Italia terra di missione. Secondo Emergency

emergency1Marco Zanchetta

I poliambulatori italiani di Emergency rischiano di creare percorsi paralleli e ghettizzanti per una fetta  della popolazione, percorsi riservati e anomali che negano con la loro stessa presenza l’assioma di un diritto, l’accesso alle cure, che è diritto proprio perché a disposizione certa di tutti. 


Nel suo recente intervento a “Che tempo che fa”  di Rai 3 il fondatore di Emergency, Gino Strada, pone un punto di vista ben preciso sul ruolo del terzo settore e nello specifico delle organizzazioni umanitarie nell’attuale quadro sociale e politico del nostro paese. Sono molti gli italiani, oltre agli stranieri, che raggiungono gli ambulatori gratuiti di Emergency a Palermo come a Marghera, dice. Lo fanno per farsi visitare, chiedere orientamento sanitario o spesso semplicemente lamentare di non essere in grado di pagare il ticket richiesto.  La richiesta è tale che è in programma l‘apertura di altre due strutture, una a Napoli e una Polistena, altre seguiranno.  L’organizzazione umanitaria è chiamata ad agire dando assistenza ai bisognosi, nella prassi di Emergency lo deve fare anche offrendo prestazioni specialistiche che devono essere sempre di alto livello.  La sopravvivenza dell’Organizzazione è supportata proprio da un finanziamento diffuso, generoso, indispensabile per compiere un lavoro importante, anche se rappresenta solo un granello di sabbia nella spiaggia desolata di un bisogno generale.  Una povertà sociale che avanza,  in un quadro in cui non è più opportuno essere orgogliosi del nostro Servizio sanitario.  Strada avanza quindi un forte richiamo alla solidarietà tra poveri, che dai tempi delle Società di Mutuo Soccorso ha dimostrato di poter fare grandi cose.

Condividendo gli aspetti principali del quadro di riferimento, credo sia opportuno iniziare una discussione su quale sia la risposta più opportuna che tutti noi affezionati al valore costituzionale di un SSN veramente universale dovremmo fornire.  La mia opinione è che la soluzione migliore per un Servizio pubblico che intenda sottrarsi alle proprie responsabilità sia poter godere proprio di un privato sociale che si occupi del lavoro più impegnativo, che si prenda cioè carico delle fasce più deboli della popolazione, spesso le più malate perché in condizioni socio economiche peggiori e comunque nei confronti delle quali possono esistere maggiori barriere di tipo culturale e linguistico e quindi più difficoltà organizzative.  La creazione di poliambulatori privati pongono quindi un primo dubbio: rappresentano la creazione di percorsi paralleli e ghettizzanti per una fetta  della popolazione, percorsi riservati e anomali che negano con la loro stessa presenza l’assioma di un diritto, l’accesso alle cure, che è diritto proprio perché a disposizione certa di tutti? 

Un poliambulatorio staccato dal territorio, corpo estraneo alla struttura dei servizi pubblici, al ruolo del medico di base come parte del territorio, può contribuire a minarne la forza? Come operatore del terzo settore preferisco pensare ad un’azione umanitaria che stia a fianco del sistema sanitario pubblico senza sovrapporsi, che non ne calpesti il terreno, che lo stimoli, che lavori per includere l’utenza lontana e ingiustamente esclusa. Un’azione, inoltre, che sappia offrire testimonianze e dati  base per fondare un ragionamento sull’opportunità di un intervento pubblico forte in risorse e qualità, a beneficio di tutti.  Fattori oggettivi che denuncino violazioni, deviazioni, inefficienze a cui le Istituzioni siano chiamate a provvedere.

Non sono forse proprio le spalle forti di un servizio pubblico sano, inoltre, le uniche in grado di garantire qualità delle prestazioni e formazione professionale? Non sono questi  aspetti a grande rischio in un privato che vive nella precarietà dell’aiuto volontario diffuso e nella dipendenza dall’appetibilità mediatica del proprio logo e della propria immagine?  Discutiamo allora se sia opportuno richiamare una solidarietà tra poveri per offrire le medesime prestazioni che spetterebbero ad un MMG o ad uno specialista, attribuendo un ruolo fondamentale ed essenziale ad aiuti per loro natura incerti come il cinque per mille o la donazione via cellulare.

Non è meglio immaginare un approccio umanitario che muovendosi a stanare la marginalità informi dei diritti esistenti, colleghi ai servizi, porti alle istituzioni dati e testimonianze per rendere incontrovertibili le ragioni dell’universalità del diritto? La carità può essere l’opposto del diritto, scalfirlo e indebolirlo, sgretolarne le fondamenta.  Le Società di Mutuo Soccorso erano una nobile via di scampo per auto soddisfare bisogni a cui lo Stato non voleva o non aveva strumenti per dare risposta. Sono passati centocinquant’anni dal loro inizio, quaranta dalla loro sostanziale scomparsa,  e nel frattempo abbiamo conquistato una Costituzione secondo cui è dovere dello Stato rimuovere le ingiustizie sociali e garantire il diritto alla salute a tutti coloro che siano presenti sul nostro territorio, cittadini e non.

Per ottenere tutto questo puntiamo i piedi, noi operatori del terzo settore, operatori sanitari, politici che hanno la possibilità di decidere per tutti o semplici cittadini.

Apriamo un confronto sereno su questi e sugli altri temi che investono il ruolo e l’operatività delle organizzazioni umanitarie, appare necessario in un momento storico-politico così delicato.  Ovviamente non dovrà mancare Gino Strada,  con il quale siamo certi di condividere presupposti e obiettivi.

Marco Zanchetta, Giurista, coordinatore a Firenze di Medici per i Diritti Umani

11 commenti

  1. 10 anni di cooperazione sanitaria internazionale mi hanno fatto toccare con mano l’inefficacia di interventi sanitari che in una logica di emergenza propongono sistemi paralleli ghettinzanti di servizi sanitari.
    Stiamo importando il modello economico e sociale dei Paesi meno abbienti imposto a suo tempo dal FMI.
    Ritornata in Italia ho sempre pensato che l’efficacia di un SSN si misura dalla capacità di rispondere ai bisogni di salute delle persone più in difficoltà ( come i poveri e gli immigrati).
    la salute come diritto e non come elargizione di ONG più o meno caritatevoli, più o meno laiche, mi sembra un punto fermo.
    Parliamone

  2. Copio di seguito la traduzione in italiano di un video messaggio ricevuto, un anno fa, da un giovane collega greco. Mi sembra interessante perché presenta una situazione vicina e in apparenza simile a quella descritta nell’articolo, ma a mio avviso sostanzialmente diversa nell’approccio (non ‘branded’ ma partecipativo-solidale) e nella riflessione politica sottostante. Chi vuole saperne di più può anche guardare: http://solidaritefrancogrecque.wordpress.com/medias/videotheque/videos-des-dispensaires-sociaux-solidaires/

    “Ciao a tutti, mi chiamo Lefteris Vouzounerakis, sono un medico greco, in formazione per diventare un medico di base.
    Tutto è come cominciato così: circa due anni fa, 300 migranti che vivevano e lavoravano In Grecia da molti anni, senza un regolare permesso di soggiorno, hanno deciso di cominciare uno sciopero della fame, stavano lottando per il diritto di vivere e lavorare come esseri umani con pari diritti in una società che aveva tratto profitto dalla loro presenza e negato i loro diritti umani.
    Sono stato coinvolto in questo come membro del gruppo di assistenza sanitaria che era responsabile per la loro assistenza medica, durante tutta questa lotta (lo sciopero).
    Dopo, credo, 44 giorni di sciopero, hanno vinto e il successo della loro lotta ci ha fatto decidere di creare una Clinica di Solidarietà sociale. Una clinica di solidarietà per migranti, come per greci che non possiedono un’assicurazione sanitaria, che significa nessun accesso ai servizi sanitari.
    Come tutti sapete, negli ultimi anni in Grecia la crisi economica ha drammaticamente aumentato il numero di persone che non hanno l’assicurazione sanitaria e non hanno accesso ai servizi di assistenza sanitaria.
    Il nostro obiettivo è quello di lottare non per, ma di lottare con queste persone, per questo diritto, per il loro diritto di accesso equo e gratuito all’assistenza sanitaria.
    Alla fine la clinica dovrà chiudere quando questo bisogno sarà soddisfatto dalle autorità governative, ma non potevamo semplicemente aspettare e guardare giorno dopo giorno il deteriorarsi della salute delle persone, non potevamo stare a guardare le persone che muoiono in strada, noi dovevamo fare qualcosa.
    Le difficoltà che abbiamo affrontato e che ancora fronteggiamo sono molte. All’inizio abbiamo dovuto trovare un posto adeguato per creare la clinica, e questo ha richiesto molti mesi, finché alla fine i sindacati ci hanno permesso di utilizzare uno spazio nel centro della città, gratuitamente e senza dover pagare le bollette per l’elettricità o l’acqua, e questa è stata davvero una buona cosa.
    Questioni organizzative sono emerse e continuano a emergere ogni giorno, questioni su come lavoriamo nella pratica, nella clinica, su come i servizi di segreteria lavorano con la farmacia, i dentisti, questioni riguardo il nostro festival, le nostre proteste e i nostri eventi.
    Tutte le decisioni sono prese in incontri aperti che si svolgono ogni due settimane circa, e queste riunioni sono piene di discussioni e conflitti, discutiamo molto! Discutiamo per molte ore, ma alla fine arriviamo a decisioni sulle quali concordiamo e che vogliamo implementare. Questo ci tiene uniti e ci aiuta ad andare avanti.
    Una difficoltà che continua a permanere è il coinvolgimento della società. Proviamo, in questa società atomistica e conservativa, a fortificare i nostri pazienti con la solidarietà e anche a creare reti nei quartieri nella città. Cerchiamo di mobilizzare le persone, non solo i pazienti, ma anche quelli che vengono a conoscenza della clinica e le persone interessate che vogliono partecipare alla nostra lotta.
    Cerchiamo di mobilizzarli per offrire servizi, per partecipare non solo nella clinica, ma anche ai nostri eventi, festival, alle nostre proteste.
    Quotidianamente ci troviamo di fronte alla difficoltà di raccogliere fondi per il nostro equipaggiamento, per i medicinali, cosa che è possibile attraverso donazioni, da persone anonime, da organizzazioni e gruppi.
    Per questo abbiamo dovuto creare un’associazione di “Amici della clinica della solidarietà”, che ha scopi legali, in modo tale che possiamo ricevere le donazioni e non avere problemi con la legge.
    Comunque dovreste sapere che non permettiamo che nessuno, né il comune, né i partiti politici traggano profitto dalla clinica, per ragioni di pubblicità o di popolarità.
    Noi aiutiamo chiunque abbia bisogno, non importa quale sia la razza, non importa quale sia il genere, l’età. Noi lottiamo per la solidarietà e un anno dopo la creazione la clinica sta ancora funzionando e siamo contenti di dirvi che siamo cresciuti giorno dopo giorno, che la solidarietà è cresciuta giorno dopo giorno.
    E questo ci rafforza e ci da la volontà di lottare.
    Grazie mille!”

    1. C’è anche una grande differenza di contesto. Centinaia di migliaia di greci a causa della perdita del posto di lavoro hanno perso anche l’assicurazione sanitaria. E chi non paga un ricovero ospedaliero diventa debitore verso lo stato (e da febbraio è entrata in vigore la legge che prevede il carcere per i debitori verso lo stato). Inoltre il sistema sanitario pubblico è ridotto a un cumulo di macerie. Insomma un contesto – almeno finora… – nemmeno lontanamente confrontabile con quello italiano.

  3. Come noto in Italia la maggior parte dei servizi territoriali ed ospedalieri sono completamente gratuiti, a partire dalla medicina generale, continuita’ assistenziale, Pronto Soccorso, servizi psichiatrici e consultoriali, ricoveri, day-hospital ed interventi ambulatoriali etc… Per gli assistiti affetti da patologie croniche specifiche, o status come invalidi, disabili, disoccupati, cassintegrati etc.. esiste una tutela specifica che esonera dal pagamento dei ticket, specie quelli per la specialistica e la diagnostica ambulatoriale, che effettivamente possono costituire un disincentivo all’accesso alle cure, in particolare dove la sanita’ pubblica e’ storicamente debole e meno efficace/efficiente a vantaggio delle strutture private accreditate o del privato puro. Purtroppo non sempre poverta’ e marginalita’ sociale, specie nelle zone piu’ disagiate del paese, si accompagna a consapevolezza dei propri diritti e conoscenza dei meccanismi burocratici necessari per garantirsi tali tutele, che nel complesso hanno consentito al SSN di reggere l’impatto della crisi eonomica.

    Ma c’e’ un intero settore sanitario che e’ stato completamemente abbandonato dalla sanita’ pubblica e lasciato quindi al libero mercato “duro e puro”: le cure odontoiatriche uscite da anni dai LEA. Qui Emergency potrebbe svolgere un importantissimo ruolo di supplenza e di supporto al SSN, senza alcun rischio di sovrapposizione, duplicazione di servizi e magari implicita’ squalifica degli operatori della sanita’ pubblica e delle sue strutture, la cui immagine non e’ mai stata brillante specie in alcune regioni.

    Le sorti traballanti del SSN si risollevano con interventi sistemici di rafforzamento delle cure primarie, accessibili e non marginalizzate rispetto al II livello, ed assecondando l’evoluzione tecno-specialistica dell’organizzazione nosocomiale, strategia attuata in alcune regioni con successo e preveggenze da almeno un decennio.

  4. Sono un medico che opera come specialista in un distretto ed ho dedicato tutti i miei sforzi professionali al servizio sanitario pubblico.
    Sono assolutamente concorde sul tema che un sistema collaterale di ambulatori gratuiti gestiti dal volontariato di fatto danneggi il sistema sanitario nazionale.
    Scrivo mentre constato che un paziente che si era prenotato per visita specialistica prioritaria (erogata entro 10 gg dalla richiesta) verosimilmente in esenzione completa del ticket per età e reddito semplicemente non si è presentato, senza nessuna motivazione, favorendo lo spreco delle pubbliche risorse in questo momento incarnate dalla mia persona.
    Credo alla responsabilità individuale nella gestione del sistema sanitario pubblico: dei medici che devono tendere ad una rigorosa appropriatezza e dei pazienti che devono abbandonare l’ottica del “se è gratis non ha alcun valore”.

  5. Tema affascinante e centrale. Ringrazio per gli ottimi spunti di riflessione. Concordo che ci vorrebbe un grande momento di confronto per affrontare il tema. Ricordiamoci inoltre che il grosso della sofferenza, disabilità e morte nei nostri concittadini deriva da fumo, alimentazione, sedentarietà … e ricordiamoci che ben poco è fatto per loro. La carie con conseguente dolore, perdita del dente, problemi estetici e sociali conseguenti è sicuramente un evento spiacevole ed emotivamente coinvolgente; tuttavia ci sono servizi ben più fondamentali che stanno scomparendo. Ricordo che aiutare un quarantenne a smettere di fumare equivale a regalargli quasi 10 anni di vita … e scusate se è poco!

  6. Ho lavorato come “medico pubblico” sia in opedale che in un servizio territoriale, conosco bene per averci operato a lungo le attività in Italia di Emergency. Trovo fuorviante e superficiale definirle ghettizzanti, visto che molti dei punti citati nell’intervento sono da sempre un cardine degli interventi di E. che, appunto, non scavalca il SSN ma lo affianca, cercando sempre il contatto e la collaborazione colle strutture pubbliche locali. Come peraltro è naturale, se si vuole fare medicina di qualità si devono usare anche le risorse, infinitamente maggiori, del SSN. E, naturalmente, affianca i pazienti, li informa e li sensibilizza sui loro diritti (ricordo che una grossa quota delle attività è svolta dai mediatori). Quindi, gli appunti mossi sono del tutto ingiustificati, specie nei riguardi di una organizzazione che da sempre critica con forza le dissipazioni in spese (militari ma non solo) di uno Stato sempre meno attento ai bisogni fondamentali dei cittadini. Magari chi critica avrebbe bisogno di informarsi meglio…
    Infine, meriterebbe di concentrarsi sui veri bersagli: chi ghettizza non è Emergency, che cerca di supplire come può alle volute insufficienze dello Stato, ma chi sottrae risorse alla cura ed alla prevenzione, la cattiva politica.

  7. Sono totalmetne d’accordo con l’autore; in questo modo, pur volendo far del bene a queste persone in difficoltà, si finisce col peggiorare la situazione, perchè magari poi il servizio finisce e questi poveretti si trovano punto e daccapo. Sarebbe molto più utile invece creare collegamenti certi e duraturi coi servizi a cui hanno sicuramente diritto gratis (se davvero si trovano in condizioni di disagio) anche direttamente prenotando e accompagnandoli alle visite, o a fare l’esenzione,ecc…piccole cose diventano i veri ostacoli per persone che non conoscono i servizi, non hanno mezzi per spostarsi, hanno paura di essere discriminati (basta pensare agli immigrati irregolari…). I GrIS, nati in alcune regioni, si occupano di questi aspetti per gli immigrati, ma sarebbero molto utili anche per i cittadini italiani più deboli.
    Capisco anche che sono azioni poco sanitarie, e magari alcune associazioni preferiscono concentrarsi su atti più propriamente medici (che hanno anche diverso appeal nei confronti dei donatori…).

  8. Sono un medico ospedaliero specialista in patologia d’organo; nella mia attività ambulatoriale quasi mai mi trovo di fronte persone che, quantunque sicuramente “benestanti”, paghino il ticket per la fascia di reddito più elevata; quasi sempre o pagano per la fascia di reddito più basso o non pagano per niente perché completamente esenti per reddito. Magari sono le stesse persone che, per avere la “coscienza” tranquilla mandano a Emergency un SMS per un’offerta o gli elargiscono il 5 x 1000 nella loro dichiarazione dei redditi. Rabbi Jonà diceva che le opere di “misericordia” sono più grandi dell’elemosina, perché esse impegnano un uomo sia nella persona che nel denaro, mentre l’elemosina non tocca che il suo denaro. Sicuramente “misericordia” la dimostra Gino Strada per la sua attività, ma non chi evade il fisco (e sono in tanti come continuamente ci viene ricordato) penalizzando così le casse dello stato e indirettamente il SSN. Ma, allora, Gino Strada non diventa quindi un inconsapevole complice di un comportamento tanto biasimevole, quanto diffuso?

  9. Sono basita, immagino e da una parte mi auguro che Gino Strada abbia troppo da fare per rispondere a questa riflessione critica e un po’ polemica.

    1. …credo invece che sarebbe utile (e democratico) che trovasse il tempo per rispondere: non è in discussione la buona fede, ma gli effetti concreti di un approccio sanitario.

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