La povertà delle famiglie italiane e la manovra economica

Marco Geddes

L’Istat ha pubblicato i dati aggiornati sulla povertà delle famiglie italiane. La recente manovra economica varata dal governo – con ticket sanitari, riduzione dei servizi sociali dei comuni, allentamento complessivo del sistema di welfare – peggiorerà la loro situazione.


In questi giorni l’attenzione dell’opinione pubblica e dei mass media si è concentrata sulla manovra finanziaria, anche per la sua dimensione: quarantotto miliardi, a cui se ne devono aggiungere successivamente, entro l’anno, ulteriori venti miliardi. In questa atmosfera politico-mediatica rischia di passare inosservato il Rapporto Istat sulla povertà in Italia, che fotografa la situazione al 2010[1].

Iniziamo col chiarire la classificazione del fenomeno povertà adottata – sulla base di criteri internazionali –  dall’Istat, e le caratteristiche principali che la povertà in Italia ha assunto nel corso degli ultimi anni.

Povertà assoluta

Per definire questa categoria l’Istituto individua un “paniere” di beni ritenuti essenziali, differenziati per classi di età e zona geografica, sia in termini di composizione che di costi. Sono classificate come  famiglie povere (cosiddetti “poveri – poveri”) quelle la cui capacità di spesa mensile non raggiunge la soglia minima “necessaria per acquisire il paniere di beni e servizi essenziali a uno standard di vita minimamente accettabile”[2]. Il numero di famiglie in tale condizione è stimato, nel 2010,  pari a 1.156.000.

La incidenza del fenomeno, pari al 4,6% delle famiglie italiane, presenta una notevole diversificazione fra Centro – Nord e Meridione, come rappresentato nella Figura 1.

Figura 1. Povertà assoluta per ripartizione geografica

 

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L’incidenza di tale fenomeno non presenta variazioni significative rispetto al 2009.  La povertà assoluta si concentra in larga parte nel Mezzogiorno e il suo “contenimento” nel 2010, rispetto al biennio precedente, si è ottenuto per elementi prevalentemente demografici (composizione dei nuclei familiari) grazie al fatto che nelle famiglie con una persona di riferimento al di sotto dei 65 anni vi è una maggior presenza di coppie con due percettori di reddito.

Tra le famiglie con persona di riferimento diplomata o laureata – fenomeno nuovo – aumenta la povertà assoluta (dall’1,7% al 2,1%). La condizione delle famiglie con membri aggregati[3] peggiora anche rispetto all’anno precedente (dal 6,6% al 10,4%).

 

Povertà relativa

La definizione di povertà relativa è  correlata agli standard di vita prevalenti all’interno di una data comunità e comprendente bisogni che vanno al di là della semplice sopravvivenza (il “paniere” utilizzato per la povertà assoluta), dipendente quindi dall’ambiente sociale, economico e culturale. In base all’ International Standard of Poverty Line applicata ai dati per la spesa per consumo delle famiglie italiane si definisce povera una famiglia di due persone la cui spesa mensile per consumi è pari o inferiore al consumo medio di un solo individuo. Il numero di famiglie in tali condizioni è pari a 2.734.000, pari all’11% delle famiglie italiane. Anche in questo caso la povertà incide maggiormente nel Mezzogiorno, con uno scarto ancora più ampio di quanto si evidenzia per la povertà assoluta.

 

Figura 2. Povertà assoluta per ripartizione geografica

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Nella Tabella 1 sono riportati i dati della incidenza percentuale per regione. Si evidenzia il peggioramento in alcune regioni del Sud, dove la povertà raggiunge percentuali elevatissime: Basilicata 28,3; Sicilia 27,0; Calabria 26,0

Tabella 1. Povertà relativa: incidenza percentuale per regione nel 2009 e nel 2010.

2009

2010

Piemonte

5,9

5,3

Valle D’Aosta

6,1

7,5

Lombardia

4,4

4,0

P. A. Bolzano

7,1

9,5

P. A. Trento

9,7

5,9

Veneto

4,4

5,3

Friuli V.G.

7,8

5,6

Liguria

4,8

6,9

Emilia Rom.

4,1

4,5

Toscana

5,5

5,3

Umbria

5,3

4,9

Marche

7,0

8,5

Lazio

6,0

6,6

Abruzzo

14,3

Molise

17,8

16,0

Campania

25,1

23,2

Puglia

21,0

21,1

Basilicata

25,1

28,3

Calabria

27,4

26,0

Sicilia

24,2

27,0

Sardegna

21,4

18,5

Italia

10,8

11,0

 

Il dato, sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente, presenta tuttavia importanti modifiche nella distribuzione fra le diverse fasce di popolazione. La massima concentrazione nel Mezzogiorno assume dimensioni impressionanti e in crescita per le famiglie numerose; la percentuale di famiglie povere, con tre o più figli minori passa infatti dal 36,7% del 2009 al 47,3% del 2010.

La povertà relativa aumenta, a livello nazionale, tra le famiglie di 5 o più componenti (dal 24,9% al 29,9%), tra quelle con membri aggregati (dal 18,2% al 23%) e di monogenitori (dall’11,8% al 14,1%).

La povertà relativa aumenta infine tra le famiglie con persona di riferimento lavoratore autonomo (dal 6,2% al 7,8%) o con un titolo di studio medio-alto (dal 4,8% al 5,6%), a seguito del peggioramento osservato nel Mezzogiorno, dove l’aumento più marcato si rileva per i lavoratori in proprio (dal 18,8% al 23,6%).

 

Famiglie a rischio di povertà

Vi sono infine famiglie che vivono in situazione di “forte fragilità economica”; spesso si tratta di situazioni di impoverimento, come aveva evidenziato la Caritas e la Fondazione Zancan, in relazione al rapporto del precedente anno.

Se si pone una soglia del 20% rispetto al livello di povertà relativa, bisogna inserire in tale fascia il 7.6% delle famiglie italiane.

 

Tabella 2. Dati riassuntivi sulla povertà in Italia al 2010

Definizione Soglia (Euro al mese) N. famiglie % Famiglie N. Individui % Individui
Povertà assoluta * 1.156.000 4.6% 3.129.000 5.2%
Povertà relativa 992,46 2.734.000 11% 8.272.000 13.8%
Quasi povere Entro il +20%della soglia di p. relativa 1.910.000 7.6% ND ND

* La soglia varia a seconda dell’età, dei componenti della famiglia e del luogo di residenza (area metropolitana,  grandi comuni, piccoli comuni; Nord, Centro, Sud)

 

Il quadro complessivo appare pertanto preoccupante sotto più aspetti, con caratteristiche in parte inedite. A fronte del mantenimento della storica disuguaglianza fra Centro – Nord e Mezzogiorno, le classi medie scendono verso la povertà, sia assoluta (fra laureati e diplomati dall’1,7% al 2,1%)  che relativa (dal 4,8% al 5,6% per quelli con titolo di studio medio alto).

Si tenga infine presente che la rilevazione Istat riguarda le famiglie residenti, a cui si aggiungono gli “invisibili”, cittadini stranieri non residenti, persone senza permesso di soggiorno, soggetti in situazione di marginalità che non sono facilmente censibili; un insieme di persone “povere per definizione”, per pre- condizione sociale e istituzionale.

 

Povertà e manovra economica

Ma la manovra economica varata dal governo  in che misura avrà influenza su queste famiglie? I ticket (al pronto soccorso), la riduzione dei servizi sociali dei comuni, l’allentamento complessivo del sistema di welfare peggiorerà la loro situazione? Una manovra per il Paese non dovrebbe avere di mira anche la protezione di queste fasce di popolazione, di queste famiglie (dopo tanto blaterare di politiche per la famiglia!), di oltre i 3 milioni di cittadini di cui si certifica l’esistenza al di sotto di uno “standard di vita  minimamente accettabile”?

 

L’obiettivo della manovra non è – in realtà – il Paese, ma rispondere alle attese dei nuovi “Governi Mondiali”, il Fondo Monetario Internazionale e le Agenzie di rating, che – come noto – hanno una visione sopranazionale e lungimirante dell’economia mondiale e quindi una capacità di previsione del bene dei diversi Stati!

Ma non è stato il FMI che – come emerge dallo stesso Ufficio valutazioni interno – non ha saputo cogliere i sintomi della crisi presenti fin dall’estate 2008, non ha dato peso alla bolla del mercato immobiliare, alla espansione del sistema bancario ombra, al degrado dei bilanci nel settore finanziario, ai rischi di contagio insiti nel sistema finanziario internazionale? Non è l’Agenzia di rating Moody’s (Commissione di inchiesta del Congresso Usa, gennaio 2011) che ha attribuito, negli ultimi sette anni, la Tripla A (massima affidabilità) a 45.000 titoli, in seguito oggetto di svalutazione [4].

Il fatto è che nell’orizzonte del dibattito politico si è via via sfocato, fino a scomparire, il confronto fra modelli diversi di sviluppo, configurazioni alternative della società, ipotesi diversificato sul futuro del Paese. In questo modo la politica non esercita più il suo ruolo, fino ad apparire non più esistente. Si limita ad amministrare, a confrontarsi sui mezzi per raggiungere quanto livelli sovrastatali indicano, in una condizione sostanzialmente di libertà limitata. Non si interroga più sui fini, con un restringimento delle possibili scelte politiche, che viene di fatto a coincidere con una riduzione sostanziale della democrazia, poiché questa si sostanzia non (solo) sulla base del metodo, ma vive in un “regime delle possibilità”[5], che consenta di mettere a confronto scelte volte a conseguire futuri diversi per il proprio paese.

E così, mentre i ricchi diventano sempre più ricchi, per la povertà  si è ricorsi a classificazioni diverse, individuando la categoria dell’assoluto (povertà assoluta) « …surclassando il protagonista dei vangeli coniando l’espressione poveri – poveri. “Beati i poveri-poveri, perché di essi è il regno–regno…”»[6]!

Marco Geddes – Direttore sanitario, Presidio ospedaliero Firenze centro

Bibliografia

  1. Istat, anno 2010. La povertà in Italia [PDF: 293 Kb] Comunicato stampa 15.07. 2011
  2. Volume Istat:  Metodi e Norme. La misura della povertà assoluta. 22.04.2009.
  3. Si definiscono come tal le famiglie al cui nucleo si aggregano ali soggetti
  4. Luciano Gallino. Quella miopia politica delle misure di austerità. La Repubblica, 14.07.2011
  5. Ezio Mauro, Gustavo Zagrebelsky. La felicità della democrazia, p. 214. Laterza, 2011.
  6. Adriano Sofri. Nessuna finanziaria per queste famiglie? La Repubblica, 16.07.2011

2 commenti

  1. Grazie per il contributo.
    Due cose.
    la prima sono le fluttuazioni poco verosimili nelle % di povertà in alcune regioni (presumo, visto che si tratta per lo più di entità geografiche piccole, che questo sia dovuto ad un campione troppo piccolo). Come vengono fatte queste rilevazioni?
    la seconda, più importante: temo che non siano solo la agenzie di rating o l’FMI a condurre il gioco, ma i cosidetti mercati che sono enormi masse di danaro di investimenti/risparmio globale gestite da Fondi vari, cui vanno aggiunte le banche centrali (vedi Cina) e quelle private (Deutsche bank ad esempio si va liberando dei bond italiani). Il punto, credo, non sia quello di attribuire la situazione a qualcuno, quanto di chuidersi (visto che il problema del devito esiste) quale altra stategia di rientro, che agisse in maniera progressiva e non regressiva, fosse possibile. Putroppo non ho visto nulla in merito, se non una proposta di Giuliano Amato, di fatto x una patrimoniale “una tantum” per far scendere il debito. Una opposizione alla attuale manovra ha un bisogno vitale: quello di un programma

  2. Breve e discutibile risposta alla seconda domanda di Giorgio Tamburlini: quale altra strategia di rientro, progressiva e non regressiva, è possibile?
    L’unica che ha dato finora frutti è la strategia dell’Argentina del default nel 2001: rifiutare di pagare i debiti. Ci rimettono anche piccoli risparmiatori (per esempio quei pochi che in Italia avevano investito in bond argentini), ma in realtà a pagare sono soprattutto proprio quei fondi e banche, ma anche investitori privati (Soros, Buffett), responsabili appunto del movimento speculativo di enormi masse di denaro citato da Giorgio come causa principale del crack finanziario.
    Così facendo si riparte da zero e si ha la possibilità, se vi è volontà politica, di ripartire in maniera progressiva. Inoltre, si ha anche la possibilità di fissare nuove regole per la finanza, in modo da non ritrovarsi dopo qualche anno nelle stesse condizioni.
    La mia parola d’ordine, quindi, è: cancella il debito. Proprio come ai tempi del giubileo.

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