Equità ed età pensionabile

Adriano Cattaneo

Per motivi di equità non vi possono essere età pensionabile e coefficienti economici di pensionamento uguali per tutti.


 

Sai ched’è la statistica? È ’na cosa
che serve pe’ fa’ un conto in general
de la gente che nasce, che sta male,
che more, che va in carcere e che sposa.
Ma pe’ me la statistica curiosa
è dove c’entra la percentuale,
pe’ via che, lì, la media è sempre eguale
puro co’ la persona bisognosa.
Me spiego: da li conti che se fanno
secondo le statistiche d’adesso
risurta che te tocca un pollo all’anno:
e, se nun entra ne le spese tue,
t’entra ne la statistica lo stesso
perché c’è un antro che ne magna due.
Trilussa, La Statistica

 

Com’è noto, la manovra varata dal  Parlamento prevede un innalzamento dell’età pensionabile. Innalzamento uguale per tutti,   non modulato per classe sociale. Eppure, la speranza di vita alla nascita non è uguale per tutti.   Lo stesso ragionamento vale per la speranza di vita senza disabilità. 

È passata l’idea che l’età pensionabile debba essere aumentata all’aumentare della speranza media di vita alla nascita. A parte il fatto che qualcuno ha avanzato l’ipotesi che la speranza di vita possa diminuire, soprattutto in relazione con l’estendersi dell’epidemia di obesità e nonostante la diminuzione della mortalità da fumo[1], chi propone questo aumento dell’età pensionabile per tutti non tiene conto di due questioni importanti:

  1. La speranza di vita media alla nascita è, per l’appunto, una media. Come tutte le medie ha una sua dispersione: c’è chi muore prima e chi muore dopo. E indovinate chi muore prima?
  2. Non tutti vivono bene fino alla morte; prima di morire si passano degli anni con una minore qualità della vita, con qualche tipo di disabilità. C’è chi vive meglio e chi vive peggio gli ultimi anni della vita. E indovinate chi li vive peggio?

Per mia ignoranza, non conosco statistiche recenti italiane sulla dispersione della speranza di vita e della speranza di vita senza disabilità per classe sociale, ma immagino non siano molto diverse da quelle di un paese, anzi una parte di paese, come l’Inghilterra. La Commissione Europea pubblica i dati nazionali per il 2008[2]. In Italia la speranza di vita alla nascita per i maschi era di 79,1 anni, di cui il 78,9% erano anni di vita senza disabilità; per le femmine la speranza di vita era 84,5 anni di cui 72,4% senza disabilità. In Gran Bretagna i dati erano 77,8 anni e 83,5% per i maschi, 81,9 anni e 81,0% per le femmine. Quindi vita un po’ più lunga in Italia che in Gran Bretagna, ma relativamente più sana negli ultimi anni in Gran Bretagna che in Italia. La situazione in Inghilterra è probabilmente leggermente migliore che in Gran Bretagna. Italia e Gran Bretagna avevano anche, nel 2010, lo stesso indice di Gini, la stessa misura cioè del livello di disuguaglianza: 0,36[3].

Assumendo che i dati sulla dispersione della speranza di vita e della speranza di vita senza disabilità per classe sociale dell’Inghilterra siano simili a quelli dell’Italia, diamo un’occhiata alla Figura 1, tratta dal rapporto pubblicato dalla commissione sui determinanti sociali della salute, presieduta da Michael Marmot, per conto del governo inglese[4].

La Figura 1 mostra due curve: in alto quella della speranza di vita, in basso quella della speranza di vita senza disabilità alla nascita. Entrambe le curve si basano su dati del periodo 1999-2003. Le due curve hanno un andamento ascendente, dai valori più bassi (a sinistra), che si riferiscono agli abitanti dei quartieri più poveri, a quelli più alti (a destra), che si riferiscono agli abitanti dei quartieri più ricchi. L’andamento è leggermente sinusoidale, nel senso che le pendenze delle curve sono maggiori agli estremi, ad indicare vite molto più corte e con molte più disabilità per i poverissimi e, all’alto estremo, vite ben più lunghe e con molte meno disabilità per i ricchissimi. Da notare anche che il gap tra speranza di vita e speranza di vita senza disabilità è maggiore (oltre 20 anni) per i più poveri che per i più ricchi (circa 13 anni); in altre parole, la percentuale di anni vissuti bene è maggiore per i ricchi che per i poveri. I puntini verde chiaro e verde scuro rappresentano la dispersione attorno alla media della speranza di vita e della speranza di vita senza disabilità, rispettivamente, per ogni percentile di reddito. La fascia orizzontale verde scuro rappresenta l’aumento previsto dell’età pensionabile tra il 2026 e il 2046 secondo i piani del governo britannico. Salta immediatamente agli occhi la discrepanza tra la perfetta orizzontalità di questa fascia e la curvatura dal basso verso l’alto (da sinistra a destra) dei valori della speranza di vita con e senza disabilità.

Figura 1. Speranza di vita (curva superiore) e speranza di vita senza disabilità (curva inferiore) alla nascita per livello di reddito del quartiere (redditi più bassi a sinistra, redditi più alti a destra) in Inghilterra tra il 1999 e il 2003, in relazione all’aumento dell’età pensionabile previsto tra il 2026 e il 2046 (banda verde orizzontale).

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Immaginiamo ora per un attimo che la Figura 1 si riferisca all’Italia. Attualmente si può andare in pensione anche a 60 anni. A questa età, però, quasi tutti i cittadini del primo decile di reddito (restano al di sopra della linea dei 60 anni solo 5 puntini verdi) hanno già raggiunto e superato la loro speranza di vita senza disabilità; restano loro da vivere tra 13 e 16 anni di vita con qualche disabilità. All’altro estremo, tutti i cittadini oltre il 75° centile di reddito sono vivi e senza disabilità; e restano loro da vivere da 20 a 24 anni, dei quali da 5 a 15 senza disabilità. Stime simili si possono fare fissando l’età pensionabile a livelli più alti. Per esempio, se tutti andassero in pensione a 65 anni, quasi tutti i cittadini dei primi 30 centili di reddito lo farebbero dopo aver già raggiunto e superato la loro speranza di vita senza disabilità, e rimarrebbero loro da 5 a 15 anni di vita grama; mentre pochi tra i cittadini oltre il 90° centile di reddito incorrerebbe nello stesso rischio, e molti vivrebbero ancora 15 o 20 anni. Se l’età della pensione si fissasse per tutti a 70 anni, alcuni dei cittadini più poveri non c’arriverebbero mai; morirebbero prima.

Trilussa aveva proprio ragione. Giustizia vorrebbe che, se veramente si ritiene che sia necessario un innalzamento per tutti dell’età pensionabile, tale innalzamento non sia una linea tracciata orizzontalmente, ma una curva parallela all’andamento della speranza di vita e della speranza di vita senza disabilità per classe sociale.

ps. Dopo aver finito di scrivere quanto sopra, mi è arrivata la Figura 2, elaborata da Geppo Costa con dati torinesi e decili di reddito ricavati in base al reddito familiare denunciato nel 1998. Il primo decile a sinistra (I) è quello dei più poveri, il decimo e ultimo a destra (X) quello dei più ricchi, usato come termine di paragone. Non sono dati rappresentativi dell’Italia intera, ma mostrano che a Torino i più ricchi e i più poveri sono separati da 5.6 anni di speranza di vita, e chissà da quanti anni di speranza di vita senza disabilità. Mi sembra evidente che non vi possono essere età pensionabile e coefficienti economici di pensionamento uguali per tutti.

Figura 2. Differenze nella speranza di vita alla nascita dei maschi a Torino per decile di reddito mediano familiare denunciato nel 1998 a livello di sezione di censimento: anni 2000-2005

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Adriano Cattaneo, IRCCS Burlo Garofolo, Trieste. 
Osservatorio Italiano Salute Globale (OISG)

Bibliografia

  1. Stewart ST, Cutler DM, Rosen AB. Forecasting the effects of obesity and smoking on U.S. life expectancy. N Engl J Med 2009; 361:2252-2260
  2. Heidi* data tool 
  3. UNDP. Human Development Report 2010. The real wealth of nations: pathways to human development. UNDP, New York, 2010
  4. Fair society, healthy lives. Strategic review of health inequalities in England post-2010. The Marmot Review, London, 2010

 

11 commenti

  1. Grazie Adriano per questa lucida e convincente analisi che va diffusa su tutti i fronti.
    Come diceva don Milani “Le medie son vigliacche perche’ mischiano il piu’ dei ricchi col meno dei poveri come facesse pari.”

  2. Ottima messa a punto che ci consente di quantificare l’inequità delle misure sulle pensioni. Tra l’altro, mi chiedo come sarebbero le differenze nella aspettativa di vita con e senza disabilità se fossimo realmente in grado di avere dati realistici sul reddito. E’ verosimile che le differenze sarebbero significativamente maggiori di quelle comunque misurate da Geppo sulla base dei redditi dichiarati. Per lo stesso motivo, peraltro, sarebbe arduo modulare l’età pensionabile utilizzando il reddito come parametro. Andrebbe modulata con un complesso indicatore costruito sulle tipologie di impiego, attualmente ci sono già alcune (poche!) eccezioni basate su alcuni lavori usuranti. Mi chiedo se i sindacati hanno avuto il coraggio di proporlo.

    Forse…si potrebbe chiedere agli ultranovantenni sani di pagare un tributo di solidarietà. Per due motivi: o perchè molto probabilmente sono stati ricchi, o perchè comunque sono stati fortunati…

  3. bella e lucida analisi! Grazie Adriano.

    Anche se dovrebbero esservi deroghe previste per legge per i lavori usuranti (non ben chiaro!), sembra comunque incredibile ed assurdo che un governo tecnico che ha rispolverato il termine “equità” fin dall’inizio non sappia di queste cose. Chi consiglia il nuovo ministro ? Che cosa fa la UE, la Joint Action che prevede un lavoro di equity audit nelle politiche nazionali,la commissione stato regioni e la rete dei 15 centri di esperti di cui parlava anche G. Costa ?

    Sono perplesso: questi tecnici (a differenza dei politici che avevamo prima) dovrebbero sapere e saper fare, i sindacati non so… Tutti conoscono Trilussa, don Milani e le bugie della statistica di Disraeli, ma certo il reddito dichiarato, in Italia non basta come parametro unico.

  4. Ci sarebbe uno studio statistico estremamente interessante: valutare l’effetto dei ‘baby pensionamenti’, di moda negli anni 80′ 90′, per verificare se la speranza di vita aumenta o no…..

  5. Ciao Carlo, grazie. è veramente un importante contributo per far comprendere come alcuni provvedimenti legislativi posso concorrere ad aumentare o generare forti disuguaglianze. Nel nostro Paese le disugualglianze fra i cittadini vanno sempre più accentuandosi in tutte le dimensioni sociali. E necessario chiedersi e chiedere a questo governo fatto di “professori”,se la riduzione delle disuguaglianze è un obiettivo del proprio agire politico, soprattutto in questo momento di crisi, o se considera l’accentuarsi della disuguaglianza tra i cittadini come un esito indifferente della propria azione legislativa. Cosa farebbero un buon padre e una buona madre di famiglia di fronte ad una crisi economica familiare? parametrerebbero le risorse a tutela dei bisogni del più debole tra i suoi membri o…. cosa?

  6. Grazie dei dati chiari e precisi.Penso che,se arrivano a noi,ben noti siano anche ai nostri governanti.
    Credo che oramai sia necessario parlare di pensione intrecciando tale argomento a quale condizione lavorativa e vitale in generale una persona vive.
    Quali e quanti sono i lavori usuranti? Cosa poter prevedere per chi pratica tali lavori? e i pendolari?
    Inoltre,se è statisticamente previsto che una parte della popolazione debba continuare a lavorare anche in età in cui “non tutti sono al massimo delle loro capacità fisiche”,come si possono continuare a praticare quei lavori che con ciò non sono compatibili in quanto richiedono performances di capacità ed attenzione notevoli-chi si occupa di guida,di mezzi meccanici,infermieri….
    Tutelare età pensionabi adeguate per queste categorie significa non creare “privilegi di nicchia”ma tutelare la collettività

  7. bravo Adriano. All’interno dei numerosi documenti legati alla tallin charter c’è un’interessante analisi sulla probabilità di pensionamento e di pensionamento per malattia cronica a 55 anni nelle diverse classi sociali divise per percentili. Lo studio è stato condotto su un campione di persone di diversi paesi (Belgique, Danemark, Espagne,France, Grèce, Irlande, Italie, Portugal et Royaume-Uni)I lavoratori di livello più basso hanno una probabilità del 62%) volte rispetto ai lavoratori meglio retribuiti (18%) di chiedere il pensionamento anticipato per motivi di salute. Il problema di salute resta la variabile più importante per chiedere il pensionamento.
    Forse sposteremo su INPS invalidità parte degli attuali pensionati per anzianità? sarebbe conveniente visto che costa di meno.

  8. Per Ingrid: credo che i nostri governanti li conoscano bene ma tanto loro e i loro amici stanno nei percentili di ricchezza più alti, quindi non gli conviene mica!
    ad ogni modo fa rabbia vedere quante disparità si creano in più di quante non ce ne siano già…

  9. Condivido pienamente! Ma Non andremo in pensione, comunque, tutti alla stessa età. Occorre considerare che l’età contributiva è fissata ad un minimo di 42 anni pertanto nell’ipotesi di un giovane che inizia a lavorare all’età di 15 , come nel mio caso, avrà diritto alla pensione all’età di 57 anni. I poveri generalmente iniziano a lavorare prima e così vanno in pensione prima, riuscendo a “rosicchiare” qualche anno di vita pensionistica.

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