Primo rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile: il BES

benessereequoGiacomo Galletti

L’osservazione delle relazioni tra economia e salute sul comune sfondo del benessere equo e sostenibile permette di riempire quel vuoto concettuale che si poneva tra le misure della ricchezza e quelle che, attraverso gli stili di vita e lo stato di salute della popolazione, determinano la domanda di servizi socio-sanitari.


Quando sentiamo nominare la “crisi”, il nostro primo pensiero va subito all’economia e alla “contrazione del PIL”.

Se ci chiedessimo invece quali effetti potrebbe avere la crisi sulla salute della popolazione, i riferimenti concettuali sono meno intuitivi. Il riferimento al PIL, cioè la misura standard della ricchezza nazionale, ci è utile solo fino ad un certo punto. Infatti, le “contrazioni” della ricchezza di un paese condizionano in modo piuttosto diretto l’offerta di servizi socio-sanitari attraverso variazioni nei livelli di finanziamento del sistema sanitario (leggi: tagli) con conseguenze sulla possibilità dei cittadini di accederne le prestazioni.

Poco ci dice però l’andamento del PIL sull’andamento temporale della domanda di cure, ovvero sulle variazioni che la crisi induce in quegli stili di vita che nel tempo possono condizionare il nostro stato di salute.

Qui le cose si complicano, almeno fino a che non disponiamo di una cornice concettuale e metodologica all’interno della quale recuperare in modo più diretto e sensato le  relazioni tra le misure dell’economia PIL-dipendenti con quelle della salute, riferite agli indicatori epidemiologici e agli stili di vita.

Il problema della “cornice” può però essere risolto velocemente, ringraziando l’Istat all’inizio di quest’anno ha pubblicato il primo rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile, il cosidetto BES[1](vedi Risorse).

Del ricco rapporto BES 2013 ci limitiamo a notare come concetto di benessere venga declinato in 13 dimensioni tra loro interdipendenti, misurate dalle rispettive batterie di indicatori. La prima di queste dimensioni è la salute, mentre la terza e la quarta, il lavoro e il benessere economico, sono più direttamente ascrivibili alla voce “PIL”. L’osservazione delle relazioni tra economia e salute sul comune sfondo del benessere equo e sostenibile permette quindi di riempire quel vuoto concettuale che si poneva tra le misure della ricchezza e quelle che, attraverso gli stili di vita e lo stato di salute della popolazione, determinano la domanda di servizi socio-sanitari.

Il BES è uno dei primi lavori a concretizzare quei nuovi approcci alle misure del benessere che si sono affermati negli ultimi anni, e ai quali gli economisti più conservatori sembrano tuttavia voler negare quella dignità che le discipline economiche più consolidate hanno riservato alla misura della ricchezza per eccellenza, il PIL.

Ma è davvero così? Davvero il concetto di benessere, all’interno delle cui misure vogliamo dare rilevanza alle relazioni tra economia e salute, non ha pari dignità rispetto a quello di ricchezza, la cui misura è storicamente consolidata e universalmente adottata?

Per rispondere a questa domanda facciamo un lungo balzo spazio-temporale, trasferendoci ai tempi della dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America nel 1776. Qualche mese prima di quell’evento, cioé nell’aprile di quell’anno, nasce infatti l’economia moderna.

Ne è padre uno scozzese, Adam Smith, che pubblica “An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations”[2], dove il termine wealth indica non solo ricchezza (opulenza, agiatezza, prosperità) nella sua sfumatura più materiale, ma anche benessere, o benestare, cioè qualcosa che ha a maggiormente a che fare con il concetto di felicità.

Il key message del trattato è che il perseguimento individuale del profitto è sospinto da una “mano invisibile” che sospinge l’intera società verso il benessere.  “Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, – scrive Smith – ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse.” Insomma, sotto certe condizioni la ricerca del profitto individuale assume una dimensione etica nel momento in cui porta l’interesse privato a migliorare lo stato di benessere collettivo, il wealth.

Nei due secoli a venire, il benessere scivola via dalle dita della mano invisibile, che trattiene solo la ricchezza e i suoi indicatori. Ma non può essere diversamente: gli economisti iniziano a lavorare con quel che hanno: le funzioni di produzione calcolano le tonnellate di carbone necessarie per produrre un certo numero di tondini di ferro; le funzioni di utilità individuano le allocazioni ottimali tra panieri di prodotti diversi con relativi prezzi; gli equilibri di mercato si verificano laddove le opportune combinazioni di prezzi e quantità mettono d’accordo la domanda con l’offerta di beni. Si tratta quindi di cose tutte oggettivamente misurabili, aggregabili, confrontabili, combinabili e sintetizzabili in un’unica misura che possa interpretare il benessere di una nazione: il PIL.

Nella seconda metà del ‘900 il PIL è già divenuto la misura di tutte le cose, malgrado le diverse voci di dissenso che iniziano a distinguersi. La più antisonante di queste la ascoltiamo nel marzo del 1968 presso la Kansas City University, dove Robert Kennedy tiene il suo celebre discorso[3] sul PIL, misura che non tiene conto della salute delle famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago, bensì di tante altre cose che non hanno niente a che fare con l’essere orgogliosi di sentirsi americani.

Da lì a poco, a partire dagli anni ’70, si diffondono i primi studi sulla qualità della vita, anche in virtù dell’evoluzione di tecniche statistiche, di raccolta ed elaborazione dati sempre più sofisticate, che portano al perfezionamento degli indicatori soggettivi. In particolare, nel 1974, presso la University of Southern California di Los Angeles, Il professore di economia Richard Easterlin pubblica[4] i risultati di una survey in cui si chiedeva agli intervistati di dichiarare il proprio livello di ricchezza e quello di felicità percepita: l’assenza di correlazione per i livelli crescenti di ricchezza e felicità divenne poi universalmente nota come the Easterling paradox.

Nelle tre decadi che portano da Easterlin alle soglie dell’odierna crisi le cose non cambiano abbastanza da consentire alla dignità delle nuove misure di qualità della vita, benessere, felicità etc… di recuperare il gap rispetto alla rilevanza del PIL nel misurare il progresso delle società. Le misure del benessere, per affermarsi, necessitano di due tipi di endorsment, uno istituzionale e uno “accademico”.

Il primo arriva nel 2007, da Bruxelles, attraverso un programma di Commissione e Parlamento Europeo, WWF, Club di Roma e soprattutto dell’OCSE il cui ufficio statistico è a quel tempo diretto dal nostro attuale ministro del lavoro Enrico Giovannini. Il programma si chiama “Beyond GDP. Measuring progress, true wealth, and the well-being of nations[5]”, ed è di fondamentale importanza nel creare una scatola degli attrezzi contenente tutte le più importanti misure prodotte fino ad allora in ambito di benessere.

Il secondo endorsment, quello del mondo dell’economia, è promosso l’anno successivo dal presidente francese Nicolas Sarkozy, che costituisce una commissione di esperti incaricati di elaborare strumenti statistici idonei a rilevare le dimensioni del progresso e del benessere sociale “sostenibili”. La commissione[6] è guidata da tre insigni economisti: Jean-Paul Fitoussi più i due premi Nobel per l’economia Joseph Stiglitz e Amartya Sen; tra gli altri 22 membri è presente il già citato Giovannini. Alla presentazione del rapporto della Commissione nell’autunno del 2009, il benessere appare declinato in nove dimensioni: le condizioni materiali di vita (PIL) compaiono al primo posto e la salute al secondo.

A questo punto, dopo due tipi di endorsment di tale livello, le misure alternative al PIL non possono più essere ignorate dal mondo dell’economia, né da quello delle istituzioni.

A questo punto non ci resta che seguire Enrico Giovannini mentre arriva a Roma alla guida dell’Istat per poi pubblicare, alla fine dell’inverno 2013, quel rapporto BES che rende operativi gli spunti maturati nei diversi contesti internazionali. E il cerchio è chiuso.

Concludendo, possiamo così muoverci sul terreno del benessere equo e sostenibile con passo sicuro, consapevoli della solidità di un approccio le cui radici affondano nello stesso terreno in cui le discipline economiche classiche hanno nutrito le misure della ricchezza materiale delle nazioni. Ovvero, quella che oggi potremo chiamare wealth.

Giacomo Galletti. Agenzia Regionale di Sanità. Regione Toscana

Risorse

Rapporto Bes 2013: il benessere equo e sostenibile in Italia . Istat

Bibliografia

  1. Rapporto Bes 2013: il benessere equo e sostenibile in Italia . Istat, 2013
  2. Smith A. La ricchezza delle nazioni. Roma: Newton Compton Editori, 1976.
  3. Testo del discorso del 18 marzo 1968: Remarks at the University of Kansas by Robert F. Kennedy
  4. Easterlin RA. Does Economic Growth Improve the Human Lot?  In Paul A. David and Melvin W. Reder. Nations and Households in Economic Growth: Essays in Honor of Moses Abramovitz. New York: Academic Press, Inc, 1974.
  5. What is the ‘Beyond GDP’ initiative
  6. Commission on the Measurement of Economic Performance and Social Progress. Report of the commission on the measurement of economic performance et social progress

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