Una storia di ordinaria violenza: il caso di Hebron

Ilaria Camplone, Aya Manaa

Colonie israeliane in Cisgiordania: troppo spesso solo una eco dal telegiornale o una faccenda di politica internazionale. Ma cosa comporta la loro presenza nella vita quotidiana della comunità? Quali gli effetti sulla salute e sui suoi determinanti?


 

Ho voluto indagarlo di persona, nel 2009, in sinergia con l’associazione israeliana Physicians for Human Rights (PHR)[1].

Dal lavoro di ricerca-azione e in collaborazione con il legale di PHR è nato uno caso di studio che ha informato un appello all’Alta Corte di Giustizia israeliana.

Una storio-geografia complicata

Hebron si trova nel sud della Cisgiordania, nel Territorio Palestinese Occupato (TPO). Una linea virtuale e barriere fisiche spaccano a metà la città nel cuore del suo mercato principale, separando il nuovo distretto commerciale – zona H1 -, dalla città vecchia – zona H2 – sede dell’antico souq e dei luoghi religiosi sacri ad entrambe le religioni, ebraica ed islamica.

Gli accordi di Oslo[2], negli anni ’90, infatti divisero la città in due parti: una dove vivono circa 160 mila palestinesi, controllata dall’autorità palestinese (H1), l’altra sotto giurisdizione militare e amministrativa israeliana (H2), abitata da 40 mila palestinesi e circa 500 coloni ebrei. Questi ultimi vivono incistati – è proprio il caso di dirlo – all’interno della città vecchia in quattro insediamenti (ognuno corrisponde approssimativamente ad un edificio) protetti da 1500 soldati israeliani. Alle porte della città, subito fuori dalla zona H2, si trovano altre tre colonie, dove vivono in totale 7000 persone. Tra queste la più rilevante per grandezza e fama è Kyriat Arba, la prima colonia fondata in Cisgiordania all’indomani della “Guerra dei sei giorni” nel 1967.

 

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Che cosa sono le colonie? Chi le abita?

Le colonie israeliane sono insediamenti all’interno dei territori palestinesi. Appaiono all’occhio di un visitatore come dei verdi centri residenziali localizzati sulle alture di tutta la Cisgiordania e circondati da alte recinzioni da cui svettano i tetti aguzzi dei villini a schiera tutti uguali. Le colonie sono l’oggetto principale del dibattito politico in atto e rappresentano una delle più grandi barriere alla soluzione del conflitto Israelo-Palestinese. Sono considerate illegali dal diritto internazionale, che proibisce il trasferimento di civili della potenza occupante nei territori occupati militarmente (IV Convenzione di Ginevra), ma nonostante molti organismi, tra cui l’ONU e la Corte di Giustizia Internazionale, si siano espressi sulla loro illegittimità, continuano ad espandersi a un ritmo addirittura maggiore del tasso di crescita annuo dei centri urbani israeliani (4,5% contro 1,5%)[3].

Ma le colonie sono molto di più.

In primo luogo rappresentano il principale strumento di controllo politico e territoriale. Nel loro complesso formano 149 enclavi che frammentano il TPO e limitano di gran lunga il movimento di uomini e beni palestinesi. Insieme al muro di separazione e alla rete stradale in cui il transito è permesso soltanto agli israeliani, le colonie sottraggono ai palestinesi più del 38% del territorio cisgiordano[4]. In secondo luogo, permettono a Israele di controllare le risorse naturali, soprattutto quelle idriche. Nel 1967 Israele ha nazionalizzato i bacini acquiferi del TPO[5] appropriandosi di due terzi della sua acqua. Le colonie sono state strategiche in questa operazione perché hanno permesso ad Israele di attingere alle acque delle falde profonde e mantenerne il controllo. Il risultato è che il consumo medio palestinese è di circa 4 volte inferiore a quello dei coloni israeliani, con estremi nel governorato di Hebron dove il consumo giornaliero pro-capite di un colono è di 547 litri, contro 58 litri del suo confinante palestinese[6].

Eppure le colonie non sono tutte uguali e non sono uguali le motivazioni di coloro che le abitano. Una parte dei coloni è spinta semplicemente dalla convenienza economica: il costo della vita in Cisgiordania è inferiore e, qualsiasi governo sia stato al potere, gli incentivi fiscali non sono mai mancati. Altra storia è invece quella dei “coloni ideologici”, i quali all’indomani della guerra del ’67 hanno iniziato una pianificata e violenta colonizzazione del territorio. Si tratta di ebrei ultra-religiosi e nazionalisti che si ritengono mandati direttamente da Dio a “ri-conquistare” le sacre terre di Giudea e Samaria (ndr Cisgiordania) e che per raggiungere i loro scopi non si astengono dall’utilizzare atti intimidatori o francamente terroristici. Sono riuniti nel movimento “Gush Emunin” (blocco dei fedeli), il cui primo leader è stato il rabbino Moshe Levinger, fondatore degli insediamenti di Hebron. Dal Gush Emunin è emerso negli anni il movimento estremista Kakh, in seguito dichiarato illegale dalla stessa corte di giustizia israeliana per razzismo e terrorismo. Membro di Kakh era anche Baruch Goldstein, colono di Kyriat Arba, medico originario di Brooklyn, che nel 1994 irruppe nella moschea di Hebron aprendo il fuoco sui fedeli in preghiera. Per aver massacrato 29 palestinesi e ferito altri 125, oggi Goldstein riposa nella tomba-mausoleo dedicata “al santo che ha dato la sua vita per il popolo ebraico, per la Torah e per la nazione di Israele”.

 

Hebron: un caso di studio o un caso (in)umano?

Hebron è uno dei luoghi più estremi della Cisgiordania e, sebbene forse non esemplificativa della realtà coloniale nel suo complesso, è stata scelta come oggetto di ricerca per dare voce e supporto alla negletta popolazione palestinese che vive nella zona e per studiare da vicino un movimento politico che sta infiltrando sempre più le istituzioni israeliane.

La peculiarità di Hebron risiede in due caratteristiche: la presenza dei coloni israeliani nel cuore di una città densamente popolata da palestinesi e la loro particolare aggressività[7].

Come effetto della presenza dei coloni, per consentire a poche centinaia di ebrei di condurre una routine quotidiana, l’esercito israeliano sottopone migliaia di palestinesi a rigidissime restrizioni delle principali libertà. Il movimento è severamente limitata dal sistema di “closure” che in un’area di 2-3 kmq conta 122 posti di blocco[8] e vieta ai veicoli palestinesi (inclusi mezzi pubblici e ambulanze) di circolare nelle strade, in alcune delle quali, le più centrali, è proibito loro anche di camminare. Ecco così che Shuhada Street, l’arteria centrale che una volta connetteva il souk ai luoghi di culto, è una strada spettrale dove si affacciano centinaia di edifici palestinesi con porte e finestre sbarrate, imbrattate di insulti e minacce, dove campeggia come unico e ripetuto simbolo Magen David, la stella di Davide. Soltanto i coloni possono transitare liberi in questa strada, mentre ai palestinesi dal 2000 è vietato perfino uscire dalla porta di casa, serrata dall’esterno (video).
In tutte le attività della quotidianità i palestinesi sono quindi costretti ad evitare il passaggio su Shuhada street ed effettuare lunghe deviazioni, anche dell’ordine di kilometri, per raggiungere luoghi che distano pochi metri in linea d’aria.

Dal 2000 inoltre 1829 attività commerciali palestinesi[9] sono state chiuse per ordinanza militare, privando la popolazione della principale fonte di reddito. La stessa Croce Rossa Internazionale ha denunciato queste “estenuanti misure di sicurezza” come la causa della eccezionale indigenza della famiglie[10]. L’86% della popolazione palestinese residente nelle zone a controllo israeliano vive sotto la soglia di povertà e il reddito annuo è circa un terzo del resto della Cisgiordania[4].

 

Effetto sulla salute e i suoi determinanti

In questa situazione anche il solo misurare l’effetto in salute non è cosa semplice. Il caso palestinese è definito “emergenza cronica complessa”, a indicare lo stato di costante emergenza in cui la popolazione vive da decenni, ma per misurare tale cronica esposizione alla violenza mancano strumenti adeguati[11]. Salute e malattia in questa e altre aree di conflitto sono sostanzialmente descritte con indicatori quantitativi (es. tassi di mortalità, morbidità, aspettativa alla nascita, ecc.), che rilevano puntualmente l’impatto in “acuto” del conflitto, ma che sono insufficienti a valutare l’effetto in cronico sulla salute intesa nella sua più ampia accezione di benessere bio-psico-sociale. Un approccio qualitativo è sembrato pertanto più idoneo a descrivere la concatenazione dei vari determinanti, particolarmente di quelli sociali. L’accesso alle cure e il diritto alla salute sono infatti compromessi dal deterioramento delle condizioni socio-economiche. Secondo l’OMS, il determinante sociale più rilevante nel contesto del TPO è il conflitto stesso e soprattutto, la restrizione della libertà di movimento[12], elementi emersi in modo evidente nelle interviste condotte con la popolazione e gli stakeholder locali.

Violenza diretta e violenza strutturale

La violenza aggrava le già precarie condizioni socio-economiche e ha un impatto devastante sul loro benessere fisico e psichico. Da un lato gli attacchi dei coloni espongono la popolazione palestinese ad una continua minaccia fisica: le aggressioni sono frequenti e donne, anziani e bambini sono spesso il target privilegiato di veri e propri assalti in cui vengono date alle fiamme persone e cose. Molti hanno dovuto porre griglie protettive alle finestre per evitare che venissero danneggiate dai continui lanci di pietre, escrementi, rifiuti o molotov. D’altro lato, la violenza non è solo la somma degli eventi cruenti, essa piuttosto è parte integrante del sistema di occupazione e agisce a livello economico, politico, legale, religioso, ambientale e culturale. Può essere definita “violenza strutturale”[13], perché talmente insita nella struttura sociale stessa, normalizzata dalle istituzioni e radicata nelle prassi, da apparire quasi legittima.

Sul piano legale, persone che vivono nello stesso territorio sono assoggettate a due diverse leggi in base alla propria “etnia”: i coloni ebrei sottoposti alla legislazione civile di Israele, i palestinesi alla legge militare, distinguo che è alla base della discriminazione sistematica che da più fonti (non ultimo l’inviato speciale dell’ONU per la il TPO Richard A. Falk[14]) viene definita “apartheid”.
Sul piano economico
, la violenza del sistema, rendendo impossibile lo sviluppo di qualsiasi attività, è causa di povertà e disoccupazione. Alla chiusura forzata dei negozi si aggiungono altre difficoltà: le licenze commerciali dal 2000 vengono sistematicamente negate ai palestinesi e i divieti imposti sono spesso arbitrari e imprevedibili così da rendere incerta qualsiasi programmazione delle attività.
Sul piano civile
, le libertà personali sono ridotte al minimo e anche i diritti basilari negati. A causa della “closure” molti servizi, inclusi quelli sanitari risultano di fatto inutilizzabili. Capita spesso che ai check point le ambulanze vengano fatte aspettare ore o addirittura respinte, nonostante tutte le procedure formali siano rispettate. La nostra ricerca documenta numerosi casi di persone in stato di emergenza che non sono potute essere trasportate in ospedale a causa di decisioni arbitrarie dei soldati.

Conclusioni

Tale violenza, direttamente correlata alla presenza degli insediamenti, è silente e impunita. A partire dai singoli coloni personalmente protagonisti delle aggressioni, fino allo Stato israeliano che viola leggi e trattati internazionali, nessuno paga per le azioni che commette. A nessuna condanna degli organismi internazionali sono mai seguite sanzioni. Israele è libero di continuare nella sua strategia coloniale e oppressiva perché politicamente protetto dall’alleanza con l’occidente. Se quindi neanche i trattati internazionali sono sufficienti a garantire il rispetto dei diritti umani, come agire per tutelare i civili palestinesi? Una risposta nonviolenta ci viene dalla società civile palestinese che, inspirata dalla lotta contro l’apartheid in Sudafrica, nel 1995 ha lanciato la campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), successivamente appoggiata dalla comunità internazionale e dalle associazioni israeliane che si oppongono all’occupazione. Il movimento BDS si propone di fare leva sugli interessi economici della potenza occupante, promuovendo a livello globale il boicottaggio dei prodotti, disincentivando gli investimenti in Israele e chiedendo alle istituzioni internazionali l’imposizione di sanzioni economiche, con l’obiettivo di costringere lo stato ebraico al rispetto dei diritti umani fondamentali, a porre fine alla occupazione e a riconoscere il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. La società civile palestinese chiede ad ognuno di noi partecipare ad una lotta nonviolenta partita dal basso che ponga Israele davanti alle sue responsabilità.

Occuparsi di salute è anche questo: documentare, denunciare, partecipare.

Ilaria Camplone, Centro Studi e Ricerche in Salute Internazionale e Interculturale, Università di Bologna., Aya Manaa, operatrice umanitaria palestinese

Bibliografia

  1. Physicians for Human Rights (PHR)
  2. Protocol Concerning the Redeployment in Hebron, January 17, 1997.
  3. Pianificare l’oppressione. E. Bartolomei, N. Perugini, C. Tagliacozzo. 2010
  4. OCHA. The humanitarian impact on Palestinians of Israeli settlements and other infrastructure in the West Bank. July 2007.
  5. Military Order 92
  6. Palestinian Water Authority, citato in un articolo di Amira Hass, 31 August 1998. Ha’aretz.
  7. OCHA Special Focus. Israeli settler violence against Palestinian civilians and their property.
  8. Hebron today Temporary International Presence in the City of Hebron (TIPH)
  9. West Bank: illegal settlements cause hardship for Palestinians. Intervista a Matteo Benatti 08.06.2009
  10. Mataria A, Giacaman R, Stefanini A, Naidoo N, Kowal P, Chatterji S. The Quality of Life of Palestinians under a Chronic Political Conflict: Assessment and Determinants. Economic Research Forum, Working paper no 428, August 2008.
  11. WHO Eastern Mediterranean Regional Office, Social Determinants of Health – Palestine country paper, March 2006.
  12. Galtung J. Violence, peace and peace research.  J Peace Res 1969, 6:167–191.
  13. Falk, Richard (30 August 2010). Situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967. A/65/331. United Nations General Assembly.

3 commenti

  1. Sarebbe importante diffondere queste importanti informazioni ad un pubblico più ampio (senza offesa per i lettori di questo blog). Un articolo su qualche rivista medica (o più di una)? un servizio TV (per esempio, chiedere a Gad Lerner se conosce qualcuno disposto a farlo)? altre idee?

  2. Interessante articolo, che pone in evidenza, oltre alle disumane condizioni di vita in cui versa il popolo palestinese, anche il boicottaggio mediatico applicato sistematicamente sull’argomento.

  3. Veramente interessante, una realtà che i “media” fanno finta di non conoscere o passa nell’indifferenza internazionale.
    Palestina libera!

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