Per eliminare le mutilazioni genitali femminili

Mutilazioni_genitali_femminiliEnrico Materia, Emanuela Forcella, Giovanni Baglio

L’eliminazione delle mutilazioni genitali femminili richiede programmi comprensivi e multisettoriali, basati sui diritti umani e sull’approccio di genere, che coinvolgano le comunità nel rispetto della loro sensibilità culturale, per contrastare una pratica radicata nelle dinamiche sociali tradizionali. Le Agenzie internazionali si muovono con successo in questa direzione che trova seguito anche in Paesi di immigrazione come l’Italia. 


La risoluzione ONU

Le mutilazioni genitali femminili (MGF) sono state messe al bando a livello globale dalla storica risoluzione della 67° Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 20 dicembre 2012 (UNGA Resolution 67/146)[1].

La risoluzione riconosce le MGF come violazione dei diritti umani e abuso irreparabile e irreversibile dell’integrità fisica delle donne e delle bambine: esorta gli Stati a condannare e proibire le MGF, anche se praticate in ambienti sanitari, a proteggere le donne e le bambine, e a porre fine all’impunità.

Le MGF sono gli interventi che comportano la rimozione non terapeutica, parziale o totale, degli organi genitali femminili, come la clitoridectomia, l’escissione, l’infibulazione o altro tipo di lesione. Provocano dolore, emorragie anche gravi, infezioni, difficoltà a urinare, successivi ricorsi alla chirurgia, danni permanenti alla salute sessuale e riproduttiva, compresi l’infertilità e un aumentato rischio di morte neonatale[2].

Rappresentano una forma di violenza contro le donne, un tipo di tortura, una minaccia alla salute delle bambine, che va a violare convenzioni e trattati internazionali, compreso il c.d. “Protocollo di Maputo” – la Carta africana sui diritti umani, delle popolazioni e delle donne.

La pratica è concentrata in 29 Paesi nella fascia africana che va dall’Oceano Atlantico fino al Corno d’Africa con Egitto, Yemen e Iraq. La prevalenza varia ampiamente tra i Paesi (quasi universale in Somalia, Gibuti, Egitto e Guinea; 1% in Uganda e in Camerun) e all’interno degli stessi con riferimento a determinati gruppi etnici o regioni. Le MGF sono praticate più di frequente nelle aree rurali e sono spesso associate a una bassa istruzione e a un basso reddito. Nel complesso, più di 125 milioni di donne e bambine sono state sottoposte a MGF e altri 30 milioni di bambine sono a rischio nel prossimo decennio, come stimato dall’UNICEF in un recente, esaustivo rapporto, che utilizza dati di numerose indagini nazionali ed esamina i differenziali di prevalenza in base a diverse caratteristiche socioeconomiche[3,4].

Nella metà dei Paesi dove la pratica è radicata, la maggioranza delle bambine è escissa prima dei cinque anni, a volte pochi giorni dopo la nascita. In Egitto, le MGF hanno subito un processo di “medicalizzazione” per cui il personale sanitario è responsabile di quasi l’80% delle escissioni eseguite ai 27 milioni di donne mutilate nel Paese. Altrove sono quasi sempre le ostetriche tradizionali (traditional practitioners) a praticare le escissioni, molto spesso con un rasoio o una lametta.

Il rapporto UNICEF

Il nuovo rapporto dell’UNICEF, pubblicato nel 2013, fornisce dati aggiornati su tale pratica e informazioni utili per affrontare la sfida difficile e complessa della sua eliminazione. I dati indicano che le MGF stanno declinando, più o meno rapidamente, in diversi Paesi, con prevalenza inferiore (fino a un massimo di tre volte) tra le donne più giovani rispetto alle generazioni più anziane.

Nella maggioranza dei Paesi dove le MGF sono concentrate, i governi hanno emanato provvedimenti legislativi a questo riguardo. Per quanto ciò indichi un crescente e convinto impegno da parte degli Stati, non sempre le leggi vengono poi applicate. In Senegal, ad esempio, dove la prevalenza è pari al 26%, la norma che proibisce la pratica è stata ampiamente disattesa nei 5 anni successivi alla sua entrata in vigore.

In molti Paesi dove le MGF sono diffuse, la maggioranza delle donne e delle bambine concorda sulla necessità di abbandonarle. Tuttavia, come il rapporto UNICEF sottolinea, la pratica rappresenta una “norma sociale” che conferisce identità culturale alla comunità e contribuisce simbolicamente alla costruzione dell’identità di genere e al processo di socializzazione e di accettazione delle bambine nella vita adulta. Quest’ultimo aspetto è la ragione che più di frequente giustifica il perpetuarsi della pratica, a volte associata ai riti e ai festeggiamenti che marcano il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta. Di fondo, nella tradizione patriarcale e maschilista, l’escissione rappresenta una forma di controllo sui comportamenti della donna, dal momento che si ritiene possa ridurre il desiderio sessuale.

Secondo l’UNICEF, che ha di recente approfondito lo studio di queste dinamiche[5,6], la pratica diviene norma sociale quando soddisfa due condizioni:

  1. le famiglie sottopongono le loro figlie a mutilazione perché altre persone che contano per loro hanno fatto mutilare le proprie figlie;
  2. le famiglie ritengono che ci si aspetti lo stesso comportamento anche da loro.

Le ripercussioni per la mancata adesione alla norma sociale includono disapprovazione, stigma, vergogna, esclusione.

Questa prospettiva delle dinamiche sociali spiega perché spesso le donne di Paesi dove la pratica è concentrata, pur non volendo che le loro bambine vengano escisse, sono costrette a farlo per evitare loro l’isolamento sociale e il mancato matrimonio. Non a caso, diversi progetti volti a estirpare le MGF puntano a contrastare le dinamiche di esclusione con la valorizzazione delle bambine e delle ragazze che hanno rifiutato di sottoporsi alle mutilazioni, presentandole come campionesse di una regola sociale innovativa.

Risulta chiaro come sia necessario agire, non solo a livello nazionale con strumenti legislativi e campagne informative, ma anche e soprattutto nel cuore delle comunità per modificare, con sensibilità culturale, le dinamiche sociali, coinvolgendo donne, uomini, leader tradizionali e religiosi attraverso l’empowerment partecipativo e l’istruzione. È l’approccio che l’ONG statunitense Tostan ha adottato con successo in migliaia di comunità africane: programmi di empowerment basati su metodologie di istruzione informale mutuate dalle tradizioni orali (teatro, cantastorie, danza, arte, canzoni, dibattiti)[7].

Il programma congiunto UNFPA-UNICEF

L’eliminazione delle MGF in una generazione è l’obiettivo del Programma congiunto UNFPA-UNICEF che opera dal 2008 in 15 Paesi africani adottando un approccio comprensivo e olistico, multisettoriale, a più livelli (locale, regionale, nazionale e internazionale), basato sui diritti umani e che fa leva sulle dinamiche sociali favorenti l’abbandono della pratica[8]. Nel canestro di strategie vi è anche l’integrazione delle iniziative volte all’eliminazione delle MGF nelle politiche e nei programmi di salute riproduttiva, all’interno del sistema delle cure primarie. Politiche e programmi sanitari che si occupano di MGF sono infatti ormai presenti in diversi Paesi.

Le due Agenzie hanno discusso dello stato dell’arte e presentato i risultati finora conseguiti dal programma congiunto nel corso di una conferenza internazionale tenutasi a Roma dal 22 al 25 ottobre 2013, presieduta dal Ministro Bonino.

 

Diffusione delle MFG nelle comunità migranti e i progetti regionali in Italia

Nei Paesi di immigrazione, la stima delle MGF viene di solito generata sulla base del numero di donne straniere presenti e della prevalenza della pratica nel Paese di origine. Questi calcoli portano di solito a una sovrastima del fenomeno, perché le donne emigrate non presentano lo stesso rischio di MGF rispetto a coloro che non emigrano, essendosi selezionate in base all’età e a caratteristiche socioeconomiche (le donne più giovani, istruite e con maggiori possibilità finanziarie tendono a emigrare di più e hanno un rischio inferiore).

Alcuni studi hanno poi dimostrato come, laddove il processo di integrazione delle comunità è avanzato, i genitori abbandonano rapidamente l’intenzione di sottoporre a mutilazione le loro figlie, come nel caso delle famiglie etiopiche ed eritree in Svezia: “mai alle mie figlie”[9].

Nell’ambito delle iniziative promosse dal Dipartimento per le Pari Opportunità per la prevenzione e il contrasto delle MGF in Italia, la Regione Lazio sta per avviare, insieme a partner del SSR e del privato-sociale(a) un progetto di ricerca-azione basato sull’empowerment delle comunità e sul ruolo delle donne come agenti di cambiamento. Il progetto, in linea con gli orientamenti delle Agenzie internazionali sopra riportati, prevede anche il coinvolgimento degli operatori sanitari e degli insegnanti delle scuole, adottando un approccio multisettoriale e integrato. Sarà anche svolta un’indagine trasversale per stimare la prevalenza della MGF nelle principali comunità straniere a tradizione escissoria presenti a Roma, al fine di ovviare all’evidente carenza di informazioni aggiornate sul fenomeno in Italia.
Bibliografia

  1. No Peace Without Justice. Ban FMG sì al diritto, no all’impunità.
  2. WHO 2013. Female genital mutilation. Fact sheet N°241. Updated February 2013
  3. UNICEF. Female genital mutilation/cutting: a statistical overview and exploration of the dynamics of change. New York, NY: UNICEF, 2013.
  4. Cappa C, Moneti F, Wardlaw T. Elimination of female genital mutilation/cutting. Lancet 2013; 382: 1080-1.
  5. Bicchieri C. The grammar of society: nature and dynamics of social norms. Cambridge: Cambridge University Press, 2005.
  6. Mackie G, LeJeune J. Social dynamics of abandonment of harmful practices: a new look at the theory. UNICEF Innocenti Research Centre, 2009.
  7. Tostan | Dignity for all
  8. UNFPA-UNICEF. Joint programme on female Genital Mutilation/Cutting: Accelerating Change. Annual report 2012.
  9. Johnsdotter S, et al. “Never my daughters”: a qualitative study regarding attitude change toward female genital cutting among Ethiopian and Eritrean families in Sweden. Health Care for Women International 2009; 30: 114-133.

Nota

a) ASL ROMA A, AO San Camillo-Forlanini, Albero della Vita, Nosotras

 

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