Cooperazione sanitaria addio?

Dante Carraro

L’appello di Medici con l’Africa Cuamm per vedere garantita la possibilità di realizzare programmi di assistenza sanitaria nei paesi in via di sviluppo attraverso l’indispensabile strumento dell’aspettativa al personale impiegato nei progetti di cooperazione.


I fondi per la cooperazione internazionale stanziati dal Ministero degli Affari Esteri sono crollati da circa 700 milioni di euro nel 2008 a quasi 90 milioni di euro nel 2011.  Una riduzione drammatica, ancora più eclatante se raffrontata al comportamento di altri paesi – tra cui Gran Bretagna, Belgio, Olanda e Finlandia – che hanno mantenuto lo stanziamento al di sopra dello 0,5 del PIL, tenendo fede agli impegni assunti in sede internazionale. Il recente Documento triennale di Programmazione Economica e Finanziaria (aprile 2012) impegna l’Italia ad allinearsi nuovamente agli obiettivi concordati ma non pone cifre chiare e tempi definiti. E intanto le previsioni per il 2012 rimangono critiche: nessuna inversione di marcia, con uno stanziamento complessivo bloccato allo 0,13% del PIL.

Le recenti statistiche dell’OCSE-DAC, in realtà, registrano un aumento dell’APS  dell’Italia, che sembra passare dallo 0,15% del 2010 allo 0,19% del 2011.  Ma, purtroppo, è solo apparenza. Nel sesto Rapporto Aidwatch, che fotografa ogni anno la cooperazione allo sviluppo dell’Unione Europea e dei singoli Paesi, emerge con evidenza come la realtà sia un’altra. Se si tolgono gli aiuti bilaterali riguardanti le spese relative ai rifugiati e quelli per la remissione di debiti ormai inesigibili, l’APS si riduce drasticamente a uno scandaloso 0,13% del PIL, percentuale da anni mai stata tanto bassa. L’Italia sembra candidata così a essere fanalino di coda tra i paesi europei per aiuti allo sviluppo.

A rendere ancor più grave il quadro è un ulteriore drastico taglio delle risorse finanziarie messe a disposizione dal Governo per la cooperazione internazionale, approvato per l’anno in corso in sede di legge di bilancio. Una decisione pesante, che ha cancellato, di fatto, i progetti promossi e realizzati dalle organizzazioni non governative nell’ambito della legge 49/1987.

L’assoluta mancanza di fondi sta spazzando via in particolare i programmi di assistenza sanitaria: non ci sono, infatti, le risorse per garantire ai cooperanti, medici e paramedici, l’aspettativa dalle strutture sanitarie pubbliche di appartenenza per prendere parte a un progetto di cooperazione. Eppure basterebbero, in media, 20.000 euro all’anno per permettere a un professionista sanitario la copertura degli oneri assicurativi, previdenziali ed assistenziali senza gravare sulla azienda sanitaria di appartenenza.

Per noi, che ci spendiamo per la crescita dei sistemi sanitari nell’Africa più povera, sviluppando programmi a lungo termine supportati dall’intervento di medici, infermieri, ostetriche e operatori sanitari, queste decisioni mettono a repentaglio un impegno che prosegue da oltre sessant’anni e che porta i suoi frutti solo se sostenuto con costanza e continuità.

Per questo, lanciamo un appello pressante ed urgente al Ministro degli Esteri e al Ministro per la cooperazione internazionale affinché siano subito allocati alla Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo almeno 2 milioni di euro per garantire le aspettative (un centinaio circa) della cooperazione sanitaria internazionale realizzata dalle ONG.

Ciò è necessario innanzitutto per garantire l’impegno a favore dell’equità. Non può essere giusto un mondo dove le differenze tra continenti e tra paesi, soprattutto in ambito sanitario, sono ancora oggi così forti, basti pensare ai dati ancora allarmanti che riguardano la mortalità di mamme e bambini in molti paesi dell’Africa sub-sahariana. E non può essere giusto che i governi del lato “forte” del mondo rinuncino a fare la propria parte a sostegno dello sviluppo e della crescita dei Paesi più poveri: lo consideriamo un dovere etico di giustizia e di solidarietà per il quale vogliamo batterci.

In secondo luogo, riteniamo una strategia miope rinunciare a una politica di cooperazione allo sviluppo proprio ora, nonostante la crisi economica che investe il nostro Paese. Va compreso, infatti, che la cooperazione non è un fattore accessorio, che può essere ridotto o cancellato in tempi di difficoltà, ma che al contrario rappresenta una grande opportunità per favorire la ripresa della crescita globale e una scelta lungimirante anche per il nostro paese. Aiutare il continente a noi più vicino, l’Africa, a uscire dalla povertà, accompagnarlo nella creazione di un sistema sanitario più solido, sostenere le speranze delle rivoluzioni del Mediterraneo, sono doveri etici di convivenza umana e rappresentano inoltre l’apertura a un futuro di rapporti con un continente di un miliardo di persone, per lo più giovani, che sta rapidamente costruendosi come comunità economica, con un sistema di infrastrutture continentale e con un attivo protagonismo dei governi, delle istituzioni regionali e locali e della società civile.

Dante Carraro, Direttore Medici con l’Africa Cuamm

3 commenti

  1. Mi sento inadeguato a rispondere perche’ ne ho fatto parte e ‘con’ la cooperazione ho mantenuto la famiglia (il piatto su cui non si dovrebbe sputare). Lo faccio comunque,per confrontarmi con altri.
    Penso (e lo scrivo) che l’Africa non abbia bisogno di personale sanitario espatriato. E neppure abbia bisogno di agronomi,ingegneri,economisti espatriati. Le universita’ locali ne hanno sfornati parecchi negli ultimi anni, molti non trovano lavoro,medici e infermieri emigrano verso Paesi piu’ ricchi africani e/o occidentali. Tutti farebbero firme false per essere assunti da ONG/Agenzie straniere, alcuni ci riescono e poi stentano non poco a rientrare nella struttura governativa.Questo e’ un danno secco al sistema, non da poco.
    Non credo al transfer di competenza (skill),di know-how o allo scambio umano di esperienza di vita e lavoro, (mi) sembra quasi ovvio che in un breve periodo di 2 anni(ma anche 3-4) un professionista non possa trasferire un bel niente, non essendo quelli il suo Paese, la sua cultura, la sua gente. E poi, anche ammesso che i ‘bianchi'(si perdoni qs brutta espressione) abbiano da insegnare ai ‘neri'(idem), chiamiamola ‘capacity building’ per l’accademia, sono convinto che CHI deve essere ‘capacitato’ non abbia piacere/interesse/voglia di esserlo.In altre parole…..l’estraneo rimane tale, non trasferisce nulla di se’, lavora sodo ma e’ anche pagato assai meglio del collega locale,’predica e critica’ma per lui quello e’ un periodo di vita, un’esperienza….non la vita quotidiana di sempre.
    Ho lavorato nell’Ospedale di Dodoma per 10 anni, a capo del servizio pediatrico, ero medico CUAMM. Ora ho fatto richiesta di essere assunto come medico tanzaniano, a stipendio tanzaniano, dallo stesso ospedale….ma non mi assumono. Ci sono altri medici, tanzaniani….perche’ dovrebbero assumermi?
    Se pero’ con me portassi un progetto con mezzi di trasporto, computer,soldi e tanta ‘capacity building’ la mia posizione diventerebbe ‘utile e necessaria’.
    Con occhi aperti e con l’animo sincero…..parliamone.
    Massimo Serventi
    Dodoma
    Tanzania
    ser20@hotmail.it

    1. Ciao Massimo,
      che bello risentirti,
      certo che serviresti in Tanzania! E sono anni comunque che dalla Cooperazione Italiana non mi aspetto più niente!
      In Italia abbiamo 35 medici ogni 100.000 abitanti in Tanzania non credo più’ di 2, se va bene.
      Se non vogliono “mzungu” tra le scatole e’ per altri motivi, non ultimo il proliferare di cliniche private degli stessi medici che lavorano negli ospedali pubblici… tutto il mondo e’ paese.
      I pochi medici di fronte ad una domanda esorbitante possono fare affari d’oro. Ti temono. Intanto cliniche private cinesi e coreane spuntano come funghi.
      Certo che ci sono medici africani di primordine ma sono ancora troppo pochi e isolati. E’ vero che con un progettone saresti accolto a braccia aperte, ma solo perché’ non interferiresti troppo con il sistema di potere esistente, distribuendo un po’ di “posho”, anzi rinforzandolo.
      Quindi va bene che nessuno e’ indispensabile e che teniamo famiglia, ma credo ancora che si possa imparare l’uno dall’altro, o almeno, io, da agronomo, ho imparato dai contadini e dagli agronomi africani con cui ho lavorato. Non credo che questo sia avvenuto sempre a senso unico. I giovani con cui lavoro, poi, sono sempre assetati di sapere e di confrontarsi con altre visioni, credimi.
      Un abbraccio,
      Giuseppe Selvaggi,
      Kampala

  2. Caro Massimo, grazie per il tuo contributo che, come sempre, centra il bersaglio, individua il tema vero su cui discutere. Credo che chiunque ha fatto l’esperienza di espatriato in un paese povero, massimamente in Africa, si sia chiesto se il suo lavoro aveva un senso. Me lo sono chiesto, e me lo chiedo tutt’ora, anch’io. E la risposta che do è un po’ questa. L’Africa non ha bisogno di personale espatriato, gli Africani hanno bisogno di giustizia. Chi ha bisogno di espatriare siamo noi. Sono i giovani medici, gli specializzandi, gli studenti di medicina che hanno bisogno di aprirsi al mondo, di formarsi in una dimensione globale. Leggi, Massimo, il post che pubblicheremo lunedì. E non farci mancare i tuoi contributi (è da un bel po’ di tempo che non ci mandi un post da pubblicare). Un abbraccio. Gavino

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