Rapporto Unicef: bambini e adolescenti ai margini

Valeria Confalonieri

La disuguaglianza è una questione critica non solo per milioni di bambini di oggi ma per il futuro economico e sociale dei loro paesi. L’Italia in coda nella classifica dei 24 paesi più ricchi. “La reale misura della situazione di una nazione è il modo in cui questa si prende cura dei suoi bambini e dei suoi adolescenti, della loro salute e sicurezza, della loro protezione materiale, della loro istruzione e socializzazione, e del loro sentirsi amati, apprezzati e inclusi nelle famiglie e nelle società in cui sono nati”.
Questa la premessa, da cui parte la serie delle Report Card, e la numero 9, di UNICEF, Centro di Ricerca Innocenti sviluppa un’analisi di quanto messo in atto dai diversi paesi dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), in cui non c’è alibi per l’eventuale insuccesso o parziale successo delle politiche adottate per offrire all’infanzia le condizioni di vita e sviluppo migliori.
I termini di riferimento e confronto non sono risultati teorici o mete tanto ambite quanto, forse, irraggiungibili, e comunque non in breve tempo. Il termine di paragone è quanto già raggiunto in altri Stati, più precisamente la mediana dei risultati ottenuti, e, quindi, neanche il livello massimo raggiungibile. Questo perché la domanda posta, cui vengono forniti elementi per rispondere, non è quale livello si potrebbe raggiungere, ma quanto un paese è rimasto indietro rispetto agli altri, e dunque rispetto a quello che avrebbe potuto fare, non prestando la dovuta attenzione ai suoi bambini.

I termini complessivi della disuguaglianza

L’attenzione è mirata alle differenze nel benessere dei bambini nei 24 paesi più ricchi nel mondo. In particolare, lo stato di benessere è stato misurato osservando tre parametri: il benessere materiale, l’istruzione e la salute. Tutti i parametri sono interconnessi fra di loro e, come si vedrà in seguito, ulteriormente suddivisi per ottenere il quadro più completo possibile di quanto offerto, o negato, nel futuro, sulla base di quanto disponibile nell’infanzia ed età dello sviluppo.

La raccolta e analisi dei dati si è posta sempre la stessa domanda, per ognuno dei parametri e in ogni paese: “fino a che punto si tollera che i bambini più svantaggiati rimangano indietro?”. E dall’insieme globale dei dati raccolti le nazioni ai primi posti nell’attenzione a un ugual benessere dei bambini sono Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi e Svizzera, mentre l’Italia occupa le ultime posizioni della classifica, insieme a Grecia e Stati Uniti, paesi che ‘accettano’ le disuguaglianze maggiori per i loro bambini.

 

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Figura 1b. La graduatoria generale

La Fig. 1b classifica i 24 paesi OCSE in gruppi che riflettono i risultati da essi  conseguiti nella disuguaglianza in tre dimensioni di benessere dei bambini. Ad ogni paese, per ogni dimensione di benessere, sono stati assegnati tre punti per un risultato migliore alla media OCSE, due punti per un risultato corrispondente o vicino alla media OCSE, e un punto per un risultato peggiore alla media (per le definizioni si veda la nota). All’interno di ciascun gruppo i paesi sono riportati in ordine alfabetico.

 

 

 

 

Viene sottolineato come  “L’idea che la disuguaglianza sia giustificata in quanto riflesso delle differenze di merito non può essere ragionevolmente applicata ai bambini”. Non è una loro responsabilità né dipende da loro avere condizioni materiali di benessere maggiore o minore, o crescere in condizioni di povertà con fattori che possono influenzareora  le loro possibilità di apprendimento, poi di reddito nell’età adulta.

E’ una responsabilità dei governi mettere in atto strategie che offrano a tutti i bambini le stesse opportunità di crescita, di sviluppo, di porre le basi per il proprio futuro. Le analisi riportate dal rapporto mostrano infatti, come ricordato all’inizio, non la distanza fra il punto più alto e quello più basso di una specifica prestazione, bensì fra il livello mediano, considerato dunque raggiungibile, e quello più basso: “Il valore mediano (…) rappresenta quello che è considerato normale in una data società; e rimanere distanziati più di un certo grado rispetto alla mediana comporta un rischio di esclusione sociale”. Se un certo grado di disuguaglianza fra e all’interno dei paesi ci sarà sempre, il rapporto offre dati per rispondere alla domanda: “Esiste un punto oltre il quale il ‘divario’ non è inevitabile ma dipende dalle politiche; non solo, è evitabile ma anche inaccettabile; e non rappresenta una disuguaglianza ma un’ingiustizia?”.

Una povertà non solo di reddito

Per valutare il benessere materiale non è stato considerato solo il reddito della famiglia, che fornisce una visione limitativa dello stato di povertà, ma anche l’accesso a risorse di base per l’istruzione e le condizioni abitative.
Paragonando i Paesi è stato fatto il confronto fra 10° e 50° percentile, nel caso del reddito, e il divario di punteggio fra mediana e media dei risultati al di sotto della mediana per gli altri due indicatori.
Nel caso del reddito, in famiglie con bambini fra 0 e 17 anni, l’Italia si trova agli ultimi posti seguita solo da Canada, Spagna, Portogallo e Grecia. Il valore più basso di diseguaglianza nei redditi è invece raggiunto dalla Norvegia, seguita a ruota dalla Danimarca.
Guardando alle risorse di base per l’istruzione, è stata considerata la disponibilità per ragazzi di 15 anni (dati del 2006 del Programma per la valutazione internazionale degli studenti-PISA) di scrivania, posto tranquillo per studiare, computer per i compiti e software didattico, internet, calcolatrice, dizionario e libri di testo. Il vertice spetta questa volta alla Danimarca, seguita da Svizzera e Paesi Bassi. Ne esce meglio in questo caso l’Italia, al nono posto, mentre le disuguaglianze maggiori sono registrate in Regno Unito, Grecia e Slovacchia. Infine, per l’abitazione, è stato considerato il numero di stanze per persona in famiglie con bambini fra 0 e 17 anni, e l’Italia scivola nuovamente in basso, addirittura nella penultima posizione, seguita soltanto dall’Ungheria, mentre svetta in prima posizione l’Islanda, seguita da Germania e Svizzera. Unendo in un unico grafico i tre indicatori di benessere materiale rimangono saldamente alle prime posizioni Svizzera, Islanda e Paesi Bassi, mentre ultimi sono Ungheria, Stati Uniti e Slovacchia. L’Italia resta ben al di sotto della media OCSE (dunque con disuguaglianze maggiori della media), e solo quattro paesi hanno prestazioni peggiori.

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Figura 2e. Disuguaglianza nel benessere materiale: il contributo dei singoli indicatori

La Fig. 2e presenta le stesse informazioni della Fig. 2d, ma mostra i contributi individuali alla disuguaglianza dei tre indicatori utilizzati.
Per ciascun indicatore, la lunghezza della barra rappresenta la distanza di ogni paese al di sopra o al di sotto della media OCSE 24 (sempre misurata in deviazioni standard al di sopra o al di sotto di tale media). La disaggregazione permette ai paesi di constatare quali siano i propri punti di forza e di debolezza.

 

 

 

 

 

Le differenze nell’istruzione

Il tema dell’istruzione viene affrontato sulla base dei risultati ottenuti in lettura, matematica e scienze di ragazzi di 15 anni (dati sempre dello studio PISA) e la disuguaglianza è data dal divario fra il 10° e il 50° percentile. Per quanto riguarda la lettura, l’Italia è addirittura penultima (ultimo il Belgio), quintultima in matematica (seguita da Francia, Repubblica Ceca, Austria e Belgio), mentre risale qualche posizione in scienze (ma sempre oltre nella metà della classifica con risultati più negativi). In tutti e tre i parametri la Finlandia invece rimane saldamente in prima posizione. La visione d’insieme delle tre competenze conferma le differenze minori in Finlandia, mentre l’Italia è molto in basso, seguita solo da Austria, Francia e Belgio.

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Figura3e. Disuguaglianza nell’istruzione: il contributo dei singoli indicatori

La Figura 3e presenta le stesse informazioni della Fig. 3d, ma mostra i contributi individuali alla disuguaglianza dei tre indicatori utilizzati. Per ciascun indicatore, la lunghezza della barra rappresenta la distanza di ogni paese al di sopra o al di sotto della media OCSE 24 (sempre misurata in deviazioni standard al di sopra o al di sotto di tale media). La disaggregazione permette ai paesi di constatare i propri punti di forza e di debolezza.

 

 

 

Rispetto alle disuguaglianze rilevate per l’istruzione, il rapporto sottolinea come il divario non sia collegabile alle diverse capacità naturali: “gli studenti con i risultati più scarsi in Finlandia, Irlanda e Canada hanno probabilità assai inferiori di rimanere molto indietro rispetto ai loro coetanei in confronto a quanto avviene per gli studenti in Austria, in Francia o in Belgio. Il profilo della disuguaglianza nei risultati scolastici è perciò il riflesso di qualcosa di più che la sorte della nascita e delle circostanze”. Viene quindi puntata l’attenzione sulla possibilità che tali differenze derivino da minori o maggiori sforzi nei confronti delle differenze socio-economiche, dall’attenzione politica. Inoltre, rispetto alla discussione se investire su studenti con rendimento più basso o sulle potenzialità dei più bravi, il rapporto mostra la mancanza di relazione tra maggiore disuguaglianza e migliore prestazione del livello mediano: “I due paesi con la minore disuguaglianza nella parte inferiore della distribuzione nelle competenze nella lettura, la Finlandia e la Corea del Sud, sono anche i due paesi con i più alti livelli mediani nei risultati del test”. E si vede come i paesi con il rendimento migliore in linea di massima sono anche quelli con i livelli inferiori di disuguaglianza: seguire gli studenti che fanno più fatica non penalizzerebbe, facendoli rimanere indietro, quelli più bravi.

 

Il divario nella salute

Anche per la salute vi sono tre indicatori: problemi di salute riportati da adolescenti (mal di testa, mal di stomaco, senso di spossatezza, irritabilità, cattivo umore, nervosismo, fatica ad addormentarsi, senso di vertigine), alimentazione sana e attività fisica. I dati sono stati ricavati dall’indagine Health Beahaviour in School-aged Children, Comportamenti di salute nei bambini in età scolare, ciclo 2005-2006) ed è stato valutato il divario fra punteggio mediano e punteggio medio al di sotto della mediana. L’Italia si trova sempre nella fascia bassa delle distribuzione, con disuguaglianze maggiori rispetto alla media OCSE per tutti e tre gli indicatori, e nella classifica generale è addirittura penultima, seguita soltanto dall’Ungheria, mentre i Paesi Bassi sono sempre al primo posto .

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Figura 4e. Disuguaglianza nella salute: il contributo dei singoli indicatori

La Figura 4e presenta le stesse informazioni della Fig. 4d, mostrando però l’incidenza individuale dei tre indicatori utilizzati. Per ciascun indicatore, la
lunghezza della barra rappresenta la distanza di ogni paese al di sopra o al di sotto della media OCSE 24 (sempre misurata  in deviazioni standard al di sopra o al di sotto di tale media).

La disaggregazione permette ai paesi di prendere atto dei propri punti di forza e di debolezza.

 

 

 

Al di là dei dati numerici

Realizzate le analisi, messa nero su bianco l’entità della differenza accettata, per lo meno al momento, da ogni paese per i suoi bambini e quanto viene tollerato che rimangano indietro, la seconda parte del rapporto entra nel merito delle diverse azioni attuabili per arrivare a un’equità (o per lo meno alla minore disuguaglianza possibile, sempre tenendo conto dei diversi ambiti, istruzione, salute e reddito, seppur interconnessi e correlati). Per esempio,  le politiche di ammissione alla scuola possono cambiare i divari evidenziati, e la combinazione di due diversi approcci – quali aumentare le prestazioni delle scuole di stato socio-economico basso ed evitare la concentrazione degli alunni di ambienti svantaggiati in queste scuole – viene indicata come necessaria in quei paesi con grande diseguaglianza, fra cui l’Italia. O ancora, per la salute, emerge come il rischio rappresentato da una bassa condizione socio-economica o da bassi livelli di istruzione dei genitori possa essere molto diverso da un paese all’altro. Infine, viene dato ampio spazio al tema del reddito e al ruolo delle politiche volte a ridurre la povertà infantile, evidenziando anche come l’intervento dei governi abbia un impatto, in senso migliorativo, sulla povertà infantile, ma con risultati molto diversi da paese a paese (in Italia l’effetto delle politiche governative sulla povertà è quasi nullo).

 

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Fig. 5b Povertà infantile e spesa pubblica per le famiglie
Il grafico mostra il numero assoluto di bambini che vivono al di sotto della linea di povertà nazionale, prima e dopo l’intervento del governo attraverso il prelievo fiscale e i trasferimenti monetari.

 

 

 

In conclusione

“(…) il rapporto sostiene che la disuguaglianza è una questione critica non solo per milioni di bambini di oggi ma per il futuro economico e sociale dei loro paesi” si legge nelle conclusioni. (…) senza uno sforzo per contrastare il divario evitabile tra i bambini nelle diverse dimensioni della loro vita, una ingiustizia fondamentale continuerà a gettare vergogna sulle nostre pretese di pari opportunità, e la nostra società continuerà a pagarne il prezzo”.

Valeria Confalonieri, Fondazione Ivo de Carneri onlus, Milano. 
Osservatorio Italiano Salute Globale (OISG)

Risorsa

UNICEF (2010). Bambini e adolescenti ai margini: un quadro comparativo
sulla disuguaglianza nel benessere dei bambini nei paesi ricchi
[PDF: 1,4 Mb].  Innocenti Report Card 9, Centro di Ricerca Innocenti dell’UNICEF, Firenze.

 

 

 


 

2 commenti

  1. Grzaie per la agile e chiara sintesi; mi preme sottolineare quanto, non solo sulla base di dati internazionali (vedi Rapporto sui Sociaa Determinants, ed una nuova serie di Lancet su Early childhood development che sarà pubblicata tra poco) tutte queste diseguaglianze si stabiliscano precocemente, e quanto più precocemente si stabiliscono meno sono reversibili: per darvi una idea dati di una nostra ricerca di qualche anno fa indicano che sia l’utilizzo di buone pratiche di salute che l’ambiente familiare (di cui si misura la capacità di supporto nei confornti del bambino sono già nettamente peggiori tra i figli di madri a rischio (bassa educazione, immigrazione recente, single senza supporto)che tra la popolazione generale A SEI MESI.
    Quindi interventi e politiche devono indirizzarsi al periodo prenatale e ai primi tre anni di vita, dove tra l’altro il ritorno economico degli investimenti fatti è anche molto maggiore rispetto alle età successive. Deve essere, in pratica, un punto importante di una agenda di governo sia nazionale che locale.
    Occorre anche che tutto questo si sappia, affinchè la “società civile” dia il suo contributo, sia nel chiedere che sia fatto sia nel fare.

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