Gaza continua a soffrire. E la responsabilità è anche nostra

Angelo Stefanini

Il blocco ha creato la mancanza di beni di prima necessità limitando pericolosamente il diritto degli abitanti di Gaza alla salute, all’istruzione, ad un riparo, alla cultura, alla crescita personale e al lavoro.


Un punto a favore dei fatti della Gaza Aid Flotilla è stato di riportare al centro del dibattito, almeno per qualche giorno, la Striscia di Gaza e le condizioni in cui versa della sua popolazione. Per avere un quadro sufficientemente completo della situazione è necessario ricordare che l’offensiva militare israeliana, dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, è stata soltanto una, per quanto la più tragica, di una serie di misure repressive messe in atto da Israele contro Gaza fin dal 2000[1].

Dal 14 giugno 2007 la Striscia di Gaza è sottoposta al blocco assoluto delle esportazioni e dell’importazione di qualsiasi bene, fatta eccezione di quanto definito “umanitario” dal governo israeliano . Ciò ha portato al collasso della maggior parte dell’industria manifatturiera locale, privata di materiali e di mercato per l’esportazione e con un livello di disoccupazione che si attesta attorno al 40%. John Holmes, Rappresentante delle Nazioni Unite per le Emergenze e gli Affari Umanitari, ha definito questo assedio una “punizione collettiva” della popolazione civile, un “crimine di guerra” secondo l’art. 33 della 4° Convenzione di Ginevra . Il blocco ha creato la mancanza, in certi casi totale, di beni di prima necessità limitando pericolosamente il diritto degli abitanti di Gaza alla salute, all’istruzione, ad un riparo, alla cultura, alla crescita personale e al lavoro. Più della metà della popolazione di Gaza è composta da bambini e circa l’80% della popolazione vive in povertà. Novanta per cento delle sorgenti naturali di acqua non è potabile e i servizi scolastici e sanitari vanno progressivamente deteriorando .

Il blocco è stato uno dei maggiori ostacoli alla riparazione dei danni provocati dai bombardamenti israeliani. Quasi nessuna delle 3.425 case distrutte dall’Operazione Piombo Fuso è stata ricostruita e quasi tutti i 20.000 sfollati non hanno ancora una loro abitazione. Soltanto la metà della rete elettrica è stata riparata e i trasporti pubblici sono ancora paralizzati. Nel settore privato è stato riabilitato meno di un quarto delle terre coltivabili distrutte e soltanto il 40% delle imprese hanno ripreso a funzionare. I lavori di ricostruzione dei due ospedali più danneggiati, Al-Wafa e Al-Quds, hanno potuto iniziare soltanto nel febbraio 2010 a causa della mancanza di materiale edilizio. Nonostante il blocco e l’enorme quantità di bisogni per la ricostruzione ancora non soddisfatti, l’aiuto esterno e l’inventiva locale (riciclaggio, contrabbando attraverso i tunnel con l’Egitto, ecc.) hanno permesso di rimettere in sesto almeno in parte alcune abitazioni, aziende e strutture pubbliche. A testimonianza delle priorità identificate dalla gente di Gaza, con questi espedienti è stata riabilitata la maggior parte delle strutture sanitarie (33 centri sanitari primari su 40 e 10 su 12 ospedali danneggiati) nonostante la penuria di materiale, soprattutto cemento[2].

L’impatto dell’operazione militare nel settore sanitario è stato molto severo. Sedici operatori sanitari furono uccisi e venticinque feriti. 40 centri sanitari periferici su 60 e 12 ospedali su 24 subirono danni di varia entità. Ventinove ambulanze vennero severamente danneggiate o totalmente distrutte, le strutture sanitarie rimasero prive o carenti di materiale medico essenziale. I servizi materno-infantili sul territorio e i servizi sanitari per circa il 40% di pazienti sofferenti di malattie croniche con bisogno di costante assistenza rimasero interrotti durante tutto il periodo dell’attacco. In termini monetari, i danni alle strutture di assistenza sanitaria primaria sono stati stimati tra 191.000 e 342.000 US$.

A un anno e mezzo dai bombardamenti e dall’invasione militare della Striscia di Gaza i bisogni nel settore sanitario rimangono critici a causa del continuo blocco imposto da Israele. Non soltanto l’operazione “Piombo Fuso”, ma anche il persistente conflitto, che vede frequenti incursioni militari e bombardamenti con vittime civili anche in periodi di apparente “pace”, sono la causa principale della continua sofferenza, praticamente invisibile alla maggior parte del mondo, di persone con disabilità che patiscono non soltanto per i violenti traumi subiti, ma anche per le complicazioni sopravvenute come ferite infette, contratture, amputazioni secondarie che richiedono un’assistenza costante e specialistica. Handicap International[3] stima che tra il 40 e il 70% dei feriti ha sofferto di traumi severi e l’11% di loro è rimasto permanentemente disabile. La mancanza di pezzi di ricambio per la manutenzione delle attrezzature mediche e la continua difficolta’ a ricevere strumenti nuovi dall’esterno, oltre la scarsa capacita’ di follow-up riabilitativo (soprattutto a causa dei danni consistenti subiti dall’unica struttura specializzata, l’ospedale Al-Wafa) privano questi pazienti di assistenza essenziale.

Si registrano spesso carenze di farmaci essenziali , il 25-30% dei quali è spesso introvabile. Centinaia di strumenti ed equipaggiamenti medicali sono in attesa, alcuni da un anno intero, di poter entrare a Gaza. E’ il caso di apparecchi radiologici e TAC, pompe per infusione, gas per sterilizzazione, materiali di laboratorio, UPS, batterie e pezzi di ricambio per sistemi di supporto come ascensori. Soltanto uno dei tre ascensori dell’European Gaza Hospital, per esempio, è funzionante, mentre i suoi laboratori di cateterismo cardiaco e impianto di “stent” hanno dovuto aspettare fino a sei mesi per potere finalmente ricevere materiale essenziale al loro funzionamento[4].

L’impossibilita’ per medici e personale sanitario di usufruire di formazione continua e aggiornamento scientifico , oltre alla incapacita’ di controllare periodicamente lo strumentario di laboratorio e attrezzature salvavita (come defribillatori, culle termiche per neonati prematuri, pace-makers, ecc.), ha effetti devastanti sulla sicurezza dei pazienti e sulla qualità delle cure. Tutti gli ospedali hanno dovuto aspettare oltre sei mesi prima di ottenere i pezzi di ricambio necessari ai loro impianti di sterilizzazione. Profondo e diretto impatto sullo stato di salute della popolazione di Gaza hanno non soltanto le cure mediche di dubbia qualità, ma anche le interruzioni improvvise , e comunque la mancata affidabilità della corrente elettrica e la precarietà dei sistemi di potabilizzazione dell’acqua e di smaltimento dei rifiuti.

Quella parte di assistenza specialistica di terzo livello che è disponibile soltanto fuori della Striscia di Gaza rimane inaccessibile ad un numero significativo di pazienti. Delle circa mille domande mensili di autorizzazione che le autorità israeliane ricevono per accedere a cure specialistiche al di fuori di Gaza, circa il 30% in media sono respinte. Cio’ significa che ogni mese 300 ammalati gravi vengono privati di cure essenziali non disponibili negli ospedali di Gaza, mettendo a rischio la loro stessa vita.

“è impossibile assicurare un sistema sanitario sicuro ed efficace nelle condizioni di assedio che sono in atto dal giugno 2007” afferma un comunicato dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità . “Non è sufficiente assicurare la disponibilita’ di farmaci e materiali di consumo. Le attrezzature sanitarie e i loro pezzi di ricambio devono assolutamente essere disponibili e mantenuti in condizioni accettabili… Sono le interruzioni improvvise e il rifornimento frammentario che rendono impossibile qualsiasi tentativo di programmare le procedure salva-vita nei luoghi e nei tempi necessari per assicurare che esse effettivamente siano in grado di salvare vite umane[5].”

Secondo una indagine dell’Ufficio Centrale Palestinese di Statistica, stress psicologico e vere e proprie malattie mentali sono tra le conseguenze sulla salute piu’ significative dell’assedio imposto a Gaza e del violento intervento militare israeliano[6]. Almeno il 77,8% delle famiglie ha un membro che soffre di sintomi psicologici dovuti all’Operation Cast Lead. Tali sintomi comprendono pianto continuo senza motivo apparente, terrore della solitudine e del buio, paura esagerata del sangue, disturbi del sonno. Prevalgono inoltre i disordini dell’alimentazione con perdita o crescita di peso, senso di frustrazione e depressione, nervosismo, ossessione della morte, enuresi notturna e incuria di se’ e dei figli. Soprattutto i bambini sono rimasti severamente colpiti dal trauma psicologico delle operazioni militari. Uno studio condotto nel marzo 2009 ha rivelato che meno del 10% dei bambini mostrava nessuno o lievi segni di Sindrome da Stress Post-Traumatico [7]. Un’altra indagine condotta dalla Organizzazione Mondiale della Sanità nel marzo 2009 su 500 adulti in cinque centri sanitari primari nella Striscia di Gaza mostrava che il 37% delle persone studiate soffriva di stress psicologico. Nessuna differenza era riscontrata tra maschi e femmine, e la prevalenza era maggiore tra gli anziani (70%)[8].

La violenza della guerra e’ stata talmente estrema che anche uomini maturi, cosa assai rara tra i palestinesi, hanno parlato apertamente e con dovizia di particolari del loro bisogno di sostegno psico-sociale. Per essi tuttavia un tale aiuto e’ estremamente difficile da trovare. Le donne, nonostante godano di minore prestigio sociale e potere decisionale all’interno della societa’ di Gaza, continuano a svolgere un ruolo essenziale di “ammortizzatore” all’interno delle famiglie. Lo stress creato dal blocco si scarica soprattutto all’interno della famiglia. La violenza intra-familiare, soprattutto sulle donne e sui bambini, è in crescita e associata al circolo vizioso in cui sono imprigionate le famiglie in conseguenza della perdita di dignità dell’uomo capofamiglia[9].

Nel Territorio Palestinese Occupato i determinanti socio-economici della salute stanno pericolosamente aggravandosi. Un segno preoccupante dei primi effetti sulla salute è l’interruzione, e la probabile risalita a Gaza, della progressiva riduzione della mortalità infantile , tendenza che era rimasta costante negli ultimi decenni. Nella Striscia di Gaza la mortalita’ infantile supera ormai del 30% quella della Cisgiordania.

E’ importante notare che parte della responsabilita’ per l’inadeguatezza della risposta ai bisogni della popolazione di Gaza ricade anche sulle agenzie internazionali che, negli ultimi due anni, non sono riuscite a far entrare a Gaza che una parte della lista gia’ estremamente ridotta degli aiuti umanitari concessi da Israele. Nei tre anni di blocco, la comunita’ internazionale non ha mai messo in discussione nè tentato di ignorare le regole imposte da Israele per la importazione di beni. Nessun passo è fatto per violare l’assedio o fare entrare a Gaza materiale “proibito”, ma assolutamente cruciale, attraverso vie alternative (per mare, per via aerea, attraverso il passo di Raffah con l’Egitto, o magari attraverso i tunnel che secondo la Banca Mondiale rappresentano la via principale delle importazioni nella Striscia)[10]. Purtoppo l’ispirazione a “metodi non convenzionali” per aiutare la popolazione di Gaza non e’ venuta dalle organizzazioni internazionali che proprio questo compito hanno come loro mandato, ma piuttosto da una piccola flotta di pacifisti che ha sfidato l’embargo di una delle piu’ grandi potenze militari.

In un momento in cui da alcune parti si attacca, anche in maniera aggressiva, il movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions) che in varie forme promuove il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele per le sue reiterate violazioni del diritto internazionale, la sofferenza di 1 milione e mezzo di palestinesi, dovuta a ben altro tipo di boicottaggio da parte dello stesso Israele, reclama con forza l’intervento coraggioso della comunita’ internazionale.

Bibliografia

  1. Secondo il Palestinian Centre for Human Rights furono uccisi 1417 palestinesi, di cui 313 bambini, 116 donne. Più di 5.380 rimasero feriti, di cui 1872 bambini e 800 donne. Gaza war report [PDF: 1,48 Mb]
  2. United Nations Development Programme. One Year After. Gaza, Early Recovery and Reconstruction Needs Assessment. UNDP – Programme of Assistance to the Palestinian People, May 2010. [PDF: 5 Mb]
  3. Handicap International, Need Assessment Framework (NAF) Disability Sector (including Older Persons), April 2010.
  4. World Health Organization, Press Statement – Unimpeded access of medical supplies needed for Gaza.
  5. Ibidem.
  6. Palestinian Central Bureau of Statistics (PCBS). Survey on the Impact of War and Siege on Gaza Strip, 2009. October 2009.
  7. Thabet, A. Et al. Trauma, grief and PTSD inPalestinian children victim of war on Gaza. March 2009.
  8. World Health Organization. Health conditions in the occupied Palestinain territory, including east Jerusalem, and the occupied Syrian Golan. Report by the Secretariat. Sixty-third World Health Assemby, A63/28, 13 May 2010.
  9. Giacaman R, Rabaia Y, Nguyen-Gillham V. Domestic and political violence: the Palestinian predicament. Lancet 2010; 375: 259-260.
  10. Allegra Pacheco. Freedom Flotilla exposes international community’s failure. The Electronic Intifada, 28 May 2010.

8 commenti

  1. Sono d’accordo soprattutto con il titolo: …”la responsabilità è anche nostra”. Certamente la responsabilità è anche vostra, e lo sarà sempre se continuerete ad affrontare questo conflitto in modo così parziale fomentando odio tra le parti e facendo disinformazione in modo così eclatante e demagocico.

  2. Caro Edoardo,

    forse potresti leggerti, e magari fare leggere a chi la pensa come te, le considerazioni dell’ex-Direttore dell’American Jewish Congress, Henry Siegman. Spero non lo accuserai di “fomentare odio tra le parti e fare disinformazione in modo eclatante e demagogico”.

    L’articolo e’ pubblicato sul quotidiano israeliano Haaretz:

    Israel’s Greatest Loss: Its Moral Imagination
    If a people who so recently experienced such unspeakable inhumanities cannot understand the injustice and suffering its territorial ambitions are inflicting, what hope is there for the rest of us?

    http://www.haaretz.com/jewish-world/israel-s-greatest-loss-its-moral-imagination-1.295600

  3. Io invece sono perfettamente d’accordo con Edoardo, a parte il fatto che a Gaza la situazione per i palestinesi è peggiorata enormemente da quando ha preso una certa fazione di integralisti islamici meglio nota come Hamas (la questione è molto complessa e non si può afforntare in modo così semplicistico come viene fatto in questo blog)..al di là di ciò non credo che sia sufficiente per Angelo addossare tutte le responsabilità agli Israeliani citando un paio di articoli (ricordo che ci sono anche giornalisti e intellettuali arabi che al contrario appoggiano Israele, per non dimenticare i numerosi giornalisti, intellettuali e storici di ogni credo e nazionalità). Non basta inserire un paio di link con alcune opinioni (e sottolineo opinioni) per screditare l’unica democrazia presente in medio-oriente: Israele.
    Ricordo che spesso chi semina odio verso Israele è mosso da sentimenti antisemiti e non da un reale interesse per i palestinesi. Spesso queste persone sono piene di fervore contro Israele ma non si scandalizzano mai per i razzi lanciati dal Libano contro gli Israeliani o per gli attentati terroristici islamici contro gli israeliani o per il fatto che molti paesi arabi non riconoscono a Israele neanche il diritto ad esistere. Spesso coloro che diffamano l’operato di Israele (paese in guerra da decenni contro paesi arabi che armano i terroristi islamici) non ricordano mai la quantità di ebrei espulsi dai paesi arabi e persegutati all’interno dei paesi arabi.
    Strano no?

  4. Non credo sia corretto proporre in un contesto come quello di questo blog anche solo un accenno a “sentimenti antisemiti”.
    E’ pericoloso e peggiora enormemente la situazione già drammatica di quel contesto, perchè crea immobilità, disagio e timore nell’esprimere critiche.
    Se, come dice Giacomo, Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente (avrei da dubitare a questo punto sulla sua definizione di democratico), credo che debba cominciare a dimostralo di fronte a tutta la comunità internazionale, che non sembra essere della sua stessa opinione (http://domino.un.org/unispal.nsf/0/33f2a0a73ab185db8525773e00525d05?OpenDocument)

  5. Rispondo a Giacomo.

    Non c’e’ dubbio che la questione sia molto complessa e lo spazio fisico per affrontare i vari argomenti, come avviene per tutti i blog, sia assai limitato. Questo non significa essere superficiali e sbrigativi. Per esempio, contrariamente a quanto afferma Giacomo, nel mio post su Gaza, una parte delle responsabilita’ della attuale situazione viene da me esplicitamente attribuita alla comunita’ internazionale.

    Riguardo al citare opinioni, delle 10 referenze riportate in quel post, soltanto una (l’ultima, quella che denuncia la responsabilita’ della comunita’ internazionale) esprime un’opinione personale. Le altre contengono fatti raccolti attraverso serie indagini e studi scientifici.

    Come giustamente implica Giacomo, e’ soltanto con i fatti che si puo’ legittimamente sostenere una posizione. Prendiamo allora l’esempio di Israele definita l”unica democrazia presente nel Medio Oriente’. Se ci limitiamo ai fatti, e usando fonti esclusivamente israeliane, troviamo che:

    • In Israele per la popolazione araba (che costituisce oltre il 20% del totale) vige un sistema scolastico separato e di qualita’ inferiore (http://abs.sagepub.com/cgi/content/abstract/49/8/1075)
    • Nonostante il livello di tassazione sia uguale per tutti, le citta’ e i villaggi palestinesi ricevono finanziamenti inferiori a quelli ebraici (http://www.jewishcurrents.org/2003-jan-muraskin.htm)
    • Il 93% della terra e’ per uso e a beneficio esclusivo della popolazione ebraica. La terra puo’ essere e viene effettivamente confiscata ai villaggi arabi e messa a disposizione della popolazione ebraica; non viceversa. (http://www.cohre.org/Israel)
    • Secondo un rapporto del Dipartimento di Stato statunitense, soltanto il 3% dei dipendenti pubblici in Israele sono arabi. (http://www.state.gov/g/drl/rls/hrrpt/2005/61690.htm) I cittadini arabi sono spesso discriminati non potendo accedere a spazi ricreativi, e altre strutture pubbliche frequentate dai cittadini ebrei. (Moshe Cohen-Eliya, Discrimination against Arabs in Israel in Public Accommodations, 36 N.Y.U. J. INT’L L. & POL. 717, 2004).
    • Nonostante 1 cittadino su 4 (24,6%) non sia ebreo (arabi e non arabi), (http://en.wikipedia.org/wiki/Demographics_of_Israel) lo Stato di Israele non possiede una Costituzione che protegga i loro diritti e dichiara apertamente di essere “lo Stato del popolo ebraico”. (http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/History/hatikva.html) Esiste un’ovvia contraddizione fra il dichiararsi uno Stato democratico (ossia di tutti i cittadini) e allo stesso tempo uno Stato ebraico (ossia soltanto degli ebrei).

    Tutto questo (e mi fermo qui per questioni di spazio) avviene all’interno dello Stato di Israele. Per il territorio palestinese occupato dal 1967, ossia la Cisgiordanaia e Gaza, e’ tutta un’altra storia.

    Tengo infine a precisare che denunciare, come fanno molte organizzazioni ebraiche israeliane, situazioni di ingiustizia dovute alle politiche portate avanti dai vari governi che hanno guidato lo Stato di Israele non significa seminare odio verso Israele, cosi’ come accusare di malefatte il governo Berlusconi non significa seminare odio verso l’Italia e gli italiani.

  6. Rattrista rendersi conto che di fronte a fatti documentati, che non accusano Israele tout court, ma documentano le conseguenze delle politiche del suo governo, fra l’altro non condivise da molti suoi cittadini, nonchè da moltissimi ebrei nella comuntà internazionale

    http://www.jewishvoiceforpeace.org

    alcune considerazioni piuttosto che riferirsi ai fatti in oggetto e alle riflessioni che questi suscitano, tirino in ballo l’antisemitismo e alludano a chi appoggia israele e chi no.

    Ben altro dovrebbe essere un atteggiamento “responsabile”.
    Per quanto mi riguarda significa, informarsi il più possibile in maniera indipendente, partecipare,andare a vedere con i propri occhi, condividere riflessioni e stimoli che siano di aiuto alla costruzione di una via possibile per la pace.

    Di questo si tratta, di questo ci si dovrebbe occupare. L’articolo giustamente documenta le responsabilità della comunità internazionale, incapace di promuovere iniziative politiche adeguate alla gravità della situazione, sia per quanto riguarda le sofferenze delle persone in carne ed ossa laggiù, sia per la pericolosità del conflitto in atto, che rischia di infiammare tutto il medioriente.
    E’ cinico, pericoloso ed inutile schierarsi da una parte o dall’altra, somiglia al tifo calcistico, c’è qualcuno che vince e qualcuno che perde, qui mi sembra stiamo perdendo tutti, quanto meno la ragione e l’equilibrio.
    Parole come ” appoggiare” Israele o ” addossare tutta la responsabilità ad Israele, come fa Angelo” nel post di Giacomo denotano questa pericolosa semplificazione.

    Ho sentito Amos Oz, con le mie orecchie stigmatizzare questo atteggiamento negli europei. Ha usato questa metafora: se arrivate sulla scena di un incidente e ci sono feriti cosa fate? Cominciate a litigare su chi ha ragione o torto o vi occupate di chi sta male?
    Ecco, anche se non apprezzo particolarmente alcune delle posizioni di Oz, mi trovo d’accordo con lui su questo. I feriti, le vittime, la popolazione civile, in questo caso, i bambini, vanno aiutati, ma come? Stando al loro fianco come esseri umani capaci di cuore e giudizio, neutrali nella misura in cui non neutralmente percepiamo dov’è la sofferenza, dove sono i più deboli. Sostenendo chi in Israele sta opponendosi coraggiosamente alle politiche aggressive e visibilmente autolesioniste di questo governo.

    Da JVFP:
    Jewish Voice for Peace provides a voice for Jews and allies who believe that peace in the Middle East will be achieved through justice and full equality for both Palestinians and Israelis.

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