La sanità brontosaura di Renzi

Marco Geddes  e Gavino Maciocco

Spenti riflettori e telecamere, le idee del Big Bang sulla sanità appaiono vecchie e riciclate.


Nel supermarket delle idee allestito da Matteo Renzi alla Leopolda di Firenze non mancano alcuni prodotti sanitari. Per trovare online le idee (sei) sulla sanità bisogna cliccare sul macro-tema arancione dedicato a “Far quadrare i conti per rilanciare la crescita”.

La scelta di collocare i temi della salute nel capitolo della quadratura dei conti  rientra nella classica cornice concettuale neo-liberista (vale a dire: “Tagliare sempre e comunque la spesa sanitaria pubblica”). Non a caso il suggeritore della parte economica del Big Bang è Luigi Zingales, della scuola economica di Chicago, la stessa che negli anni 80, con Milton Friedman[1], ha elaborato e disseminato in tutto il mondo – committenti Ronald Reagan e Margaret Thatcher – le politiche neo-liberiste che sono all’origine della disuguaglianza crescente dei redditi, che ha generato gli attuali eccessi di debito privato e pubblico[2], causa del disastro globale che stiamo vivendo[3].

Per questo motivo le idee sulla sanità contenute nel catalogo del Big Bang sono ben poco innovative: alcune sono ovvie e scontate (es: “in ospedale solo quando serve veramente”), altre ricopiate in fretta e in furia da altre proposte (es: “costo standard”), altre infine messe lì per fare colpo senza dare soluzioni alternative (es: “abolizione dell’attuale ruolo del medico di medicina generale”).

L’impressione immediata è che manchi una visione complessiva e un senso politico e che si proceda solo sulla base di spot, con l’unico orizzonte contenuto nel titolo del macro-tema: far quadrare i conti.

Ma vediamo nel dettaglio i 6 punti, brevemente commentati.

  1. Costi standard, subito. 
Immediata introduzione di un patto di stabilità interno non derogabile sui parametri dei costi standard. Lo scopo è quello di uniformare la spesa sanitaria nelle diverse realtà locali.


    Lo strumento per uniformare la spesa sanitaria nelle diverse realtà locali esiste dal 1992, quando con la legge 502 fu introdotto il finanziamento delle ASL attraverso la quota capitaria (ovvero un tot predeterminato di risorse per abitante).  Se diverse  Regioni sono gravate dai debiti e non raggiungono il pareggio di bilancio  non è dovuto alla mancanza di parametri di riferimento,  che non sono però i costi standard (inutilmente propagandati dalla Lega), ma appunto la quota capitaria (vedi post Costo standard in sanità: tanto rumore per nulla?).
    In termini generali (nazionali) il nostro sistema sanitario registra un livello di spesa assai contenuto rispetto non solo agli USA, ma anche alla gran parte dei paesi  dell’Europa occidentale (vedi grafico ).
  2. Il medico di base va completamente ridefinito.
Completa riorganizzazione della medicina sul territorio: radicale cambiamento del ruolo della medicina di base. Abolizione dell’attuale ruolo del medico di medicina generale. Creazione di ambulatori polispecialistici sul territorio. Consorzio dei medici di medicina generale.
 

    L’abolizione del ruolo di primo livello d’intervento e di filtro della medicina di base e la creazione di ambulatori polispecialistici sul territorio ci riporta nientemeno che al modello Semashko di staliniana memoria.  In Unione Sovietica e paesi satelliti vigeva infatti un sistema sanitario che non prevedeva la presenza di medici generalisti di famiglia e si fondava sui “policlinici”,  ovvero su ambulatori specialistici territoriali a cui si rivolgeva la popolazione per qualsiasi esigenza.Poi si aggiunge, en passant, “Consorzio dei medici di medicina generale”.  Poiché nel Big Bang niente è lasciato al caso, il termine Consorzio deve far riflettere. Si potevano usare altre voci assai più consuete come “Gruppi”, “Associazioni”, “Cooperative”. Si usa il termine Consorzio, che è quello introdotto nella riforma Cameron, tesa a privatizzare l’intero sistema sanitario inglese (vedi  il post La fine del sistema sanitario inglese).
  3. In ospedale solo quando serve veramente. 
Far lavorare in rete gli ospedali per le terapie d’urgenza, ad alto costo, tecnologicamente sofisticati. Ciascuno caratterizzato da una propria peculiarità. Razionalizzazione dei servizi. Occorre riservare l’ospedalizzazione dei pazienti solo nei casi in cui effettivamente sia necessaria.
    La proposta di evitare i ricoveri inutili è tanto condividibile, quanto ovvia. Ma per realizzare questo obiettivo non è sufficiente declamarlo: è necessario potenziare i servizi “a monte” dell’ospedale, cioè i servizi territoriali, a partire dalle attività associate dei medici di famiglia, dotate dei necessari supporti infermieristici e diagnostici e delle indispensabili infrastrutture edilizie (vedi “case della salute”)  atte ad accoglierle.Giusto il concetto di “rete” per gli ospedali, ma questo deve valere anche per i livelli “di base” – pediatrie, punti nascita, specialità chirurgiche.
  4. Chiudere ospedali con meno di 100 letti e quelli senza anestesia e rianimazione.
Chiudere tutti gli ospedali con meno di 100 posti letto e che non abbiano un servizio di anestesia e rianimazione aperto 24 ore su 24. Questi dovrebbero essere ospedali per pazienti cronici a lunga degenza a bassa intensità di cure ma a basso costo. Dovrebbero essere di supporto agli Ospedali ad alta complessità e alto costo, i quali dovrebbero esclusivamente gestire la fase acuta e poi inviare a strutture con costi ridotti. Ne consegue anche la necessità di un’assistenza domiciliare efficace e ben coordinata. Nei grandi ospedali bisogna cancellare i doppioni, la moltiplicazione dei reparti ad alto costo e ad alta tecnologia creati solo per moltiplicare i ruoli direttivi.
    La questione della chiusura dei “piccoli ospedali” è presente nel dibattito politico e nella normativa nazionale fin dagli anni ’90, motivata soprattutto dalla necessità di raggiungere – in presidi ospedalieri di dimensioni adeguate – volumi di attività che consentano di offrire ai cittadini un servizio qualitativamente affidabile.La chiusura dei “piccoli ospedali” rappresenta una buona opportunità per rafforzare i servizi territoriali (con la trasformazione in “case della salute” o in strutture per “cure intermedie”),  offrendo con ciò alla comunità locale un giusto “risarcimento”.
  5. Diagnosi e terapie con percorsi “regionali”.
Creazione di percorsi diagnostici terapeutici su base regionale. Lo scopo è stabilire procedure e comportamenti comuni rispetti ad una data patologia e in parallelo gestire e organizzare l’offerta delle diverse prestazioni sanitarie.
    L’idea è vecchiotta. Da anni Ministero della Salute, Regioni, ASL producono in grande quantità linee guida e percorsi diagnostico-terapeutici con esiti alterni.  Le linee guida sono per definizione “raccomandazioni” e non hanno valore vincolante nei confronti dei medici (com’è giusto che sia). Non basta scriverle per indurre comportamenti virtuosi: bisogna confrontarsi, ricercare  il consenso, svolgere attività di formazione e di audit.  L’operazione non è semplice. E poi c’è un problema che richiede questo sì un’idea brillante per risolverlo: come contrastare il conflitto d’interessi (farmaceutici) in cui è invischiata una parte dei medici e che impedisce loro di applicare serenamente le linee guida.
  6. Stop alle esternalizzazioni facili e costose.
Esternalizzare, ma non pagare di più. In via generale le esternalizzazioni aziendali servono sia per assicurare un servizio migliore rispetto a quello interno, sia per ridurre i relativi costi. Succede in sanità che l’esternalizzazione dei servizi troppo spesso si traduce non in un risparmio ma in un incremento dei costi, tanto che costa di più l’infermiera esternalizzata dell’infermiera interna. Allo stesso modo troppo spesso i beni e servizi acquistati dalle aziende sanitarie, hanno prezzi medi addirittura superiori a quelli di mercato, mentre sarebbe del tutto ovvio pensare che, dato l’ammontare delle quantità acquistate, si possano ottenere prezzi più bassi. Inoltre l’esternalizzazione è troppo spesso gravata da attività professionalmente scadente. Occorre in questo strutturare e controllare l’iter formativo individuale.
    L’outsourcing è considerata una forma strisciante di privatizzazione dei servizi sanitari pubblici, specie se applicata ai servizi “core”, come l’assistenza infermieristica.  È incoraggiante notare che lo stesso Big Bang ne denunci il fallimento in termini di efficienza e qualità.

 

Alla caccia di nuove idee

 Una premessa di carattere generale è d’obbligo.  I “Chicago boys” hanno da sempre avuto più a cuore gli interessi delle grandi compagnie multinazionali – del farmaco, del tabacco, del cibo – che quelli della salute delle popolazioni.   L’ideologia neo-liberista è incapace di (ed è avversa a)  considerare la salute come un diritto e una risorsa.  Per questo le sue ricette sono sempre lontane dagli interessi di salute delle persone e – paradossalmente – spesso portano a un’incontrollata crescita della spesa sanitaria, come è successo negli USA.   

Oggi i  principali problemi che il servizio sanitario nazionale deve affrontare sono: l’esplosione delle malattie croniche, il dilatarsi delle diseguaglianze nella salute (in linea con la terribile espansione delle diseguaglianze socio-economiche), le sempre minore disponibilità di risorse finanziarie. Suggeriamo quindi a Renzi di prendere nota delle idee, le vere idee nuove, utili per la salute delle persone, non nostre ma della comunità scientifica internazionale, che i suoi ghost writers sembrano ignorare.

  1. La prevenzione.
    È stato dimostrato che con una dieta sana, una regolare attività fisica ed evitando l’uso del tabacco potrebbero essere evitati fino all’80% delle malattie coronariche, il 90% dei casi di diabete di tipo 2, e il 40% dei casi di tumori. Gli effetti degli stili di vita sullo stato di salute della popolazione sono tanto straordinari quanto inequivoci, a dimostrazione del fatto che nel destino di salute delle persone contano molto di più i comportamenti dei singoli che le influenze del patrimonio genetico. Ma ritenere che l’aderenza a un determinato stile di vita (e di conseguenza la probabilità di contrarre una determinata patologia) sia nient’altro che il frutto della libera e consapevole scelta dell’individuo è la banale semplificazione di un problema molto complesso. A testimoniare la complessità della questione sta la constatazione che i comportamenti nocivi per la salute si concentrano nelle fasce meno favorite della popolazione e che – come abbiamo già notato – queste fasce sono le più colpite da malattie croniche.Non è semplice promuovere  stili di vita salutari e ancor più difficile cercare di modificare i comportamenti francamente insalubri. Infatti, agli elementi soggettivi che inducono le persone a seguire stili di vita insalubri (condizioni di stress cronico, comportamenti compensativi, etc) si aggiungono i fattori di mercato che condizionano le scelte delle persone: la pubblicità, la moda e anche banali e spesso decisivi calcoli economici (es: i cibi ad alto contenuto calorico e a basso contenuto nutritivo sono in generale a più basso prezzo).L’obiettivo è quello di “aiutare le persone a fare le scelte giuste per la loro salute” e quindi ridurre il numero delle persone che si ammalano. La strategia è quella della “salute in tutte le politiche” (urbanistiche e ambientali, del welfare, della viabilità e del trasporto, del commercio e della grande distribuzione, della scuola, della cultura e dello sport,  etc).
  2. Il potenziamento delle cure primarieL la sanità d’iniziativa.
    Dall’OMS in giù tutti concordano che per affrontare l’epidemia delle malattie croniche devono essere potenziate le cure primarie e i servizi territoriali.  La medicina generale è la chiave di volta di questo potenziamento e il suo ruolo (primo livello d’intervento e filtro) va rafforzato e non certo abolito.  Il rafforzamento del ruolo dei medici di famiglia passa per lo sviluppo dell’attività associata e dei team multidisciplinari  (con la determinante presenza degli infermieri), per la creazione di infrastrutture edilizie tipo “Case della salute”,  e per l’adesione a un modello d’intervento noto come “sanità d’iniziativa”, il  cui Il paradigma è quello che meglio si adatta alla gestione delle malattie croniche, perchè i suoi attributi sono:

    • La valutazione dei bisogni della comunità e l’attenzione ai determinanti della salute (anche quelli cosiddetti “distali”, ovvero quelli socio-economici, che sono alla base delle crescenti diseguaglianze nella salute, anche sul versante dell’utilizzazione e qualità dei servizi, nei portatori di malattie croniche).
    • La propensione agli interventi di prevenzione, all’utilizzo di sistemi informativi e alla costruzione di database, alle attività programmate e agli interventi proattivi (es: costruzione di registri di patologia, stratificazione del rischio, richiamo programmato dei pazienti, etc).
    • Il coinvolgimento e la motivazione degli utenti, l’attività di counselling individuale e di gruppo, l’interazione con le risorse della comunità (associazioni di volontariato, gruppi di autoaiuto, etc.).

    Per approfondimenti vedi numerosi post pubblicati nelle sezioni “Cure primarie” e “Malattie croniche”.

  3. L’equità nella salute.
    Il tema è così ampiamente trattato in questo sito web  da non necessitare di una particolare riflessione al fine di sottolinearne la rilevanza, per una proposta politica che abbia “qualche cosa di sinistra”.Il richiamo ci sembra tuttavia ancor più necessario in una situazione di crisi economica e sociale e di riduzione del reddito e dei risparmi familiari, che di fatto erode l’universalità di accesso al Servizio sanitario nazionale, rendendo più difficile il ricorso al privato “out of pocket” con cui larga parte della popolazione controbilancia le difficoltà di accesso dovute alle lunghe liste di attesa o a carenze di offerta.Proposta: una “Delivery Unit”, sul modello anglosassone – come suggerito in termini generali nella Proposta 32 del Big Bang – finalizzata a valutare e monitorare politiche di contrasto delle disuguaglianze, come sperimentato in altri paesi[4].
  4. La responsabilità e l’appropriatezza.
    Nessuno vorrebbe mai pronunciare il termine “razionamento” applicato all’assistenza sanitaria, ma in una situazione come quella che stiamo vivendo – di riduzione effettiva delle risorse disponibili a fronte di una crescente domanda di servizi – l’unica strada per evitare che vengano ridotti i livelli essenziali d’assistenza (o che la qualità dei servizi offerti si deteriori pericolosamente) è quella della responsabilità e dell’appropriatezza. Il richiamo a questi due fondamentali principi riguarda tutti.

    • Riguarda in primo luogo politici e amministratori a cui è richiesta competenza, austerità e  rigore morale nella gestione della cosa pubblica, nella lotta agli sprechi, nel perseguimento dell’efficienza, dell’efficacia e dell’ equità.
    • Riguarda il mondo accademico, della scienza e della ricerca  a cui si chiede responsabilità e discernimento nel proporre soluzioni enormemente costose per ottenere minimi benefici clinici.
    • Riguarda il mondo medico – nelle sue molteplici articolazioni: ordini professionali, società scientifiche, organizzazioni sindacali,  medici specialisti, medici di famiglia – per il quale l’appropriatezza prescrittiva, basata sui principi del costo-efficacia e/o dell’efficacia clinica, non è ormai più solo un requisito tecnico-professionale, ma anche un dovere etico, un imperativo deontologico.
    • Riguarda infine tutti i cittadini che devono imparare a considerare il servizio sanitario regionale un bene prezioso della comunità da usare con parsimonia e responsabilità.

 

Infine un’idea “digitalizzare la sanità”, ripresa dalla Proposta 61 del Big Bang  “E&Open Government– Un piano nazionale per digitalizzare i servizi pubblici e ridurre la burocrazia. Adottare un piano complessivo per digitalizzare i servizi pubblici e gestire meglio il welfare, l’educazione, la giustizia, la sanità, i trasporti, la sicurezza.”Una proposta con obiettivi precisi, per non essere veicolo di un ovvio progredire dell’informatica (da un lato) o un progetto di finanziamento indifferenziato del settore  e dei produttori (dall’altro), che dovrebbe:

  • facilitare i rapporti tra il paziente e i suoi curanti: accesso a tutti i risultati delle proprie analisi di laboratorio e di diagnostica per immagini, prenotazione visite, richiesta di ripetizione di ricette (e spedizione online della ricetta presso la farmacia più vicina), possibilità di contatti via e-mail (o in video conferenza) col proprio medico, i farmacisti, tutti i componenti del team assistenziale.
  • Facilitare i rapporti tra strutture sanitarie: connessione informatica in rete  per trasmissione di referti (firma digitale) e trasferimento di immagini radiologiche e elettrocardiografia. Priorità di connessione delle strutture territoriali verso le strutture ospedaliere.
  • Aumentare la sicurezza del paziente ospedalizzato con identificazione elettronica (bracciale). Obiettivo perseguito in altre nazioni, che hanno ormai circa il 100% di pazienti identificati, e su cui vi è ormai una ampia letteratura[5].

 

Marco Geddes. Direttore sanitario. Presidio ospedaliero Firenze centro. Azienda Sanitaria di Firenze. Gavino Maciocco, Dipartimento di Sanità Pubblica. Università di Firenze.

Bibliografia

  1. Naomi Klein. Shock economy. Rizzoli editore, 2007
  2. Vedi intervista a Guido Rossi. Corriere della Sera, 2.11.2011.
  3. Massimo Mucchetti. Quell’ Abisso fra Ricchi e Poveri che Scatena le Crisi Globali. Recensione convegno Fondazione Cariplo. Corriere.it, 29.10.2011
  4. Ilaria Geddes e Marco Geddes. Marmot Review Rapporto sulle diseguaglianze di salute in Inghilterra. Saluteinternazionale.info, 25.10.2010
  5. DOSSIER n. 135/2006. Sistemi di identificazione automatica. Applicazioni sanitarie. Sussidi per la gestione del rischio 7. Agenzia sanitaria e sociale regionale, 7.09.2010

17 commenti

  1. Quando si presentano delle “Idee”, senza voler pretendere l’iperuranio platonico, almeno ci si aspetterebbe di veder declinati quei principi, quei concetti portanti ai quali la politica di chi ambisce a guidare il Paese si ispirerà. Invece, al posto dei fondamenti ecco uno striminzito elenco di strategie parcellari, al posto dei fini ecco gli strumenti, nessun chiarimento sulla visione ideale ma un serie di mezzi per contenere le spese. Bene hanno fatto Geddes a Maciocco a denunciare la perdurante subalternità della politica sanitaria a quella finanziario-economica (ed anche i temi della giustizia s’inquadrano, per Renzi, nel tema più generale dei “conti”…)! Se la Salute non è una merce, un prodotto qualsiasi, dobbiamo smetterla di parlarne solo in termini di costi, perché a furia di darle ossessivamente un prezzo ne perderemo il Valore.
    Come mai un programma così ambizioso non prevede mai la parola “Salute”? E come mai non si legge alcuna “Idea” sui suoi determinanti, sui rapporti con l’ambiente e sulle politiche per mantenerla o per recuperarla? Nessuna “Idea” sulle politiche di prevenzione e di educazione alla salute? Nessuna “Idea” in tema di esperienze forti quali la malattia, la sofferenza, la morte? Come si fa a liquidare il tutto con lo spietato pragmatismo di questi sei punti? Si continua a vedere la Vita come una metafora aziendale (ahi, il berlusconismo strisciante…), nessuna “Idea” in tema di diritti e di doveri del singolo e della comunità riguardo alla salute di ciascuno e di tutti. Nessun cenno al senso del “limite” (della medicina, della salute, della vita…), passa invece ancora una volta lo schema riduzionistico di una Medicina che tutto può, basta razionalizzarla sul piano dei costi…Ma lo sa il Renzi che un programma “di sinistra” (mah…) non deve scimmiottare la destra sul terreno del mito liberista del progresso e del mercato? Che dovrebbe invece mettere in evidenza valori e temi quali la dignità e la qualità della vita, superando un modello di gestione della sanità basato sui consumi, sul “fatturato”. Mi aspettavo “Idee” che ci aiutassero a pansare la Sanità non solo in termini di prestazioni, di interventi eseguiti, di giornate di degenza, insomma in termini di consumi, ma piuttosto in termini di valori.
    Mi aspettavo “Idee” centrate sulla persona, e sullo sforzo di capire quale salute è possibile per quella persona…
    No, caro Renzi, io ambisco ad un’altra Sanità, dove l’attenzione alle ricadute economiche sia un doveroso strumento di gestione ma non il fine a cui tendere, una Sanità sostenibile, intesa come obiettivo di una politica che sappia coniugare il diritto alla salute individuale con il dovere dell’equità sociale e del rispetto della salute pubblica, nella consapevolezza che la vita e la salute non sono beni di consumo illimitato e le risorse disponibili non sono infinite. Per tutto questo abbiamo bisogno di ribadire con forza quella “Idea” che dal 1978 sta alla base della legge 833, e cioè che il nostro Servizio Sanitario resti nazionale, uno e indivisibile nella garanzia che i diritti fondamentali siano salvaguardati per tutte le persone che abitano questo nostro Paese,e nello stesso tempo nella pretesa che le amministrazioni locali promuovano al massimo la loro autonomia nella costante verifica che le risorse pubbliche siano destinate nella giusta quantità a chi ne ha bisogno e solo a loro.
    Concludo riprendendo un vecchio ma sempre efficace slogan di Paolo Cornaglia Ferraris: con le “Idee” di Renzi siamo sempre sulla vecchia (altro che “nuova”!) strada dei TTT (Ticket, Tagli e Tetti), mentre c’è sempre più bisogno d’imboccare la via delle CCC (Cura, Comunicazione, Compassione).

  2. Beh !! di discorsi ne sentiamo tanti e questo è il ruolo dei politici, noi da tecnici dovremmo avere prima di tutto chiaro che la cosa più importante è il mantenimento dei rapporti integri ed onesti l’un altro su aspirazioni e preoccupazioni, e soprattutto mantenere una condivisione di Vision e di obiettivi che riguardino in particolar modo la migliore assistenza erogabile al paziente e una migiore condizione di vita lavorativa al personale che ogni giorno eroga quell’assistenza.

    obiettivi semplici ed onesti !!!!
    saluti

  3. Un momento !
    Non voglio discutere di sanità con un politico che non ha mai la misura reale del problema e che ha un altro obiettivo: quello di acquisire facile consenso. E questo lo si capisce bene in Renzi in questo suo momento.
    Voggio avere come interlocutori persone che se ne occupano e che se ne intendono
    Comiciamo a dire che la salute è un diritto ma che l’appropriatezza degli interventi è la base su cui si construisce l’interesse di tutti. Certo anche questa è una banalità pienamente condisivisbile. Ma ricordiamoci che appropiatezza significa contenimento dei costi.
    Facciamo alcuni esempi: è appropriato aver ridotto i medici di medicina generale ad un gruppo di amministrativi la cui unica funzione è quella di contenere la spesa e pagarli quanto un un manager di una multinazionale? E’ appropriato mantenere in vita strutture che di Ospedale hanno solo il nome e non la funzione?
    Altri esempi non ne volgio fare perchè spono chiamto a occuparmi di pazienti.
    Forse Renzi non è il solo ad avere delle colpe: almeno le sue sono a parole; qualcun altro lo è nei fatti

    1. Caro Lagi,d’accordo(purtroppo) sulla visione del MMG come (quasi) ridotto a mero controllore della spesa sanitaria,ma,a parte la dubbia pertinenza dell’argomento stipendio in questo contesto,sei proprio sicuro di poter assimilare i nostri compensi a quelli dei manager delle multinazionali?

  4. Trovo i 6 punti del programma di Matteo Renzi molto interessanti e moderni. Tutti coloro che hanno a cuore, in Sanità Pubblica, equità , universalità debbono fare i conti con la SOSTENIBILITA’ ECONOMICA, altrimenti sono sogni, utopie. Con questo non voglio dire che sogni ed utopie non facciano bene allo spirito , non siamo un potente motore di ricerca purtroppo non sono sufficienti.
    Il primo punto sui COSTI STANDARD non è per nulla tanto rumore per nulla in special modo se si percorre , per la loro determinazione l’approccio su dati analitici di produzione. Anzi bisogna andare oltre, bisogna definire gli outcomes dei percorsi clinici multidisciplinari e multiprofessionali e calcolare gli outcomes (risultati di esito) per ogni euro speso e su questo effettuare i confronti e premiare il MERITO ed elevare a STANDARD chi ha i migliori risultati di esito (OUTCOMES) per euro speso. Questo richiede uno sviluppo importante dei sistemi informatizzati , dei registri e dell’analisi terza dei dati , dati ben validati e ben analizzati in modo non autoreferenziato che permetteranno di sviluppare tutti gli strumenti utili per un percorso clinico ben strutturato nei processi e negli esiti ( SCORECARD BILANCIATA). Il primo punto di Matteo Renzi sottende anche la fuoriuscita dal : “tutti uguali, tutti inverificabili” verso un’analisi del MERITO SOSTENIBILE
    Il punto secondo: il medico di base va completamente ridefinito lo approvo in pieno anche nella versione Consorzio, anzi aggiungo, di eliminare per i medici di famiglia la Convenzione ma farli diventare tutti dipendenti del SSN. Perchè no la creazione di ambulatori polispecialistici sul territorio? Perchè no i Corsozi di Medicina Generale? Va bene come siamo oggi? Non è forse necessario valutare, verificare questi medici, rivederne il ruolo ? Meglio passacarte degli specialisti oppure integrati a pieno titolo e responsabiltà nei percorsi clinici ( OUTCOME BASED MEDICINE) ?
    Il terzo punto come può essere contestato ? In ospedale ( per acuti ovviamente) solo quando serve veramente. LA RETE E’ EFFICIENZA ED ANCHE EFFICACIA, I VOLUMI DI ATTIVITA’ CONTANO. Certamente dobbiamo riflettere e costruire le risposte appropriate su quello che oggi si chiama l’HAND OVER. E’ qui che le diverse ptrofessioni sanitarie si debbono confrontare , non sui nomi delle strutture ( case della salute, cure intermedie) ma sui loro contenuti, sulla loro operatività e sui reali risultati misurati sempre per euro speso
    Sul quarto punto non spreco parole. Questi ospedali piccoli che potrebbero essere essi stessi quelle “indispensabili infrastrutture edilizie” sono invece il nido di politici che su di essi e con essi costruiscono i voti per mantenere la loro poltrona. IL QUARTO PUNTO E’ INTOCCABILE PER TOCCARLO BISOGNA INVENTARSI CHISSA’ QUALE FAVOLA, ma la sinistra purtroppo anche quella estrema , racconta favole che a volte sono solo bugie
    Il quinto punto : Diagnosi e terapie con percorsi regionali. E perchè no? si lega a quel concetto di outcome based medicine più sopra sottolineato. L’idea sarà vecchia, ma non è stata mai percorsa. E poi le linee guida, le raccomandazioni, l’EBM sono strumenti , il punto di forza è la creazione dei percorsi clinici integrati basati sull’analisi dei processi e degli outcome ed resi sostenibili dalla analisi dei costi e dal confronto in una virtuosa concorrenza .
    Il sesto punto trova tutti concordi : stopo alle esternalizzazioni : esternalizzare ma non pagare di più etc. etc.
    Allora prerchè parlare di Sanità Brontosaura di Renzi? A me sembra la vera Sanità di Sinistra, con proposte precise, pragmatiche e legate alla sostenibilità economica. Le pelose critiche di una Sinistra radical-chic, figlie dell’ideologia antica, del genoma antico incapace ad accettare idee diverse che non provengano dalle sacre scritture , non mordono più la realtà , non la cambiano, non si confrontano, non ci mettono la faccia, sono chiusi nel loro mondo , nei loro slogans: l’ideologia liberista è incapace di considerare la salute come un diritto ed una risorsa. Ma la salute è un dovere partecipato , aggiungo, partecipato, consapevole. La Prevenzione non è lo ZOO di esperti spesso pagati per nulla ottenere, la PREVENZIONE è parte integrante della buona professione medica, infermieristica e della buona professione di cittadino imparata in famiglia ed a scuola. Le cure primarie sono contenute tutte nel punto 2 di Matteo Renzi. La Sanità di Iniziativa è come la Società della Salute, nidi di esperti più in politica che in Sanità. Un bravo medico generalista deve fare medicina di iniziativa
    Equità , responsabilità, appropriatezza si rafforzano solo quando la sostenibiltà di lega ai risultati misurati e valutati per i costi , si rafforzano solo in un contesto di MERITO e di CONCORRENZA. In questi Sistemi Pubblici Sanitari governati dalla Sinistra a tutt’oggi, le professioni sono diventate impieghi e il più scarso non è differente dal più bravo e capace. Gli esempi sono innumerevoli
    Digitalizzare la Sanità non basta , bisogna digitalizzarla digitalizzando REGISTRI, RACCOLTE DI DATI E DI INDICATORI DI OUTCOMES E DI PROCESSO CHE POSSANO GENERARE UN CONFRONTO IN QUANTITA’ , QUALITA’ EFFICIENZA ED EFFICACIA.
    Il paziente quando è malato chiede di essere curato nel posto giusto , al momento giusto e nel modo giusto
    Il cittadino chiede di essere informato, di sapere come funziona il suo sistema anche in termini economici visto che il sistema se lo paga, vuole sapere da chi andare in caso di bisogno e quale risultati può avere . Il cittadino chiede azioni preventive partecipate e piani integrati da parte dei Comuni in cui vive.
    Matteo Renzi è un uomo di sinistra, della nuova Sinistra che ha avuto modo di vedere la Vecchia Sinistra all’opera, ha avuto modo di poterla criticare, di poterle dare un contributo di idee, ma purtroppo non si può criticare proprio a causa dei BRONTOSAURI che occupano i territori della Sinistra, brontosauri più mansueti alcuni , altri più tirannosauri incapaci ad ascoltare e cercare di capire , atti solo a divorare con voracità.
    Personalmente ho gradito le idee di Matteo Renzi, mi hanno aiutato a capire che quel senso di disagio che ormai provavo per una Sanità burocratizzata, stupida e ripetitiva , piena di frase fatte e di slogan, politicizzata e sindacalizzati fino al midollo, svuotata di ogni interesse al merito, alle capacità professionali allo studio ed alla ricerca, alla innovazione ed allo sviluppo che non avessero una targhetta qualunque comunque sempre politica e/o di Casta, quel senso di disagio poteva essere convogliato su un nuovo corso politico. Grazie Matteo Renzi per queste idee di Sinistra ! Ed ora , se non ci uccidono prima come possibile, il cammino si farà difficile perchè dai PUNTI TEORICI DOBBIAMO PASSARE AL FARE!

  5. Perchè non provare a lanciare una “sfida” al “brogliaccio” di Renzi e preparare un “manifesto di POLITICA SANITARIA” che raccolga il placet (e la sottoscrizione) di quella parte, emersa e sommersa, del mondo scientifico che non ne può più di “sottopotere” clientelare, campanilistico, iniquo, lobbistico e truffaldino.
    Già da questo blog si vede che le idee ci sono, però si devono confrontare, condividere, sostenere e poi DIFFONDERE, perchè la sterile silenziosa solitudine della “Turris Eburnea” è il preludio per la nascità dei peggiori “Mostri” che la mente umana ha prodotto, produce e purtroppo produrrà ancora.
    E’ l’ora che anche Noi, oltre a gridare che tutto questo non ci va più bene, si raddrizzi la schiena e si “faccia di fatti” per difendere il bene di cui, con il giuramento ippocratico, ci siamo erti a difensori… LA SALUTE

  6. Condivido pienamente l’analisi di Geddes e Maciocco. La proposta Renzi conferma, ancora una volta, quanto la politica sia distante dai problemi veri e da quelli della sanità in particolare.
    Vorrei aggiungere una considerazione sull’informatizzazione. Fino a quando in Italia larghe fasce di territori resteranno escluse (e lo sono in particolare nel meridione ed in Calabria dove vivo)dall’accesso all’ADSL, anche i servizi informatici della sanità (ammesso che si realizzino),non saranno accessibili e dunque si produrrà un’ulteriore discriminazione tra i cittadini italiani.
    Anche il digital divide può rientrare tra i determinanti di salute.

  7. Ottima l’abstract di Marco Geddes e Gavino Maciocco, la avete mandata spero a Matteo Renzi, l’uomo di buona volontà? Spero di si. Ho letto i 100 punti, sono certamente superficiali, ma almeno è un sasso nello stagno, si sa che nostri politici attaccano l’asino dove vuole il padrone e noi subiamo.

    Nella mia vita mi sono scontrato con la medicina, hanni fa un bravissimo imprenditore aveva inventato un sistema di controllo medico p che costava dieci volte meno di quello delle multinazionali americane…come poteva pagare tangenti elevati ai soliti noti, io stesso vendendo previdenza a commerciali del settore sanitario mi sentivo raccontare dall’alto di uno scrittoio Porsche come per i primari si organizzavano corsi di due ore in sede esotiche…in buona compagnia…tutte balle…millanterei…forse…ma a pensar male ci si…

    bravissimi ciao peppo

  8. Vedere il Medico di Famiglia come un amministrativo pagato in modo eccessivo (ma guadagnano così poco i manager delle multinazionali?) e volerne riformare (eliminare) il ruolo sono idee che circolano ormai da tempi immemorabili: basta ripensare al film “Il medico della mutua”.
    Non voglio davvero difendere i medici che fanno male il loro lavoro non alzando mai lo sguardo dalla scrivania, ma credo sia ingiusto dimenticarsi dei tanti che si sforzano giorno per giorno di dare il massimo per i loro assistiti, muovendosi in situazioni sempre più difficili; i tanti che hanno aderito all’unica vera idea nuova degli ultimi anni, la Sanità di Iniziativa, e che la portano avanti insieme agli infermieri con entusiasmo.
    D’altra parte mi si dovrebbe spiegare come si fa a gestire la sanità facendo tornare i conti senza un primo livello di intervento che impedisca efficacemente l’accesso improprio in ospedale e che sia capace di accogliere i pazienti che lasciano l’ospedale in condizioni sempre più precarie, anche se stabilizzate. Purtroppo abbiamo pensato a riformare la struttura ospedaliera accorciando (giustamente) la durata dei ricoveri senza incidere su quello che viene prima e dopo il ricovero. E non è certo pensabile che un Medico di Famiglia che agisce da solo possa far fronte alle richieste sempre più complesse della sanità moderna.
    Gli ambulatori polispecialistici territoriali sono solo un mezzo per rendere strutturali le storture attualmente presenti: infatti oggi sempre più lo spacialista agisce su pazienti che non necessitano di un intervento specialistico ed il Medico di Famiglia finisce per esercitare funzioni che non sono nemmeno strettamente di pertinenza medica. La carenza di medici del prossimo futuro, fra l’altro, ci obbligherà a riqualificare le figure professionali potenziando il sistema delle cure primarie e consentendo all’ospedale e alla spacialistica di fare bene il loro mestiere, cioè gli interventi di secondo livello.
    Non bisogna infine dimenticare che affidare allo specialista interventi di base non è solo uno spreco economico ma finisce per dare risposte che si ritorcono contro l’interesse del cittadno che deve essere curato: esempi come la larga diffusione del PSA come screening anomalo e della diagnostica ” pesante” per un problema largamente diffuso come il mal di schiena dimostrano che un sistema delle Cure Primarie efficiente non è solo utile per spendere meno ma anche per curare meglio. Questo non è ovviamente colpa degli specialisti ma è il frutto di una cultura consumistica ormai largamente diffusa fra gli addetti ai lavori e, anche purtroppo, fra la popolazione, che non ha trovato una Medicina di Famiglia sufficientemente autorevole da riuscire efficacemente ad opporvisi.

    1. Caro Bussotti,d’accordo con te sulla questione dei compensi in medicina generale,che sono sopravvalutati(ti ricordo l’analisi del Collega della Medicoop di Sesto Fno che concludeva che chi si impegna come da convenzione e’ pagato intorno a 7 euro l’ora).
      D’accordo che talvolta e non per colpa nostra il lenzuolino del lettino non viene nemmeno sgualcito,ma lavorare ad una cartella clinica aggiornata e’ cosa di alto valore ai fini pratici ed epidemiologici nell’interesse del paziente e del sistema.
      Ovviamente la condizione di libero professionista facilita eterogeneita’nei comportamenti e bene ha fatto l’Azienda a introdurre strumenti di controllo della appropriatezza prescrittiva e auspico che la stessa indicizzi i compensi al tasso di accessi al PS e ricoveri ospedalieri,come miglior strumento di selezione ai fini di un recupero di dignita’ professionale.

  9. Inutile è la ricerca tra i cento di un punto che si occupi dichiaratamente delle condizioni di lavoro ed in particolare del controllo degli infortuni e dei danni alla salute correlati con il lavoro. A bene vedere però l’argomento è richiamato indirettamente e come spesso succede per altri punti, nonostante sia pesante come un macigno, è trattato alla leggera, in maniera economicistica, senza spessore culturale ed in carenza di conoscenze storiche. Tra il 28 (Antitrust obbligatorio) ed il 30 (Ridurre il numero delle norme) c’è anche il punto numero 29 (Liberalizzare le assicurazioni su infortuni e malattie). L’occasionale estensore cita le “attività svolte dall’Inail” in maniera banale e si capisca subito che non le conosce; sbagliando clamorosamente asserisce che svolge “una funzione tipica di qualunque società di assicurazione privata”; e quindi, con in mano una diagnosi sbagliata, ecco la panacea, la terapia universale: “Bisogna allora aprire all’accesso dell’attività di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro da parte di imprese private di assicurazione o di riassicurazione”. All’estensore che si dovesse preoccupare di cambiare o sviluppare questo punto occorrerà spiegare alcune cose: che l’assicurazione degli infortuni e delle “malattie professionale” è legata a doppio filo con la loro prevenzione e che questa ultima deve rimanere, come succede in tutti i paesi, l’obiettivo di tutto l’”affare”; che attualmente l’INAIL detiene una posizione monopolistica ma nel contempo svolge un ruolo sociale irrinunciabile nei confronti dei lavoratori e nel contempo dei datori lavori. Occorrerà inoltre ricordare ai “giovani” politici che anche Berlusconi (e con lui le sue assicurazioni private) aveva inserito lo stesso punto nel suo programma politico e di governo rinunciato poi alla sua attuazione per interessi sia privati che pubblici.

  10. Se l’obbligo di un Welfare moderno è quello di fornire servizi ad un costo notevolmente più basso, una questione centrale, anche per la dimensione economica, è quella del costo del farmaco. Oggi la collettività ha delegato ai privati la ricerca e l’innovazione nel farmaco, ma è fondamentale domandarsi se ha ancora senso finanziare la ricerca dell’industria farmaceutica.
    In un’intervista a Repubblica di qualche anno fa Silvio Garattini affrontava questo tema in modo chiaro, evidenziando tutte le criticità di un sistema (ricerca e sviluppo fatto dai privati, stato pagatore e regolatore) che è ben lungi dall’aver risolto i conflitti di interesse. Anche lui però non usciva, in quell’occasione, dal mito del mercato. Con il risultato di rimanere impantanato, come è naturale che sia, in un vano e complicato tentativo di immaginare un sistema di norme efficace nel contrastare, con fini sociali, l’innata avidità degli investitori.
    Nel mercato del farmaco, ed in particolare nella ricerca, il ruolo del pubblico è stato eroso in modo impressionante negli ultimi decenni. Ormai oltre il 90% della ricerca, direttamente o attraverso sponsorizzazione, è gestito dall’industria. Di fatto c’è un monopolio informativo (pericoloso) e di indirizzo (verso i farmaci redditizi) che sta costando cifre immense alla collettività.
    Del costo ex factory di un farmaco, oggi, una frazione pari a circa il 10% è il valore di quanto investito nella ricerca, mentre il 30% è dedicato al marketing; nel 2009 l’utile ante imposte di Glaxo era di poco inferiore al 30%. Quindi la ricerca ci costa, a spanne, 7 volte il suo valore.
    E’ ora di ragionare su una strada alternativa.

    Una forte ricerca pubblica finanziata dallo Stato il cui fine sia mettere a disposizione dei produttori, gratuitamente, i propri risultati ed i propri brevetti è una strada in grado di dare, nel medio periodo, una somma di risultati positivi.
    La ragione di fondo è che, costando molto meno i farmaci (pensiamo agli 11€ che aveva raggiunto l’Aulin rispetto ai 2,5€ della nimesulide), lo Stato risparmierebbe una quantità tale di risorse da finanziare abbondantemente una ricerca efficace e comunque guadagnarci.
    Gli unici che ci rimetterebbero sarebbero gli investitori, cioè quelli che, facendo lievitare il valore delle azioni dell’industria farmaceutica, guadagnano sui dividendi e sulla speculazione finanziaria senza fare, sostanzialmente, nulla di utile.

    Nel dettaglio alcune ragioni di questa proposta:
    – Il vantaggio principale è nel fatto che permette di avere farmaci “non brevettabili”, o con brevetto a disposizione di tutti, che è la stessa cosa. Quindi l’industria privata può produrre direttamente farmaci innovativi a prezzo dei generici, cioè al loro costo industriale reale: lo Stato può quindi pagare i farmaci ad un prezzo giusto e stimabile correttamente (trasparente), dando lavoro all’industria, senza finanziare, attraverso il “differenziale sulla ricerca”, che rimane un’ipotesi, la rendita speculativa di coloro che hanno investito nelle società farmaceutiche condizionandone l’operatività a fini di lucro. Un risparmio che, nel corso degli anni, può diventare enorme.
    – solo lo Stato ha interesse a finanziare la ricerca di farmaci o rimedi a basso costo. Queste linee di ricerca non hanno ovviamente mai suscitato alcun interesse per la ricerca privata, non generando “commercio” con margini interessanti. Per questo, ad esempio, in una ricerca su una malattia raramente si considerano i casi in cui non esiste solo la soluzione farmacologia, ma altri rimedi terapeutici che non implicano il consumo di farmaci.
    – Solo lo Stato, cioè la collettività, ha la forza economica e la lungimiranza di finanziare la ricerca di base, l’unica che può portare a innovazioni importanti, così come accade in altri settori (fisica, astronomia, matematica). Per la medicina, di cui la ricerca farmacologica è una branca, questo è ancor più necessario visto che stiamo arrivando vicini ai limiti intrinseci della farmacologia classica. La conoscenza per la conoscenza è la materia prima indispensabile per il progresso, e gli ambiti dove siamo completamente “ignoranti” sono molti.
    – La ricerca pubblica, non avendo come obiettivo il risultato a breve termine, può, e deve, essere libera: è giusto finanziare le ricerche interessanti, ma si deve tenere ben presente che la ricerca vera, per essere davvero utile ed innovativa, deve essere completamente libera, anche di perdere tempo. È così: non c’è produttività che tenga nella cultura; costa, ma è l’unico modo per farla funzionare.
    – La ricerca pubblica è la più trasparente perché, se interamente finanziata dallo Stato, i conflitti di interesse, il grande male della medicina attuale, si riducono considerevolmente. La Stato non deve vendere i brevetti, ma metterli a disposizione.
    – È trasparente anche perché, per lo stesso motivo, possono essere pubblicati tutti gli studi (positivi e negativi), senza nascondere i risultati deludenti, come sta avvenendo ora nella ricerca privata. Questo permette un progresso maggiore e più rapido delle conoscenze (lo scambio delle conoscenze è materia prima indispensabile) ed anche una maggiore sicurezza dei farmaci. Non è più necessaria la promozione delle ricerche, per vendere più farmaci.
    – È un investimento anche sull’iniziativa imprenditoriale, perché mette a disposizione studi che permettono, se interessanti, lo sviluppo di iniziative di ricerca e di produzione private. E’ quindi un incentivo allo sviluppo del lavoro dell’industria e dell’economia.
    – È potenzialmente un investimento anche perché, in un regime di vera concorrenza (e non di monopolio dell’industria farmaceutica, come attualmente è, per stessa ammissione dell’industria) tutti gli attori in campo sono stimolati alla ricerca di vere positività.
    – La dialettica culturale che si può creare per lo sviluppo di fonti di informazione diverse, migliora la possibilità dei medici di scegliere “in scienza e coscienza” la terapia preferibile; quindi la forza di promozione della spesa di quell’immensa macchina pubblicitaria che è la rete degli informatori farmaceutici (la rete dei promotori della spesa) viene sicuramente attenuata (con conseguenti risparmi).

    Insomma, in un mondo in cui pare che la concorrenza sia la panacea per ogni male, non si capisce perché il più clamoroso ed ingombrante monopolio economico e della conoscenza, all’interno del più grande dei settori di spesa pubblica dell’occidente, cioè della sanità, non debba ricevere una scossa, una riequilibrata. Il privato fa bene il suo lavoro, ma la conoscenza, in mano al monopolio privato, non è una merce qualsiasi: è come l’acqua o l’aria.
    L’industria torni a fare ciò che sa fare bene: produrre e mettere sul mercato farmaci a prezzo ragionevole, il lavoro che oggi sta facendo l’industria dei generici proprio perché non gravata dei costi di marketing e di R&S.

    Ragionando con calma si possono poi scovare molti altri motivi per fare questa scelta, molte altre ricadute positive (sull’università, tanto per cominciare).
    Mi pare sia il caso di aprire una discussione su questa impostazione, valutando pro e contro al di fuori della logica de “il mondo è fatto così” o del “realismo di convenienza”, facendo dei conti seri, e semplici.
    E ragionevole pensare che il costo di un immenso investimento pubblico in questo campo possa essere riequilibrato abbondantemente dai risparmi ottenuti grazie a farmaci davvero al loro costo reale.

  11. Entro nella discussione con un aspetto particolare: il malato oncologico e il suo percorso assistenziale. Oggi per molte patologie oncologiche si può parlare, come per altre patologie, di malattia cronica. Un cambiamento in questo senso si riscontra anche per patologie ad alta letalità come il tumore polmonare, di cui mi occupo. Anche se i tassi di mortalità per questa neoplasia non cambiano negli anni, si riscontra però un aumento di sopravvivenza. Molto é stato fatto in Toscana per le malattie oncologiche (CORD, GOM, raccomandazioni diagnostiche e terapeutiche ecc.), ma devo constatare con rammarico, che ad eccezione di pochi casi, il MMG scarsamente interviene nella gestione di questi ammalati, delegando allo specialista. Ma cosa chiede l’ammalato? Chiede soprattutto un unico professionista competente che lo possa costantemente seguire in tutto il suo percorso di grave malattia. Invece il paziente oncologico polmonare passa dal suo MMG allo specialista d’organo e successivamente allo specialista oncologo perché sono necessarie nella maggioranza dei casi cure mediche dato il tumore polmonare si presenta nel 2/3 dei casi con metastasi a distanza. Lo specialista oncologico nei vari controlli spesso però non é sempre la stessa persona e così l’ammalato conosce l’oncologo A, B, C ecc. Alla fine, magari senza che nessuno dei professionisti che l’hanno seguito o che lo stanno seguendo gli abbia fatto presente la gravità della sua malattia (lo può fare solo chi lo segue passo passo e sa dare la giusta informazione al momento giusto quando richiesta) capita spesso che conosca l’ultimo specialista, il medico dell’Hospice, senza sapere spesso cosa sia l’hospice e aspettando ancora di “guarire” della sua malattia. La sanità attuale non sa dare così una risposta alla sua richiesta di continuità di cura, indispensabile non solo a lui, ma anche alla stessa sanità … basti pensare all’enorme spesa dei farmaci anti cancro (una confezione di Erlotinib per la terapia di un solo mese costa più di €2000), spesa che è in continua crescita (il costo dei farmaci oncologici negli ultimi 15 anni é cresciuto più del 600% e presto diventerà non più sostenibile) e a quanto viene speso per questi farmaci nell’ultimo mese di vita, quindi con un loro impiego diviene futile.
    Questo può solo accadere perché non c’é stato nessuno che ha seguito in tutto il percorso di malattia oncologico questo ammalato, quasi mai protagonista nelle scelte che lo riguardano.
    Accetto volentieri commenti in merito Andrea Lopes Pegna

  12. Fino a qualche tempo fa i conservatori erano quelli che volevano conservare lo status quo. Ma improvvisamente lo status quo è entrato in movimento e scorre come un tapis roulant verso la modernità. Così anche i conservatori si muovono con esso. E i moderni veri sono costretti a essere antimodernisti. Milan Kundera

    In questo dibattito il sovrapporsi di questioni inerenti la salute, la sanità e la modernità pare lasciare sullo sfondo quei cittadini che, immolati alla logica dei tagli, potrebbero divenire spettatori impotenti del declino di uno dei migliori sistemi sanitari al mondo.
    Il Sindaco di Firenze ha il dovere morale di avvalersi di consulenti competenti e di saper declinare le idee in azioni.
    Forse la discussione fra ciò che è vecchio e ciò che è nuovo potrebbe mutare virtuosamente in ciò che funziona e ciò che non funziona, e dare spazio alle competenze, al rigore ed ad un recupero del senso vero delle Istituzioni.

  13. Mi scuso se intervengo in ritardo, ma leggo solo ora proposte di Renzi e relativo commento.
    Personalmente non mi stupisco affatto delle idee fallimentari, anche nel campo della sanità diagnostico-terapeutica, del Renzi, esponente tipico di una “sinistra” (toscana e no), che ha perso cuore e cervello.
    Di Renzi ricordo, quando era presidente della provincia di Firenze la campagna promozionale con manifesti 6 per 3 metri (pagati dai contribuenti), a favore di un nuovo inceneritore fiorentino a 20 anni dalla chiusura del precedente per “qualche problema” con la diossina (inquinante epigenetico per eccellenza).
    Nel testo di Geddes e Maciocco , pure apprezzabile per molti versi, devo però rilevare la carente ed arretrata analisi nel campo della prevenzione, appiattita sugli “stili di vita”, come del resto il roboante ed altrettanto brontosaurico nuovo Piano Socio Sanitario toscano dove si enfatizzano generici ed onnipresenti “stili di vita” (ridicolo, se non tragico, invocargli per patologie in allarmante crescita nel nostro Paese, e quindi presumibilmente anche per la nostra Regione, quali i Tumori infantili, di cui deteniamo il triste record europeo per quanto riguarda l’incremento annuale, come dimostrato dai dati dell’AIRTUM) mentre manca un adeguato richiamo alla priorità della prevenzione dai rischi ambientali, alla luce delle ricerche nel campo dell’epigenetica, che oltre a rappresentare il settore più avanzato della ricerca biomedica, impongono una revisione delle strategie e dell’operatività di un Servizio Sanitario Pubblico, soprattutto nel campo della Prevenzione Primaria, sempre che si voglia seguire metodiche basate su prove scientifiche.A tale proposito si suggerisce la lettura della recente monografia “Progetto Ambiente e Tumori” dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica ( che si può scaricare liberamente dal sito AIOM ed è di libero acceso: http://www.aiom.it/Attivit%E0+Scientifica/Documenti+AIOM/Position+paper/Progetto+Ambiente+e+Tumori/1,5352,1 ,
    Questo anche per dare un po’ più di contenuti, sul versante della “vera” Prevenzione, alla strategia “salute in tutte le politiche” che, al contrario, diventa uno slogan politicista buono per i Renzi e gli affini.

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