Migrazioni, salute e sicurezza sul lavoro

Fabio Capacci, Carla Sgarrella

È sbagliato sostenere che esiste una questione sicurezza del lavoro legata a peculiarità del lavoratore migrante. È piuttosto vero che l’economia sfrutta la debolezza sociale del migrante per ricavare vantaggi in termini di profitto e che ciò avviene sia quando il migrante fornisce manodopera a basso costo.


È nozione comune che i migranti sono esposti a rischi lavorativi maggiori rispetto alle popolazioni autoctone. Questa convinzione discende dall’osservazione delle condizioni di precarietà di vita che caratterizzano il primo periodo di permanenza nel paese “ospite”, in molti casi stabilizzate da norme che, ostacolando la regolarizzazione, creano assenza di diritto, frustrazione progettuale ed esistenziale, vulnerabilità rispetto al mercato del lavoro e rischi per la salute.  Su questo argomento ben poco vi è da analizzare essendo palesi condizioni di sfruttamento inaccettabili. L’agricoltura e l’edilizia sono i settori più a rischio, dove la mobilità dei cantieri e la flessibilità creano condizioni di lavoro nero difficili da contrastare. Regolarizzare queste situazioni attiene alla politica, essendo necessari interventi legislativi in materia di diritto del lavoro e di immigrazione.

Diverso è il rapporto fra lavoro e salute per i migranti regolarizzati. I dati statistici indicano un continuo aumento degli infortuni fra lavoratori stranieri. Dalle stime INAIL[1] riferite all’anno 2010 l’incidenza infortunistica, espressa dal rapporto tra infortuni denunciati e lavoratori assicurati, risulta per gli stranieri pari a 45 casi ogni 1.000 occupati contro 39,2 per gli italiani. Nei lavoratori italiani si è registrata una riduzione degli infortuni sul lavoro di quasi il 2% nel 2010, mentre per gli stranieri la situazione è passata da 119.240 infortuni del 2009 a 120.135 del 2010 (15,5% degli infortuni complessivi), con un incremento di quasi un punto percentuale (Tabella 1).

Tabella 1. Andamenti infortuni e malattie professionali (2009-2010)

 

Incidenza infortuni

Andamento infortuni

2009 – 2010

Andamento malattie professionali

2009 – 2010

Lavoratori Italiani

39,2/1000

– 2 %

+ 22 %

Lavoratori altre nazionalità

45/1000

+ 1 %

+ 19 %

Fonte: Inail

Motivi della maggior frequenza e/o gravità dei danni da lavoro nei migranti regolarizzati sono in genere considerati i seguenti:

  1. impiego in lavori pericolosi, mal retribuiti, con orari e turni sfavorevoli, quelli che “gli italiani non vogliono più fare”;
  2. maggiore vulnerabilità per scarsa formazione, difficoltà di comprensione linguistica e bassa percezione del rischio;
  3. elusione delle norme di tutela del paese ospitante da parte di economie di tipo “etnico”.

Il Dossier Caritas/Migrantes[2] offre ulteriori informazioni per comprendere il rapporto fra condizione di migrante e salute lavorativa:

  1. tasso di attività di 11 punti più elevato degli italiani;
  2. maggior bisogno di tutela, attestato dalla massiccia iscrizione ai sindacati (quasi un milione di iscritti), sia fra i regolarmente assunti sia fra quelli che lavorano nel sommerso;
  3. tendenza a diventare, non appena possibile, imprenditori.

L’associazione fra condizione di migrante e danni da lavoro richiede analisi attente, essendo fenomeno complesso e ricco di insospettate variabili: fra queste, problemi di salute importati dai paesi d’origine (malattie infettive, malattie genetiche, sindrome post-traumatica da stress per guerra, violenze, tortura), problemi dovuti alla migrazione ed allo stress del trasferimento e, infine, problemi legati al nuovo ambiente, incluse condizioni di lavoro o di disoccupazione ed emarginazione: precarietà abitativa, mancanza di protezione da parte del nucleo familiare lontano, difficoltà ad ottenere il riconoscimento del proprio curriculum di studio o professionale e posizioni lavorative più basse rispetto alle effettive capacità[3].

I danni da lavoro sono in aumento fra i migranti?

L’aumento degli infortuni sul lavoro fra i migranti è sicuramente correlabile con l’aumento della loro presenza nell’economia nazionale. Valgano, come esempio, i dati della Toscana dove gli stranieri residenti alla fine del 2002 erano il 3,6% della popolazione mentre alla fine del 2009 costituivano il 9,1% (7,0% è la media nazionale). A questi devono aggiungersi gli stranieri regolari non residenti e gli irregolari, diminuiti rispetto al 2005 per effetto del nuovo status di cittadini comunitari di rumeni e bulgari. Proporzionalmente sono aumentati i ricoveri di immigrati presso gli ospedali toscani (dal 3,3% del totale dei ricoveri nel 2000 al 6,8% nel 2010). Gli italiani si ricoverano prevalentemente per malattie cronico degenerative; fra gli stranieri prevalgono i ricoveri per patologie correlabili con le condizioni di lavoro e di vita[4,5].

Anche le denunce per malattie professionali occorse a stranieri hanno registrato nel 2010 un aumento importante pari al 19% (da 2.068 nel 2009 a 2.462 nel 2010), registrato anche nel caso degli italiani (incremento complessivo attorno al 22%) ed attribuibile in buona misura, per entrambi i gruppi, a malattie muscolo-scheletriche[].

 

Mentre la politica italiana risente di eccessiva emotività nell’affrontare il fenomeno immigrazione, contrapponendo disponibilità all’accoglienza e respingimenti, sono carenti politiche di medio-lungo termine per la gestione dell’integrazione[7,8,9]. È così evidente l’aumentare del numero di infortuni fra i migranti con l’aumentare della loro presenza nella popolazione lavorativa, ma la mancanza di denominatori nel calcolo delle frequenze relative non permette di affermare se sono a maggior rischio di quelli italiani, se lo sono perché svolgono lavori più rischiosi o se giocano anche fattori quali precarietà esistenziale, problemi linguistici, formazione o percezione dei rischi.

Gli stranieri svolgono lavori che “gli italiani non vogliono più fare”?

Ciò è sostanzialmente vero ed esprime tutta la fragilità del lavoratore migrante. Sarebbe più corretto affermare che gli stranieri accettino lavori che gli italiani, grazie soprattutto alla rete familiare, si sono permessi di rifiutare. Si tratta di settori lavorativi (edilizia, metalmeccanica, siderurgia, cave, agricoltura, pulizie, badanti) dove elementi di criticità si trovano variamente intrecciati: monotonia, intenso impegno temporale, nocività, fatica, scarsa rilevanza sociale, basso reddito. Spesso il ricorso a manodopera mestamente disponibile serve a ritardare il miglioramento delle condizioni di lavoro, sfruttandolo sul fronte della competitività economica. L’attuale crisi economica globale rischia, però, di coinvolgere in questo perverso meccanismo fasce più ampie di lavoratori, coinvolgendo gli italiani.

Diversa percezione dei rischi e scarsa formazione: sono cause specifiche di rischio fra i lavoratori stranieri?

Il D.Lgs 81/08 considera la formazione e l’informazione strumenti fondamentali per la prevenzione sul lavoro e richiama l’obbligo di adeguarli alle esigenze degli stranieri.

Affermare che la diversa percezione del rischio e la scarsa formazione sono concause nell’incrementare il rischio fra i migranti, comporta due effetti: primo quello di scaricare la responsabilità sui lavoratori, secondo quello di giustificare iniziative di tutela orientate alla formazione alla sicurezza, più semplici e politicamente apprezzate, ma di efficacia difficile da provare. In realtà, i migranti presentano caratteri che, a parità di rischi, sembrano garantire maggiori capacità di auto tutela rispetto agli autoctoni. Il livello culturale è mediamente superiore a quello degli italiani impiegati negli stessi settori e la quota di immigrati che svolgono lavori avendo maggiori competenze di quelle richieste è doppia rispetto ai lavoratori nazionali[10,11]. È stato anche osservato che gli stranieri impiegati in agricoltura, grazie alla loro maggiore scolarizzazione, possono contribuire alla diffusione della cultura della sicurezza[12].

In ogni migrazione, la salute, intesa come efficienza ed adattabilità, è la principale risorsa[13,14] ed è anche per questo plausibile che la scarsa propensione all’auto-tutela attribuita ai migranti, risulti piuttosto dallo scarso impegno di alcune aziende nell’indurre comportamenti sicuri o dalla tendenza a disincentivarli. Dove il sistema di prevenzione funziona, coinvolge gli italiani come gli stranieri e la risposta di questi è spesso migliore.

 

Economie di tipo “etnico”

I lavoratori filippini rappresentano il 5% degli occupati stranieri, ma incidono per il 15% nei servizi alle famiglie; i cinesi (3% nell’occupazione straniera) incidono per il 13,1% nel commercio, per il 6,9% nella ristorazione, per il 5,6% nell’industria; albanesi e romeni (11,6% e 19,4% degli occupati stranieri) pesano rispettivamente per il 24,5% e il 30,4% nell’edilizia[15]. I migranti, non appena possibile, diventano imprenditori ed anche fra i titolari d’impresa stranieri, aumentati del 10%, anche in questa fase di crisi, si assiste spesso ad una specializzazione legata al paese di provenienza[16].

Ma con il discutibile termine di “economia di tipo etnico” si vuole indicare settori in cui aziende gestite da migranti introducono nel sistema produttivo dinamiche “originali”; ciò avviene in settori con elevata presenza di ditte gestite da Cinesi, presenti in molte regioni nel tessile, nel pellettiero, nell’industria dell’arredamento[17]. La caratteristica “etnica” è legata allo sfruttamento della precarietà degli immigrati nella stessa comunità, all’interno di piccole aziende che lavorando in spazi comuni, arrivano a costituire potenti poli produttivi dotati della massima flessibilità e capaci di rispondere alle richieste in tempo reale. I costi sono contenuti anche per la gestione comune degli ambienti di lavoro, la collaborazione familiare e l’acquisto di grandi stock di materie prime. La presenza nello stesso capannone ed area produttiva determina il passaggio dall’impresa familiare a quella della media impresa e garantisce reciproca promozione. Questi aspetti, di grande interesse, contengono però elementi che facilitano condizioni di sfruttamento del lavoro, evasione fiscale e contributiva, mancata gestione di rischi, con effetti negativi sia in termini di salute che di concorrenza: la promiscuità delle aziende rende difficili eventuali verifiche su lavoratori dipendenti e favorisce il lavoro nero, i grandi capannoni sono spesso in scadenti condizioni perché nessuno ne coordina la manutenzione, l’estrema flessibilità della produzione impone orari e ritmi molto pesanti, anche notturni, e obbliga alla promiscuità fra lavoro ed attività familiari (preparare i pranzi, lavare, accudire i figli, ecc.).  La gestione interna alla comunità, ostacola l’integrazione ed i contatti si limitano alle fasi commerciali, spesso gestite da grandi marchi italiani, poco preoccupati del controllo della filiera produttiva.

Conclusioni

È sbagliato sostenere che esiste una questione sicurezza del lavoro legata a peculiarità del lavoratore migrante. È piuttosto vero che l’economia sfrutta la debolezza sociale del migrante per ricavare vantaggi in termini di profitto e che ciò avviene sia quando il migrante fornisce manodopera a basso costo per le aziende autoctone, sia nel caso, del tutto particolare, delle aziende cinesi. Il quadro normativo per la tutela della salute dei lavoratori vigente in Italia è adeguato a garantire diritti a tutti i lavoratori, senza distinzione alcuna. La maggiore criticità è sicuramente legata a tutti gli ostacoli, compresi i vincoli legislativi, che contribuiscono a procrastinare la precarietà esistenziale connessa con la condizione di “irregolare”.

 

Fabio Capacci, Carla Sgarrella.  Azienda Sanitaria di Firenze, Dipartimento di Prevenzione, UF PISLL zona Firenze

Bibliografia

  1. INAIL Rapporto annuale 2010. INAIL, Roma, luglio 2011.
  2. Dossier Caritas/Migrantes sull’Immigrazione, versione 2009 – XIX edizione
  3. Iavicoli S. et al. La gestione dei lavoratori stranieri in Italia. G Ital Med Lav Erg 2011; 33:3, 355-362
  4. ISMU XVII Rapporto sulle Migrazioni in Italia 2011
  5. Voller F., Da Fre M. La salute dei migranti in Toscana. SaluteInternazionale, 11.07.2011
  6. INAIL Rapporto annuale 2010. INAIL, Roma, luglio 2011.
  7. Fedeli U., Baussano I. La salute degli immigrati in italia: evidenze crescenti e temi trascurati nella ricerca epidemiologica. Epidemiol Prev 2010; 34(3): 48-52
  8. Fedeli U., Marinacci C. Diseguaglianze di salute: descrizioni e meccanismi legati alla deprivazione relativa e assoluta. Epidemiol Prev 2011; 35 (5-6)
  9. Paci E. Call for papers: Disuguaglianze di salute in Italia. Epidemiol Prev 2010; 34(3)
  10. OCSE Studio. Stranieri e lavoro, 2009.
  11. Carugno M. et al. Stranieri con “sangue nelle vene”: caratteristiche lavorative e culturali di una popolazione di stranieri donatori di sangue. G Ital Med Lav Erg 2011; 33(3), suppl. 2, 103
  12. Masci F. et al. Italiani e migranti a confronto: la distribuzione dei fattori di rischio infortunistico in agricoltura nelle province di Milano e Lodi. G Ital Med Lav Erg 2011; 33(3), suppl. 2, 103
  13.  Zoppi O. et al. Migranti e rischi lavorativi. Salute e Territorio n. 88/99, 4-10; gennaio-aprile 1994
  14. Argudelo-Suarez Andres et al. Discrimination, work and health in immigrant populations in Spain. Social, Sience & Medicine, 68, 1866-1874; 2009
  15. Berra A. I lavoratori migranti. I problemi dell’integrazione G Ital Med Lav Erg 2011; 33(3),70-374
  16. Dossier Caritas/Migrantes sull’Immigrazione, versione 2009 – XIX edizione
  17. Capacci F. et al The health of foreign workers in Italy. Int J Occup Environ Health 2005;11(1),64-69

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