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Caso Fiat, globalizzazione e salute

Inserito da on 24 gennaio 2011 – 08:196 commenti

Gavino Maciocco

Una globalizzazione che include nei processi di crescita economica masse crescenti di popolazione mondiale, facendole uscire da croniche condizioni di povertà assoluta, è possibile solo con un mercato globale senza regole e senza diritti?


Il caso Fiat, con le sue implicazioni economiche a tutto campo, con gli aspri conflitti che ha generato, con il suo saggio epilogo (“le tute blu hanno saputo calibrare il peso del loro ‘no’: abbastanza forte da rendere clamoroso il dissenso e non così forte da mettere a rischio la sopravvivenza della fabbrica”[1]), ha avuto il merito di mettere al centro dell’attenzione, e quindi costringere tutti a riflettere su, questioni in parte dimenticate (o rimosse), in parte mai seriamente affrontate.

Le questioni dimenticate, o rimosse (e che nonostante tutto rimangono nel retroscena), riguardano la fatica del lavoro manuale, del lavoro in fabbrica, alla catena di montaggio, e del suo rapporto con la salute. Una questione di cui da almeno 20 anni nessuno parlava più (se non in occasione di gravi, e pur frequenti, episodi mortali) o della quale, più recentemente, si debba discutere ma ritualmente, in modo compilativo ed auto giustificativo, per esaudire una norma europea che impone al datore di lavoro la “valutazione dello stress”. Sembrava, insomma, che le innovazioni tecnologiche e organizzative avessero in tutto o in larga parte risolto i problemi della fatica fisica, dei ritmi eccessivi e dell’ossessiva ripetitività delle mansioni.

Il caso Fiat ha riportato alla ribalta la questione e si scopre che l’accordo prevede tempi di lavoro più lunghi (anche turni di dieci ore) e ritmi più serrati (riduzione delle pause). Ed è significativo il fatto che il NO abbia maggiormente prevalso (1.536 NO contro 1.386 SI) nei reparti di montaggio, la classica linea con la scocca che scorre di fronte alle postazioni operaie, dove i margini di autonomia di chi vi lavora sono molto limitati e i vincoli molto forti (ogni mansione dura più o meno 90 secondi).

Ora è noto che condizioni lavorative in cui è forte la pressione (high job demands/high efforts) e scarsi o nulli sono i margini di autonomia e di controllo (low job control) favoriscono non solo la disaffezione nel lavoro, ma possono condurre a una più alta incidenza di disturbi psichici (ansia/depressione) e di malattie cardiovascolari, oltre che di infortuni sul posto di lavoro[2].

Per questo sarebbe auspicabile che i cancelli della Fiat si aprissero a una valutazione indipendente sullo stato di salute dei lavoratori, e sui futuri effetti sulla salute prodotti dai cambiamenti del contratto, mettendo alla prova, preliminarmente (come consigliano gli psicologi del lavoro più avvertiti) e non a consuntivo (con la solita sperimentazione in corpore vili) la contropartita unilateralmente offerta da Marchionne.

Inoltre, il caso Fiat ci ha costretti a confrontarci seriamente – nel merito e non per luoghi comuni – con la globalizzazione. Marchionne, quando nel giugno 2010 scoppiò la vertenza Pomigliano uscì con questa frase: “Io vivo nell’epoca del dopo Cristo; tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non mi riguarda e non mi interessa”. Per l’amministratore delegato della Fiat il “dopo Cristo” era evidentemente la globalizzazione della finanza, delle merci e del lavoro.

Su quell’affermazione Eugenio Scalfari compose uno dei suoi più lucidi e esplicativi editoriali domenicali, dal titolo, appunto, “A Pomigliano inizia l’epoca del dopo Cristo[3].

La globalizzazione, scrive Scalfari, “ha accentuato e radicalizzato la legge dei vasi comunicanti. Le grandezze economiche, come ovviamente per i liquidi, tendono a raggiungere lo stesso livello. Si livellano i rendimenti del capitale, i rapporti tra benessere e povertà, la produttività del lavoro e, naturalmente i salari. I salari dei paesi emergenti sono ancora molto bassi: dovranno gradualmente aumentare, ma lo faranno lentamente. I livelli dei salari nei paesi opulenti e di antica civiltà industriale sono molto alti, ma tenderanno a diminuire e questo fenomeno avverrà invece con notevole rapidità per consentire alle imprese manifatturiere di vendere le loro merci sui mercati mondiali a prezzi competitivi”. (…) “Chi pensa di fermare l’alta marea costruendo un muro che blocchi l’oceano non ha capito niente di quanto sta avvenendo nel mondo. Nello stesso modo non ha capito niente chi ritiene di bloccare la massa di migranti che abbandona i luoghi della povertà e preme per fare ingresso nei luoghi dell’opulenza. Quel tipo di muri può reggere qualche mese o qualche anno ma poi si sbriciolerà e il livellamento procederà”.

Eugenio Scalfari parla di vasi comunicanti destinati a produrre (nel tempo) un livellamento “globale”. Hans Rosling definisce questo processo con il termine “convergenza”: grandezze economiche, indicatori demografici e di salute nel tempo tendono globalmente a convergere (verso il meglio) – Vedi Risorsa. E’ un processo che è iniziato negli anni 60 del secolo scorso, ma che ha acquistato maggiore potenza e velocità dagli anni 80 in poi, con l’avvento della globalizzazione.

Si sono mossi dapprima gli indicatori demografici e di salute, interessando per prima l’Asia: si è ridotta la fertilità e si è allungata la vita (vedi le Figure 1 e 2 nel post La popolazione mondiale nel 2050). L’ Asia è stato anche il continente che ha maggiormente contribuito al processo di convergenza economica: negli anni 70 gran parte della popolazione asiatica viveva al di sotto della soglia dei 2 $ di reddito pro-capite al giorno (Figura 1) e su cento persone che nel mondo vivevano con un reddito inferiore a 1 $ pro-capite al giorno 76 erano asiatiche (e 11 africane). Negli decenni seguenti l’Asia (in particolare l’Asia orientale, con in testa la Cina) registra un netto incremento del reddito: centinaia di milioni di abitanti di quel continente escono dalla condizione di povertà assoluta e vanno a riempire un’area intermedia sempre più robusta (quella delle economie emergenti), compresa tra i due estremi: da una parte i ricchi paesi dell’OCSE, dall’altra i paesi poveri dell’Africa sub-sahariana (Figura 2). La Figura 3 mostra chiaramente come la riduzione della povertà abbia interessato in maniera molto differente le varie regioni del mondo: in Asia orientale la percentuale di abitanti con livelli di povertà estrema è passata nel periodo 1981-2004 dal 60 al 10%, mentre in Africa sub-sahariana nello stesso periodo la percentuale di popolazione che vive con meno di 1$ procapite al giorno è rimasta stazionaria (intorno al 45%).

Figura 1. Distribuzione della ricchezza nel mondo, 1970

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Figura 2. Distribuzione della ricchezza nel mondo, 2006

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Figura 3. Popolazione mondiale che vive con meno di 1 $ pro-capite al giorno. 1981 – 2004.

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La “convergenza” non è il solo volto della globalizzazione. Se da un lato la liberalizzazione dei mercati ha favorito il rapido sviluppo dell’economie emergenti e ridotto i livelli di povertà estrema nei paesi in via di sviluppo (passati complessivamente dal 46% al 27% dal 1990 al 2005), dall’altra ha dilatato le diseguaglianze, innescando anche uno processo di “divergenza”. A livello mondiale sono raddoppiate le differenze di reddito tra il 20% più ricco e il 20% più povero della popolazione, con un miliardo di persone di fatto escluso dalla partecipazione ai processi “globali” di sviluppo. Sono ovunque aumentate le diseguaglianze all’interno dei paesi, tra differenti classi sociali e tra differenti aree geografiche. In Cina le diseguaglianze nel reddito e nella salute sono enormi: una città come Shanghai ha livelli di mortalità infantile simili a quelli una metropoli europea, mentre un villaggio di una provincia occidentale cinese ha livelli pari a quelli di un paese africano.

Dunque il prezzo da pagare per la “convergenza” – per una globalizzazione che include nei processi di crescita economica masse crescenti di popolazione mondiale -, è la “divergenza” – ovvero una globalizzazione con poche regole, senza diritti e senza reti di protezione?

“La globalizzazione dell’economia e della finanza – scriveva Coburn in un saggio del 2000[4] – sta portando a una nuova fase del capitalismo in cui aumenta il potere degli affari e diminuisce l’autonomia degli stati: la conseguenza è lo strapotere delle dottrine e delle politiche del mercato. Il declino del potere della classe lavoratrice rispetto a quello del capitale “globale” è caratterizzato dall’attacco al welfare state, dal predominio degli interessi delle imprese. Tutto ciò è associato a una minore capacità di contrattare politiche egualitarie e universalistiche nel campo dell’istruzione, della previdenza e dell’assistenza sanitaria e determina inevitabilmente una più elevata disuguaglianza nel reddito, una minore coesione sociale e, direttamente o indirettamente, un peggiore stato di salute della popolazione”.

Concludiamo ritornando alle questioni di casa nostra, agli effetti della globalizzazione sulle società ricche che rischiano d’impoverirsi a causa del livellamento prodotto dai “vasi comunicanti”. E lo facciamo prendendo ancora una volta in prestito un brano dell’articolo di E. Scalfari.

“I Paesi opulenti, al loro interno, non sono affatto livellati per quanto riguarda la diffusione del benessere. Ci sono, nelle zone ricche del mondo, sacche di povertà impressionanti e diseguaglianze mai verificatesi prima con questa intensità. Voglio dire che la legge dei vasi comunicanti deve entrare in funzione dovunque e spetta alla politica rimuovere gli impedimenti che la bloccano. Perciò i sindacati e le forze di opposizione debbono spostare l’obiettivo. Le categorie svantaggiate e costrette a rinunciare ad una parte delle conquiste raggiunte nell’epoca “prima di Cristo” debbono recuperarle su altri piani e in altre forme nell’epoca del “dopo Cristo”. Debbono cioè impostare un piano globale di redistribuzione del reddito da chi più ha a chi meno ha.
Lo spostamento può avvenire in vari modi, manovrando soprattutto il fisco (ma non soltanto); sgravando il peso fiscale sui redditi di lavoro dipendente e sulle famiglie e finanziando la redistribuzione con maggior carico tributario sulle rendite, sui patrimoni e sui consumi opulenti.

Ci vuole insomma una politica a lungo raggio che rafforzi la coesione sociale, diminuisca le diseguaglianze, renda sopportabile il livellamento delle condizioni di lavoro compensando quei sacrifici con agevolazioni massicce anche in tema di servizi pubblici efficienti e gratuiti, finanziati da chi possiede mezzi in abbondanza.
Questa è a nostro avviso la linea da seguire,“buscando el levante por el ponente”, cioè mettendo a carico della società opulenta una parte dei sacrifici che la guerra tra poveri scarica sui deboli di casa nostra”.

Gavino Maciocco. Dipartimento di sanità pubblica, Università di Firenze.
Con un grazie a Franco Carnevale, medico del lavoro, per i preziosi suggerimenti.

Risorsa

Hans Rosling mostra le migliori statistiche mai viste | Video on TED.com

Bibliografia

  1. Griseri P. In quei no la saggezza delle tute blu. La Repubblica, 16.11.2011
  2. de Jonge J, Bosma H, Peter R, Siegrist J. Job strain, effort-reward imbalance and employee well-being: a large-scale cross-sectional study. Soc Sci Med. 2000 May; 50(9):1317-27.
  3. Scalfari E. A Pomigliano inizia l’epoca del dopo Cristo. La Repubblica, 20.06.2010
  4. Coburn D. Income inequality, social cohesion and health status of populations: the role of neo-liberalism.  Social Science & Medicine 51 (2000) 135 – 146.
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6 commenti »

  • Giorgio Tamburlini ha detto:

    Ottimo e calibrato commento, che starebbe bene in un programma politico di largo respiro (…). Vorrei solo menzionare, nell’ottica della auspicata globalizzazione dei diritti, che la sfida ed i rischi maggiori stanno, a mio avviso, nella sfasatura tra i tempi – già attuali – del prodursi delle conseguenze della globalizzazione produttiva, ed i tempi – di la da venire sia per il carattere autoritario di alcuni regimi, sia per il grande gap di informazione di grandi masse – della rivendicazione di diritti da parte di chi ora svolge la funzione di “crumiro oggettivo globale” e cioè da parte della gran massa globale di lavoratori che proprio perché ancora privi di diritti (e con poche compensazioni di welfare) mettono in difficoltà drammatiche chi quei diritti se li era conquistati con decenni di lotte. In questa sfasatura (di 10, 20, quanti anni?) c’è lo spazio per la catastrofe, economico-sociale ma anche politica, nel senso della sconfitta definitiva di un modello non autoritario di dialettica politica. Chi plaude al “nuovo modello di relazioni industriali” plaude forse, non so quanto inconsapevolmente, anche alla fine del modello istituzionale europeo (fine che in Italia appare più prossima che altrove).

  • Adriano Cattaneo ha detto:

    Ottimo. Sul tema convergenza/divergenza vorrei segnalare un articolo appena uscito: Clark R. World health inequality: convergence, divergence, development. Soc Sci Med 2011 (doi:10.1016/j.socscimed.2010.12.008, perchè non è ancora uscito a stampa). L’autore analizza la relazione tra PIL, speranza di vita alla nascita e mortalità infantile in 163 paesi tra il 1980 e il 2005. In relazione all’aumento del PIL nota che lo sviluppo (che noi chiameremmo crescita economica) si associa a una convergenza nella speranza di vita alla nascita (il gap tra ricchi e poveri diminuisce) ma a una divergenza nella mortalità infantile (il gap tra ricchi e poveri aumenta, o meglio la mortalità infantile diminuisce più rapidamente nei paesi ricchi che in quelli poveri). Possibile spiegazione: durante la fase di industrializzazione rapida tipica delle crescite economiche a due cifre, piccole fasce di popolazione hanno enormi miglioramenti di mortalità infantile, e quindi di speranza di vita media della popolazione, mentre grandi fasce (soprattutto rurali) restano indietro e migliorano di poco o nulla la mortalità infantile, che perciò nella media nazionale resta alta o diminuisce di poco. Se così fosse, la divergenza economica (poche regole, niente diritti, niente reti di protezione) si rifletterebbe anche in una divergenza di salute, per lo meno tra i più deboli come i bambini. A tal punto da far regredire anche la nostra mortalità infantile? non lo so, ma certo sarebbe bene applicare qualche precauzione per evitare che così sia. Una ragione in più per “spostare l’obiettivo” e per farlo il più presto possibile; ma non so sindacati e forze di opposizione si rendano conto di questa urgenza.

  • Gianfranco Tarsitani ha detto:

    Una straordinaria lettura che dà argomenti e inquadramento razionale al sordo e inespresso rancore con cui molti di noi hanno vissuto il caso Fiat

  • Carlo Resti ha detto:

    Lucida analisi e ottima sintesi che meriterebbe una più ampia platea come riflessione su globalizzazione e sistemi politici (anche per chi non conosce saluteinternazionale.info).
    Come si evince dalle conclusioni, è la politica che sta fallendo. Non è più oggi sano interesse e disinteressata premura per la “polis”. Così trionfano individualismi e mercatismo.
    Ad ogni segno di “convergenza” (tra le crescite medie annuali dei PIL delle dieci economiei più dinamiche del mondo, ci sono ben 6 leoni ruggenti africani, con Cina e tre nuovi tigri asiatiche) va ricordata una “divergenza” dovuta al peso della globalizzazione su quell’ultimo miliardo che ha perso il treno dell’economia mondiale (Paul Collier, The Bottom Billion, 2008)e che vive per lo più in quei Paesi affetti da una o più delle 4 trappole dello sviluppo: conflitti o vicinanza a Paesi in conflitto, malgoverno, risorse naturali da monoeconomia tipo petrolio, assenza di sbocco al mare.
    Vivremo in un mondo sempre più pericoloso?

  • Fabio Manenti ha detto:

    Ottima e lucida sintesi che pone l’accento sulle reali responsabilità dei governi, dei sindacati e delle forze di opposizione nel promuovere le azioni necessarie per controllare che gli effetti collaterali “negativi” di una globalizzazione senza regole non ricadano come sempre sui piu’ deboli. Responsabilità o meglio rischi che si stanno correndo ma di cui forse, politici e sindacati, non si rendono nemmeno conto (anche perche’ sappiamo bene il livello dei nostri politici, anche di opposizione..).
    Aggiungerei modestamente (non so se qualcuno abbia già fatto queste considerazioni) alla riflessione, partita dal caso Fiat, che il modello di sviluppo proposto consiste nel produrre non solo altre auto (di cui forse non ne abbiamo proprio cosi’ bisogno o per lo meno andrebbe quantificato in che misura “davvero” necessarie) ma dei SUV, veicoli piu’ costosi e piu’ inquinanti: e’ questo lo sviluppo di cui abbiamo bisogno? oltre agli effetti sulla salute delle condizioni di lavoro, non andrebbe anche messo in discussione il “tipo” di lavoro e quindi il modello stesso di cosa intendiamo per sviluppo?

  • Dr M. Gagliano ha detto:

    Bene, se amettiamo che le società complesse obbediscono a leggi più o meno immutabili, il punto che nello stadio attuale di sviluppo servono schiavi, per ora umani, poi, se sarà possibile, artificiali.
    E in fondo dai tempi della Repubblica Romana, un progresso c’è stato: gli schiavi che si ribellano non vengono più crocefissi lungo la via Salaria (per ora, almeno)!!!!

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