Vaiolo: un consenso che si fa attendere da oltre 30 anni

Chiara Bodini, Ilaria Camplone
Nella giornata di ieri ha suscitato molto interesse la discussione relativa alla distruzione delle esistenti riserve di virus del vaiolo.

Tra i temi in agenda ieri, come prevedibile fin dall’intervento fatto dagli Stati Uniti nella seduta plenaria del primo giorno (vedi anche il post del 17 maggio 2011), ciò che ha suscitato il maggiore interesse è stata la discussione relativa alla distruzione delle esistenti riserve di virus del vaiolo.

Già nel 1977, dopo estese campagne vaccinali realizzate grazie a uno sforzo internazionale coordinato dall’OMS, il vaiolo era stato dichiarato eliminato. Pochi anni dopo la malattia venne considerata eradicata e l’OMS approvò una risoluzione in base alla quale tutti i rimanenti stock di virus vivo dovevano essere distrutti o trasferiti in due laboratori di riferimento, localizzati rispettivamente in Russia e negli Stati Uniti.

Nel 1986, considerata la scomparsa della malattia e l’esistenza di un efficace vaccino (che viene realizzato a partire da un ceppo virale simile, ma molto meno pericoloso), esperti internazionali consigliarono la completa distruzione dei rimanenti depositi di virus vivo, decisione che fu fatta propria dall’Assemblea OMS nello stesso anno. Il razionale era quello di prevenire la fuoriuscita di virus, accidentale o intenzionale, dai laboratori che lo conservavano (da notare, al proposito, che l’ultimo caso di vaiolo registrato è avvenuto nel 1978 proprio per un incidente di laboratorio). Successive risoluzioni dell’OMS raccomandarono di stabilire una data per la distruzione dei ceppi virali, ma la decisione fu a più riprese posposta al fine di consentire ulteriori attività di ricerca volte a realizzare nuovi e più sicuri vaccini, metodi diagnostici più sensibili e rapidi e – in tempi più recenti – lo sviluppo di farmaci antivirali.

Nel 2002, un’altra risoluzione autorizzò la continuazione delle attività di ricerca purché temporalmente limitate, orientate a risultati concreti e soggette a revisione e rivalutazione periodica. Anche in quell’occasione venne ribadita la necessità di stabilire una data definitiva per la distruzione del virus.

Nel 2007, l’Assemblea OMS avviò un programma di revisione dei risultati raggiunti, con l’obiettivo di arrivare nel 2010 a una valutazione complessiva dei rischi e dei benefici relativi al mantenimento del virus. Il rapporto finale di tale programma, e di una concomitante revisione esterna realizzata da esperti indipendenti, è stato presentato ai Paesi membri in tempo utile per giungere, nel corso della presente Assemblea, a un consenso sulla tempistica della distruzione del virus.

In discussione ieri è stata presentata una risoluzione, promossa dagli Stati Uniti e co-promossa da 26 altri Paesi (tra cui l’Italia), che – pur riaffermando la necessità di distruggere tutti i rimanenti depositi di virus – rimanda la decisione e consente di continuare le attività di ricerca nei due laboratori autorizzati. Inoltre, richiede ai Paesi membri di confermare – entro il 2012 – l’avvenuta distruzione di eventuali giacenze virali, ovvero il loro trasferimento nei suddetti laboratori. Infine, propone una rivalutazione tra cinque anni dello stato delle ricerche, finalizzata a stabilire l’esistenza o meno delle condizioni per poter procedere alla definitiva distruzione anche nei laboratori di riferimento. Le argomentazioni a favore di questa ulteriore proroga, rispetto a una decisione che attende di essere resa operativa da oltre 30 anni, sono legate alla possibilità che esistano laboratori – più o meno “ufficiali” – che ancora detengono ceppi di virus del vaiolo, e che vi possano essere contagi, ad alto potenziale epidemico, per cause intenzionali o accidentali. Inoltre, tra gli esiti delle ricerche condotte vi è stato anche il sequenziamento del genoma virale, che potenzialmente apre la strada a una sua sintesi in laboratorio per finalità di bioterrorismo. Infine, i sostenitori della risoluzione affermano che – benché la ricerca abbia fatto notevoli progressi – sono necessari ulteriori studi al fine di mettere a punto vaccini più sicuri e, soprattutto, farmaci antivirali efficaci.

In favore della risoluzione si sono espressi tutti i Paesi ad alto reddito, e altri a medio e basso reddito, evidenziando in taluni casi la contrarietà alla distruzione del virus in questo momento e la necessità di condurre nuove ricerche, in altri l’opportunità di raccogliere evidenze che possano – in un tempo stabilito – fornire le basi per una decisione. Curiosamente, si sono espressi con grande determinazione in favore della risoluzione Paesi che sono intervenuti poco o per nulla su temi ben più rilevanti, come Estonia e Lesotho. Su posizioni opposte molti Paesi a basso o medio reddito, in particolare l’Iran, che ha parlato in nome dei Paesi del Mediterraneo orientale, e poi Thailandia, Cina, Bangladesh, Malesia, Indonesia, Bolivia, Zimbabwe. In un apparente paradosso, che però svela la natura molto politica e molto poco scientifica della discussione, diverse delle ragioni usate da una parte per giustificare il mantenimento del virus sono state portate a favore della sua distruzione. In particolare, il fatto che proprio il suo mantenimento rappresenti la principale – e in questo momento più concreta – fonte di pericolo per una diffusione epidemica. Inoltre, gli esistenti strumenti di prevenzione, diagnostici e terapeutici sono stati descritti come sicuri e adeguati a proteggere la salute pubblica nel caso di un contagio diffuso. In concreto, i Paesi contrari alla risoluzione hanno chiesto che i programmi di ricerca vengano interrotti, che si stabiliscano regole per garantire pari accessibilità ai risultati finora ottenuti, che vengano proibite le attività di ingegneria genetica sul virus, che si stabiliscano meccanismi trasparenti per monitorarne la distruzione. Tra le posizioni nettamente contro la risoluzione, da registrare anche quella presentata congiuntamente da 34 associazioni della società civile.

Curiosa la posizione di Paesi come India, Filippine, Arabia Saudita, Yemen, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Nigeria, che si sono espressi con interventi piuttosto ambigui e “cerchiobottisti”, sottolineando l’importanza di giungere a un consenso sulla tempistica per la distruzione del virus, ma contemplando al tempo stesso la possibilità di una proroga per i programmi di ricerca. Posizioni aperte a possibili evoluzioni in un senso o nell’altro.

Nonostante la costituzione di un gruppo di lavoro informale guidato dall’India, che ha lavorato tutto il pomeriggio parallelamente ai lavori regolari – a porte chiuse – alla ricerca di un consenso, gli Stati Uniti non hanno ceduto nulla e la giornata si è chiusa con questo punto in sospeso. Nell’ipotesi – improbabile – di una votazione, l’Iran ha richiesto il voto segreto, che a sua volta deve però essere indetto a maggioranza per alzata di mano.

Forse, chi ha lasciato intendere di più sulla natura dell’intero processo, e più in generale sulle regole non scritte che sottendono a gran parte del funzionamento dell’Assemblea, è stato chi – rimasto fuori dai giochi – non si è espresso. In particolare numerosi piccoli Paesi, soprattutto africani. Smarriti nella discussione, in assenza di negoziazioni preventive che garantissero un allineamento “sicuro” da una parte o dall’altra, i delegati di questi Paesi hanno lasciato l’aula prima che si paventasse l’eventualità di una votazione. Nei corridoi sono però stati tempestivamente raggiunti da emissari delle parti in causa, pronte a offrire delucidazioni tecniche e, più o meno esplicitamente, altre e forse più efficaci argomentazioni.

Gli scenari sui possibili sviluppi sono ancora aperti, ma le voci più esperte dicono che tutto sarà – per l’ennesima volta dagli anni ’80 ad oggi – rimandato alla prossima Assemblea. Tra le regole non scritte c’è infatti anche quella di non arrivare al voto, ma cercare sempre e comunque una negoziazione. L’impressione però è che, tra i complessi intrighi di palazzo e i relativi giochi di potere, le ragioni della salute pubblica (e del buonsenso) stabilite oltre 30 anni fa siano l’ultima cosa che veramente conta.

Chiara Bodini, Ilaria Camplone. Centro Studi e Ricerche in Salute Internazionale e Interculturale, Università di Bologna.

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