o di qualsiasi forma di pulizia urbana (nonostante gli abitanti arabi paghino le tasse come gli altri). In queste aree, inoltre, mancano i veicoli per la pulizia meccanica delle strade e lavora soltanto una frazione degli operatori ecologici presenti nella zona Ovest. Molti cassonetti sono dilapidati o bruciati, mancano i contenitori più piccoli per la raccolta rifiuti nelle aree commerciali, culturali e pubbliche. Spesso sono gli stessi abitanti che a loro spese devono intervenire per supplire alla carenza dei servizi pubblici. Quella parte della città inoltre è priva di 70km di linea fognaria e circa 160.000 residenti (oltre la metà della popolazione palestinese) non sono collegati alla rete pubblica dell’acqua.

Tabella: Esempi di discrepanze in alcuni servizi municipali (Margalit, 2006)

Servizi Municipali Gerusalemme Ovest: 489.480 Gerusalemme Est:

256.820

Attrezzature sportive 634 41
Biblioteche municipali 36 3
Piscine 36 0
Campi di calcio e pallacanestro 92 26
Palestre e centri benessere 130 1
N. bambini per centro sanitario

1.821

6.882

Cassonetti per rifiuti

11.040

655

Veicoli per rimozione rifiuti

2.371

49

Installazione di nuove tubature per acqua (in km)

Rimozione di vecchie tubature per acqua (in km)

6,0

6,6

1,1

1,6

Installazione di nuove fognature (in km)

Rimozione di vecchie fognature (in km)

3,1

9,9

0,9

8,4

Gerusalemme Est deve anche far fronte ad un progressivo livello di densità abitativa araba e a una crescente domanda di alloggi dovuta alla costruzione del muro di separazione attorno alla città che costringe migliaia di famiglie dentro il perimetro urbano, in questo modo facendo salire anche la richiesta di servizi sociali. Tale domanda rimane insoddisfatta da parte delle autorità municipali che insistono a non adottare un piano di sviluppo urbanistico per Gerusalemme Est. Il 2009 è stato inoltre testimone di un aumento del numero di demolizioni ed espropriazioni di case palestinesi accompagnato da una crescita nella presenza di coloni (circa 190 mila in 12 insediamenti).

E’ chiaro che ci si trova di fronte ad una politica di vera e propria “giudaizzazione”[7] della zona orientale storicamente araba della città con la messa in atto di una serie di misure intese a separarla dal resto della Cisgiordania, obliterando così l’identità araba in quelle aree e minandone alle base le istituzioni, comprese quelle sanitarie.

Come descrive nei dettagli il documento di strategia sanitaria dell’Autorità Nazionale Palestinese per Gerusalemme Est[8], le autorità israeliane hanno nel corso degli anni fortemente danneggiato le istituzioni sanitarie palestinesi in diversi modi. Per esempio hanno chiuso diversi ospedali e centri sanitari (come l’ospedale di Sheik Jarrah poi trasformato in Quartiere Generale della Polizia; l’ospedale pediatrico di Spaffort; il Centro antitubercolosi; la Banca del sangue, unica nella zona; il Laboratorio centrale; l’Hospice Hospital, unico ospedale arabo della zona). Hanno fatto irruzioni in altri ospedali ‘per ragioni di sicurezza’ distruggendo attrezzature e umiliando il personale senza mai fornire giustificazioni [9]. Hanno imposto restrizioni alle licenze di costruzione, esigendo condizioni finanziarie restrittive e creando ostacoli di vario genere (amministrativo, militare, ecc.) al personale e agli stessi pazienti delle strutture sanitarie palestinesi [10].

Gerusalemme Est rappresenta un elemento importante dell’intero sistema sanitario palestinese. Ciò nonostante, la popolazione della Cisgiordania, di Gaza e della periferia di Gerusalemme è continuamente sottoposta a divieti di varia natura che le impediscono l’accesso alle strutture sanitarie palestinesi della città. Ogni giorno una media di 300 operatori e 310 pazienti devono attraversare posti di blocco per raggiungere gli ospedali di Gerusalemme Est, con ritardi che di solito vanno da 90 a 120 minuti.

Il muro di separazione rappresenta per molti un ostacolo insormontabile per accedere ai servizi sanitari della città [11].

In seguito alla annessione, ai cittadini di Gerusalemme Est venne assegnato lo stato civile di “residenti permanenti” in Israele (che non significa “cittadini israeliani”) con alcuni diritti sociali come assistenza sanitaria e voto nelle elezioni municipali (ma non in quelle nazionali). Israele tratta questi “residenti permanenti” come stranieri, il cui stato civile può essere revocato in ogni momento. Essi, infatti, devono continuamente dimostrare la loro effettiva residenza in città, pena la perdita immediata dello stato civile, e con esso i suoi diritti. La “residenza permanente” a volte è revocata in modo totalmente arbitrario senza previa notificazione né possibilità di appello. Per i servizi primari, come la registrazione dei figli, i residenti devono pagare somme ingenti e presentare una quantità di documenti, affrontando file interminabili, caratteristica tristemente nota all’intera popolazione, compresa quella degli espatriati.

Una strategia di aiuto per Gerusalemme Est dovrebbe avere come obiettivi di:

  1. salvaguardare la sua possibilità di diventare la capitale di un futuro stato palestinese
  2. mantenere la presenza palestinese migliorandone le condizioni di vita
  3. mitigare gli effetti della sua separazione dalla Cisgiordania.

Esistono tuttavia ostacoli di varia natura che rendono molto difficile l’attuazione di tale strategia, come le limitazioni imposte da Israele alla mobilità di beni e persone tra Cisgiordania/Gaza e Gerusalemme Est, la proibizione a organizzare eventi culturali e politici, le frequenti espropriazioni e demolizioni di case, l’assenza di istituzioni palestinesi a Gerusalemme Est e le recenti politiche restrittive su visti e permessi per operatori internazionali.

Il Rapporto dei capi-missione dell’Unione Europeand [12] “gli interventi messi in atto da Israele a Gerusalemme Est e nei suoi dintorni… una delle sfide più gravi al processo di pace israelo-palestinese... con ben poche giustificazioni legate a questioni di sicurezza .” In aggiunta, tali interventi sono illegali secondo la legislazione internazionale, ossia quel sistema di regole che la comunità internazionale si è dato e che ogni suo membro, per essere legittimato a farne parte, è tenuto a rispettare.

Bibliografia

  1. Wikipedia: Judaization of Gerusalem
  2. Wikipedia: Status_internazionale
  3. Meir Margalit. Discrimination in the Heart of the Holy City, Jerusalem: ICCP, 2006.
  4. The association for civil right in Israel. East Jerusalem — Facts and Figures, 2008 [PDF: 149 Kb]
  5. Akiva Eldar. Discrimination is flourishing in East Jerusalem. haaretz.com, 03.10.2010. Visitato il 3 maggio 2010.
  6. Nisreen Alyan. Life in the Garbage: A Status Report of Sanitation Services in East Jerusalem , June 2009. Association for Civil Rights in Israel (ACRI).
  7. Wikipedia: Judaization of Gerusalem
  8. Health Sector Review and Strategic Framework. Final Draft, Dec. 2009. Mimeo.
  9. PASSIA: Jerusalem Chronology
  10. Stefanini A. Una finestra sulla Palestina. Oltre la malattia, le umiliazioni. Saluteinternazionale.info, 14.06.2009
  11. Jubran J. Health and Segregation II: the impact of he Israeli separation wall on access to health care services. An updated research. Health Development Information and Policy Institute: Palestine, 2005.
  12. EU heads of mission report on East Jerusalem. Euobserver Document, 09.03.2009
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4 commenti »

  • David ha detto:

    Complimenti per il tuo blog, è fatto davvero bene. Volevo segnalare a te ed ai tuoi lettori il concorso che stiamo lanciando sul nostro blog:”www.trereferendum.it/concorso, per il quale diamo la possibilità di partecipare alla campagna dei tre referendum(contro: il nucleare, la privatizzazione dell’acqua ed il legittimo impedimento). In palio abbiamo messo 4 iPhone!
    Per qualsiasi informazione: 3referendum [at] gmail [punto] com

  • Mauro Serapioni, Ricercatore, Coimbra, Portogallo ha detto:

    Complimenti all’autore per la lucida e documentata diagnosi sulle condizioni di vita della popolazione araba che vive a Gerusalemme Est. Angelo Stefanini ci ha offerto un’analisi sanitaria, sociale e politica delle condizioni di vita dei palestinesi di Gerusalemme Est e, grazie alla sua esperienza sul posto, ha anche indicato possibili strategie e obiettivi da poter perseguire, per tentare di ridare dignità e condizioni di vita decenti ai suoi residenti. E’ un’analisi molto coraggiosa, difronte al silenzio, all’impassibilità, omertà e, talvolta, anche complicità di molti governi nazionali e organizzazioni internazionali preposti a salvaguardare i diritti del popolo palestinese, come ha riconsciuto la Corte Internazionale di Giustizia, le Nazioni Unite, la Convenzione di Ginevra e il Consiglio d’Europa, le cui risoluzioni sono state puntualmente citate dall’autore.

  • Leonardo ha detto:

    Il termine giudaizzazione utilizzato dall’autore fa semplicemente rabbrividire. Rievoca l’idea nazista del complotto “giudaico massonico”. Purtroppo l’antisemitismo sembra radicato in europa, l’idea che l’ebreo sia malvagio fa sentire meno in colpa l’Europa che quanto a colonizzazione con le multinazionali non è seconda a nessuno.
    Purtroppo non si fa presente che il conflitto non è tra il soldato israeliano e il bambino palestinese che lancia il sasso come la propaganda populista vuol far credere. Il conflitto è arabo-israeliano, Israele è un paese circondato da Stati Arabi che volgiono la sua distruzione e non lo riconoscono, tali stati (Siria, Libano, Iran, ecc..) armano i terroristi palesitnesi. Tra i palestinesi che dirige i giochi non è più l’OLP ma l’organizzazione terroristica di Hamas. Attaccare Israle è uno strumento subdolo per attaccare gli Stati Uniti. Chi diffama Israele non parla mai dell’occupazione del Tibet da parte della Cina..
    il termine giudaizzazione rievoca una mentalità che adesso è molto diffusa nell’estrema sinistra e nell’estrema destra..mi stupisco di come si possa permettere la diffusione di termini e contenuti di questo tipo in un blog che dovrebbe essere scientifico..

  • Angelo Stefanini ha detto:

    Risposta a Leonardo.

    Il termine Giudaizzazione (di Gerusalemme) da me usato e’ la traduzione italiana di “Judaization of Jerusalem” di cui Leonardo puo’ trovare la definizione su wikipedia nel link 1 del mio post. Ho riportato la versione inglese di wiki perche’ molto piu’ completa e articolata di quella italiana che comunque recita: “La giudaizzazione di Gerusalemme … si riferisce ai fatti ed ai tentativi che l`amministrazione israeliana ha fatto e continua a fare per trasformare Gerusalemme in una città totalmente ebraica.” Il dizionario on line che in genere uso definisce il termine in modo pacato e senza accenni a possibili fraintendimenti’. (http://www.thefreedictionary.com/Judaization). Il wiktionary suggerisce di confrontarlo con quello di “Ellenizzazione”. (http://en.wiktionary.org/wiki/Judaization).

    La parola nel mio post e’ messa espressamente tra virgolette per cercare di ridurne l’impatto su quelle persone che forse si fermano ancora troppo sulla forma di certe espressioni e poco sul contenuto (che nel nostro caso e’ quello di sovvertire la composizione di Gerusalemme Est sostituendo gradualmente gli arabi con ebrei). Magari si potrebbe pensare ad un altro termine che convogli lo stesso significato ma con minore impatto emotivo: Ebraicizzazione?

    Infine, perche’ arrivare a tirare in ballo un “complotto giudaico-massonico” o l’antisemitismo che dovrebbe animare chi critica le politiche di un governo (come quello israeliano) che si definisce democratico. In fondo sono gli stessi israeliani a usare questo termine. Si veda un quotidiano israeliano (pur sinistroide) come Haaretz in un articolo che parla addirittura di “Giudaizzazione della Galilea” http://www.haaretz.com/news/israel-offering-free-land-to-encourage-judaization-of-galilee-1.100530 . O una insospettabile rivista dell’establishment accademico ebreo: Weiner, Justus Reid. Is Jerusalem Being “Judaized”?, Jewish Political Studies Review 15:1–2 (Spring 2003).

    Purtroppo la parola impronunciabile continua a “rievocare una mentalita’ molto diffusa” soprattutto in coloro poco conoscono cio’ che sta effettivamente succedendo da queste parti. Ieri, venerdi, come tutti i venerdi da diversi mesi, nel quartiere di Sheik Jarrah (Gerusalemme Est) centinaia di ebrei israeliani dimostravano pacificamente contro i continui sfratti e rimozioni forzate di famiglie palestinesi dalle loro case per fare posto a coloni ebrei. Questa e’ la giudaizzazione di Gerusalemme. O come altro la vogliamo chiamare.

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