Fino a che età pensi di vivere?

SLELilia Biscaglia

Ricercatori australiani hanno proposto un modello per la valutazione soggettiva della propria longevità. Si tratta di una misura che prende in considerazione una dimensione fondamentale dell’esperienza umana: il tempo.


È ormai acquisita l’utilità delle misure soggettive del benessere e della salute. Le percezioni e le valutazioni soggettive influenzano il modo in cui le persone affrontano la vita, e possiedono un elevato valore informativo anche nel campo della salute pubblica.

In un recente articolo apparso su Social Science & Medicine[1], alcuni ricercatori australiani hanno proposto un modello mentale per la Subjective Life Expectancy (SLE) ovvero la valutazione soggettiva della propria longevità. Si tratta di una misura che prende in considerazione una dimensione fondamentale dell’esperienza umana: il tempo. Via via che l’età aumenta, il tempo che ancora rimane da vivere diventa più importante di quello trascorso dalla nascita. Si comincia a pensare ad alcuni cambiamenti significativi come il ritiro dal mondo del lavoro e l’aumento dei problemi di salute. E si fanno piani per gli anni che ancora restano da vivere, con conseguenze che impattano sui comportamenti, le relazioni sociali, le opportunità e le prospettive future.

In diversi studi, le stime soggettive sull’aspettativa di vita si sono dimostrate molto accurate rispetto a quelle attuariali[2]. Tuttavia, fino ad oggi, non era stato sviluppato un modello mentale capace di spiegare i fattori che ciascun individuo considera quando pensa agli anni che gli restano da vivere.

Gli autori dell’articolo hanno provato a individuare i fattori determinanti della SLE utilizzando un modello di tipo bio-psico-sociale. Oltre a considerare fattori biomedici e genetici – come il genere, l’età, la longevità dei genitori e la personale storia di salute – sono stati presi in esame i fattori socioeconomici come il livello di istruzione e il reddito, e alcuni fattori comportamentali relativi alle scelte di salute come l’attenzione a fare esercizio fisico e a mantenere un appropriato peso corporeo, l’alimentazione sana ed equilibrata, la limitazione di alcolici e l’abolizione dell’abitudine al fumo. Infine, sono stati considerati i cosiddetti fattori psicosociali: l’ottimismo, la depressione clinica e forme subcliniche di angoscia e ansia, il supporto e le interazioni sociali.

Per lo studio, sono state interpellate oltre 2500 persone che hanno fornito una stima degli anni che ancora restavano da vivere. Le persone coinvolte – selezionate tra i partecipanti dello studio australiano “45 and Up Study” – dovevano possedere due requisiti fondamentali: avere, all’epoca dell’avvio dello studio, almeno 55 anni e un lavoro pagato. L’interesse principale dei ricercatori australiani era, infatti, sull’influenza della SLE nel periodo di transizione dal mondo del lavoro alla pensione.

Ma quali sono i risultati dello studio? Anche questa volta le stime dell’aspettativa di vita si sono dimostrate essere molto vicine a quelle fornite dalle tavole di mortalità, a conferma del fatto che la SLE è una misura soggettiva estremamente informativa. In maniera diversa, gli uomini e le donne considerano la loro storia personale quando formulano un’idea sulla propria aspettativa di vita. Tra tutte le categorie di fattori considerati, quelli socioeconomici sembrano aver minor peso, mentre i fattori psicosociali come stress e depressione, il supporto sociale e la longevità dei propri genitori (e in particolare della madre per le donne) risultano essere collegati alla SLE. Rispetto agli uomini, le donne tendono a sottostimare più spesso il numero di anni che ancora rimane da vivere.

Gli stili di vita e i comportamenti salutari influiscono sulla SLE, ma i risultati suggeriscono che, soprattutto le donne, non considerano abbastanza l’importanza di dieta, esercizio fisico, alcol e obesità nel determinare l’aspettativa di vita delle persone. Al contrario, tra gli uomini che adottano comportamenti salutari, è meno forte la correlazione tra la SLE e la longevità del proprio padre (Figura 1). Fare scelte salutari, quindi, è considerato soprattutto tra gli uomini, un fattore importante per aumentare la propria longevità.

Come rilevato dagli stessi ricercatori, i risultati dello studio sono comunque poco generalizzabili: i rispondenti erano per lo più persone con un elevato livello d’istruzione e un retroterra culturale di tipo occidentale.

Figura 1. Interazione tra l’età del genitore dello stesso sesso e l’indice sugli stili di vita tra gli uomini

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Ma quale può essere l’utilità di una misura come la SLE? Secondo i ricercatori australiani, la SLE, come tutti gli indicatori soggettivi rappresenta un utile complemento agli indicatori strettamente oggettivi, in quanto consente di valutare le eventuali divergenze tra ciò che le persone riferiscono e ciò che viene catturato dagli indicatori oggettivi. Individuare i gruppi che sottostimano la propria longevità può aiutare, ad esempio, a riconoscere gruppi di popolazione più “fragili”. Allo stesso modo, capire quanto gli stili di vita salutari sono considerati nella stima della longevità, può indirizzare interventi di salute pubblica in particolari gruppi a rischio. Tener conto della SLE permette, inoltre, di avere una visione più articolata e completa del benessere delle persone, soprattutto in relazione alle scelte di carattere economico che si fanno in previsione della pensione. L’uscita dal mondo del lavoro, è del resto un tema al centro della “Strategia Europa 2020” ed è ripreso dal Libro verde “Verso sistemi pensionistici adeguati, sostenibili e sicuri in Europa”, che invita gli stati europei ad allungare la durata della vita attiva tenendo conto delle necessità dei lavoratori più anziani. Secondo i dati del sistema nazionale di sorveglianza PASSI d’Argento – che, nel 2012, ha raccolto informazioni su un campione di circa 24.000 ultra 64enni – circa il 5% delle persone svolge un lavoro pagato anche dopo i 65 anni e questa percentuale è destinata a crescere nei prossimi anni. Anche in Europa, l’attenzione alle scelte che si fanno in previsione della pensione è destinata, quindi, ad aumentare. Probabilmente, dopo esserci abituati a domande che riguardano la felicità e la soddisfazione per la nostra vita, non ci sembrerà strano fornire stime più o meno precise sugli anni che ancora ci restano da vivere.

Lilia Biscaglia. Psicologa, Laziosanità – Agenzia di Sanità Pubblica

 

Bibliografia

  1. Griffin B, Loh V, Hesketh B. A mental model of factors associated with subjective life expectancy. Soc Sci Med 2013; 82: 79-86.
  2. Siegel M, Bradley EH, Kasl SV. Self-rated life expectancy as a predictor of mortality: evidence from the HRS and AHEAD surveys. Gerontology 2003; 49: 265-271.

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