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La violenza contro le donne è una piaga globale

Inserito da on 9 Ottobre 2013 – 16:20Lascia un commento

violenceFulvia Signani  

Secondo l’ONU  per ‘Violenza contro le donne’  s’intende ogni atto di violenza basata sul genere, riconducibile a danni fisici, sessuali o mentali, o comunque di sofferenza, più frequentemente agiti sulle donne, incluse le caratteristiche di  coercizioni o deprivazioni arbitrarie della libertà, che avvengono sia nella sfera privata che pubblica.


La violenza nei confronti delle donne non è un fenomeno nuovo, e non è una novità nemmeno il considerare le conseguenze dal punto di vista fisico, mentale e della salute riproduttiva. Ciò che si presenta come inedito è il riconoscimento, ormai unanime, che gli atti di violenza contro le donne vanno interpretati come violazioni dei diritti umani. Vengono quindi intesi come comportamenti di responsabilità collettiva,  problemi di salute pubblica,  da non relegare alla sfera individuale. Un’altra acquisizione recente è anche l’accettazione che questo fenomeno sia di genere, trova quindi origine dalle profonde strutture della società, tanto che le uccisioni di donne, legate al ruolo sociale che la donna ricopre, da qualche tempo vengono denominate in modo specifico: femminicidi[1].

Poiché i concetti di sesso e genere sono spesso impropriamente sovrapposti, chiariamone la distinzione. Mentre per sesso intendiamo le diverse caratteristiche biologiche e fisiologiche tra maschi e femmine (organi riproduttivi, ma anche cromosomi ed ormoni, etc.), con il termine ‘genere’ facciamo riferimento ad una costruzione sociale di norme, comportamenti, attività, relazioni e attributi che una data società considera appropriato per uomo e donna, riferendosi allo specifico  momento storico ed alla propria cultura. Mentre gli aspetti di sesso biologico non sono tanto diversi da società a società, il fattore genere comporta molte diversità. Gli individui, infatti, nascono sessuati, ma non dotati di genere. Quest’ultimo, infatti, si costruisce sulla base di tipologie sociali condivise e accettate.

Donna e uomo interagiscono tra loro in modo diverso, diverse sono le regole a cui sono sottoposti, tanto che in quasi tutte società esistono maggiori opportunità e potere per uomini e ragazzi, opportunità basate su privilegi ‘naturali’ o biologici. Si tratta di diseguaglianze basate sul genere che rimangono tali anche in rapporto all’età, etnia e orientamento sessuale e trovano alimento nelle istituzioni sociali quali famiglia, scuola, nelle norme che regolano la società,  spesso anche nelle religioni e connotano quello che viene unanimemente definito come stile maschilista o patriarcale, anch’esso condiviso e accettato da tutti, uomini e donne. Uno stile che trova la sua ragion d’essere proprio nell’asimmetria delle relazioni sociali di genere che provocano diseguaglianze. L’OMS conferma con evidenze di dati che le diseguaglianze di sesso-genere sono pervasive in tutte le società in termini di potere, risorse, diritti, norme e valori e che le organizzazioni sociali che ne derivano, sono strutturate in modi che danneggiano la salute di ragazze e donne (WHO, 2013 e 2010; CSDH, 2008; Aime, 2008;  Signani, 2013).

Le diverse forme di violenza

Il termine ‘Violenza contro le donne’ viene usato come concetto-ombrello con il quale l’ONU intende ogni atto di violenza basata sul genere, riconducibile a danni fisici, sessuali o mentali, o comunque di sofferenza, più frequentemente agiti sulle donne, incluse le caratteristiche di  coercizioni o deprivazioni arbitrarie della libertà, che avvengono sia nella sfera privata che pubblica. (UN, 1993) Le forme di violenza verso le donne vanno dalla violenza ‘domestica’[2] e o sessuale del partner o ex partner, dai matrimoni forzati e precoci, dalla sparizione e morti sospette, dal traffico di prostituzione, dalle mutilazioni genitali, ai tipi di uccisione ‘per onore’, abusi fisici, sessuali e psicologici, incluso lo stalking[3], violenze sessuali anche nel contesto di conflitti armati. Riguardo a queste ultimo tipo di violenze lo Statuto di Roma dell’International Criminal Court nel 2002 e per la prima volta definisce stupri, schiavitù sessuali, conseguenti gravidanze, prostituzione coatta, sterilizzazione forzata e altre gravi forme di violenza sessuale connesse agli attacchi alla popolazione civile in contesto di guerra, come ‘crimini contro l’umanità’[4] il che testimonia il carico collettivo del fenomeno.

Tratta un altro tipo di violenza la Giornata Mondiale per la Tolleranza Zero contro le mutilazioni Genitali Femminili. In occasione di quella del 6 febbraio 2013 viene dato l’annuncio che è stata adottata la Risoluzione per il bando universale di questa forma di violenza che, viene ribadito, rappresenta una violazione dei diritti umani[5].

È violenza anche il fenomeno della scomparsa (missing) di neonate subito dopo la nascita, bambine, ragazze e donne sotto i sessant’anni, fenomeno che può essere stimato in quasi 4 milioni di persone scomparse per anno (World Development Report 2012)  pare che si verifichi  in tutto il mondo, meno che nei cosiddetti Paesi Ricchi. Tra le missing circa due quinti vengono non fatte nascere in quanto femmine perché, in previsione di avere pochi figli, i genitori preferiscono avere figli maschi – va da sé considerare che questa pratica (interessa in modo consistente Cina e India) è resa possibile dalle nuove tecnologie che consentono di conoscere per tempo il sesso del nascituro –  ; un quinto scompare durante l’infanzia, a causa di maggiore incuria (spesso assenza di misure igieniche o altro) in quanto femmine; i rimanenti due quinti, tra i 15 ed i 59 anni è causato da un ancora alto livello di mortalità materna e di complicanze derivate dalla gravidanza (Africa Sub-Sahariana e Asia del Sud). Il tasso di mortalità da parto o complicanze successive, si è ridotto di molto nei Paesi cosiddetti Ricchi, durante i primi cinquant’anni del secolo scorso, mentre negli altri Paesi nei circa vent’anni tra il 1990 ed il 2008 è rimasto stabile.

Violenza di genere e salute

Il tema della violenza sulle donne abbinato ai diritti umani, seppur profondamente autentico, non si è concretizzato finora altro che nell’indignazione collettiva, spesso accompagnata da norme disattese. Segnaliamo una interessante novità: a partire dalla Quarta Conferenza ONU sulle Donne tenutasi a Pechino nel1995, dove veniva invocata una sistematica valutazione delle conseguenze della violenza, hanno preso  avvio studi che abbinano la violenza alle sue conseguenze sulla salute, correlazione che pare avere una maggiore presa sia nel mondo scientifico che  sull’opinione pubblica.

Ne sono esempi il fatto che la Conferenza dell’Assemblea Mondiale della Salute del maggio 1996, decretava la prevenzione della violenza come priorità di salute pubblica; che nel 2002 l’OMS pubblicava il primo Report Mondiale sulla violenza e salute (Dahlberg, Krug), con il quale si voleva accrescere la consapevolezza di ricercatori e operatori della sanità, sia clinici che sociali, sul problema delle violenza a livello globale, sollecitandoli al convincimento che la violenza si può prevenire e suggerendo loro di considerare quale ruolo fondamentale possono avere i servizi di salute pubblica nel rimuovere le cause e diminuire le conseguenze della violenza di genere. Poco tempo dopo veniva pubblicata una guida (WHO, 2004) con indicazioni pratiche su come applicare le raccomandazioni del Report, e l’auspicio che in tutti i Paesi vengano allestiti Piani nazionali di contrasto alla violenza sulle donne. Da quello stesso anno 2004, nella convinzione che fornire ai decisori anche dimensioni economiche del fenomeno possa rafforzare la volontà di agire a contrasto, anche per il desiderio di risparmiare, hanno preso avvio alcuni studi sul costo economico della violenza domestica. Uno dei primi e più famosi lavori è quello effettuato da Sylvia Walby dell’Università di Leeds (2004) che prende in considerazione la violenza sia su uomini che su donne, perpetrata da persone con legami affettivi o amorosi sia attuali che pregressi;  violenza domestica sia fisica che, nello specifico, sessuale, incluso lo stalking. Di questi vengono considerate le conseguenze di morti, ferite, stato d’allarme, paura, stress. Sono stati valutati in questo modo i costi della giustizia civile, dei servizi sanitari, sociali e quelli necessari ad approntare un sistema di ricovero abitativo d’emergenza, quelli umani e psicologici per le vittime in generale, senza dimenticare i costi delle assenze e malattie delle persone/vittime che lavorano. Walby ha valutato il costo annuale di questo tipo di violenze (riferito al solo 2001) limitatamente a Inghilterra e Galles approssimativamente in  22. 9 miliardi di sterline.

Nel 2008 il Segretario Generale dell’ONU, ad apertura di una Campagna mediatica mondiale a contrasto, affermava vigorosamente ‘la violenza contro le donne non è accettabile, né scusabile, né tollerabile’.

Nel 2010 il Report dell’OMS (WHO, 2010) sulla prevenzione della violenza denuncia l’assenza di un approccio preventivo evidence  based basato sulle evidenze, insieme alla carenza di necessarie ricerche scientifiche. Attribuisce questa situazione a molteplici fattori: da una parte da uno sviluppo non coordinato, quindi frammentato, delle poche ricerche e programmi in questa area;  dall’altro a sostanziali pregiudizi nei confronti del genere, che contribuiscono a non identificarlo mai come uno dei fattori principali da analizzare nei suoi risvolti di diseguaglianze, violenze, etc.

Nello stesso anno 2010 la Commissione europea presenta la ‘Carta per le donne’ con la quale intende rafforzare l’impegno per la parità fra uomini e donne con il lancio di un programma fino al 2015, sostenendo che la piena parità può avvenire solo a patto si ponga fine alla violenza di genere. Nella Carta sono riportati anche i dati di Eurobarometro (indagine su oltre 26.000 cittadini europei)  che attestano come sia opinione diffusa che il contrasto alla violenza sulle donne deve rappresentare una  priorità di impegno. Con dati sociali sostanzialmente immutati, due anni dopo (marzo 2012) una successiva Risoluzione afferma  che  ‘la violenza nei confronti delle donne, compresa la violenza psicologica, costituisce un ostacolo di prim’ordine alla parità tra donne e uomini e rappresenta  la più diffusa violazione dei diritti umani all’interno dell’UE’ e  segnala  la necessità di prestare particolare attenzione al fatto che la recessione economica crea condizioni associate a un incremento della violenza nelle relazioni intime[6].

È del 2011 la Convenzione del Consiglio Europeo sulla prevenzione ed il contrasto della violenza contro le donne e la violenza domestica, più nota come ‘Convenzione di Istanbul’ che rappresenta il primo strumento europeo giuridicamente vincolante per creare un quadro normativo completo a protezione delle donne contro qualsiasi forma di violenza, riconosciuta come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione; orienta ad una strategia condivisa per la protezione delle vittime e la perseguibilità penale degli aggressori; propone il contrasto della violenza sulle donne anche attraverso la prevenzione e riconosce il ruolo fondamentale svolto dall’associazionismo in questo settore. Nel 2012 viene presentato il Piano d’azione della Campagna Globale per la prevenzione della violenza alle donne proposta dalle Nazioni Unite, valido fino al 2020.

Nel giugno 2013 la prestigiosa rivista The Lancet dedica un numero monografico alla violenza sulle donne, che definisce una piaga globale. Anche se l’omicidio è un’importante causa di morte prematura in tutto il mondo, i dati al riguardo sono molto carenti, ed in particolare quelli riferiti ai femminicidi. Per sopperire a questa mancanza, Stöckl et alii, gruppo di lavoro dell’OMS, pubblicano nella monografia una imponente revisione sistematica che ha analizza oltre duemila ricerche ed i dati nazionali di 169 Paesi (riconoscendone validi solamente 66). In generale emerge come il 13.5% degli omicidi risulti commesso da persone della rete famigliare o amicale, questa proporzione è sei volte più alta per i femminicidi rispetto agli omicidi (38.6% vs 6,3%). Uno su sette omicidi globalmente e più di un terzo di femminicidi è attuato da partner o ex partner, spesso a seguito di una lunga storia di abusi.

È parere unanime dei ricercatori l’urgenza di adottare strategie per ridurre il rischio in particolare di femminicidi investendo sulla prevenzione della violenza domestica, della valutazione del rischio in diversi punti della rete di servizi sanitari e dedicando azioni specifiche a persone che abbiano già vissuto una storia di violenza. Non va nemmeno trascurata l’importanza della costruzione e fruibilità di banche dati che consentano l’analisi ed il monitoraggio del fenomeno,  preoccupante a livello globale.

Fulvia Signani, Psicologa e Sociologa della salute, AUSL di Ferrara/Università di Ferrara

Bibliografia

Note

  1. Il termine spagnolo ‘feminicidio’ (in italiano ‘femminicidio’ o ‘femicidio’) nacque su ideazione di Marcela Lagarde, antropologa messicana, che, insieme alla criminologa statunitense Dianna Russel, dai primi anni del nuovo millennio, hanno contribuito, anche in questo modo, a contrastare la ‘neutralità’ della giurisprudenza e a denominare specificamente gli omicidi basati sul genere, della donna ‘in quanto donna’. (Spinelli, 2008)
  2. Per praticità l’allocuzione inglese ‘intimate violence’ viene qui denominata ‘violenza domestica o intima’, intendendo quella perpetrata da soggetti legati da relazioni affettive attuali o pregresse, e/o parenti non partner /padre, fratello, etc.)
  3. Stalking dall’inglese to stalk: perseguitare, braccare. I comportamenti molesti di uno stalker (3:1 degli stalker sono uomini) sono riconducibili a lettere., telefonate, appostamenti, pedinamenti, minacce ed intimidazioni presentate come manifestazioni d’amore, che però la/il destinataria/o riescono a decifrare nella effettiva valenza minacciosa. L’insieme di questo stile di relazione rende la vittima progressivamente privata dei propri spazi fisici, lavorativi, sociali e affettivi, con indubbie compromettenti conseguenze psicologiche. (Valanzano, 2012)
  4. Il testo dello Statuto di Roma ha iniziato a circolare come documento (A/CONF.183/9 17 luglio 1998), dopo alcune correzioni, è attivo dal 1° luglio 2002.
  5. Fonte:
    Giornata Mondiale per la Tolleranza Zero contro le Mutilazioni Genitali Femminili   Mutilazioni genitali femminili: è ancora l’Africa la patria del fenomeno
  6. Maggiore impegno verso la parità tra donne e uomini. Carta per le donne Dichiarazione della Commissione europea in occasione della giornata internazionale
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