Sud Sudan. Guerra, petrolio e odio interetnico

sudsudanMaurizio Murru

L’accordo di pace del 2005, che ha aperto la strada alla nascita del paese, ha lasciato numerosi problemi irrisolti: dai confini alla cittadinanza, dalla divisione dei proventi petroliferi alle misure di sicurezza. Sete di potere,  vecchi rancori e odio interetnico hanno innescato una guerra che da interna che rischia di diventare regionale.


Quanto accade in Sud Sudan non sorprende. Il conflitto iniziato il 15 dicembre scorso è l’esplosione di una bomba ad orologeria innescata da una classe politica meschina, corrotta e incompetente. Gli elementi della miscela esplosiva sono i soliti: avidità, sete di potere, vecchi rancori, totale mancanza di senso dello stato. Il tutto condito con abbondanti dosi di odio interetnico rinfocolato e manipolato da un drappello di satrapi senza scrupoli e senza vergogna.

I principali protagonisti sono il Presidente Salva Kiir Mayardit, appartenente all’etnia Dinka, e l’ex Vicepresidente Riek Machar, appartenente a quella Nuer. Il 1° luglio 2013, il primo ha licenziato il secondo e, con lui, tutta la compagine di governo. In linea con lo stile confuso del governo Sud Sudanese, il relativo decreto presidenziale è stato scritto ed emanato due volte, perché nella prima versione si faceva riferimento ad articoli sbagliati della Costituzione e ci si era scordati di includere il Ministro della Sanità nella lista dei licenziati. Machar, che da tempo accusava il Presidente di incapacità, incompetenza e nepotismo etnico, ha invitato i suoi alla calma definendo la misura presidenziale, sia pure clamorosa, costituzionalmente legittima. E ha dichiarato che si sarebbe presentato alle prossime elezioni per la leadership del partito (l’ex movimento di guerriglia, il Sudan People’s Liberation Movement –SPLM-) e in seguito, del paese. Fra coloro che hanno criticato il Presidente Kiir figurano altre due importanti personalità: Pagan Amum, di etnia shilluk, già Segretario Generale dell’SPLM e Rebecca Garang, Dinka, moglie del carismatico leader John Garang, morto nel 2005, precipitando con l’elicottero che lo riportava in patria dopo una visita di stato in Uganda. Sia Pagan Amum che Rebecca  Garang intendono candidarsi alle prossime elezioni presidenziali.

Nella notte del 15 dicembre scorso la popolazione della capitale, Juba, è stata svegliata da numerosi colpi di arma da fuoco. Non tutto è chiaro ma sembra che, dopo una burrascosa riunione congressuale dell’SPLM, prematuramente abbandonata da Riek Machar e dai suoi,  militari di etnia Dinka, appartenenti alla guardia presidenziale, abbiano tentato di disarmare colleghi di etnia Nuer. Questo tentativo sarebbe stato visto come la premessa di un pogrom etnico. La resistenza armata sarebbe stata la conseguenza. Il Presidente Kiir ha poi dichiarato che si trattava di un colpo di stato tentato da militari fedeli all’ex Vicepresidente. Questi, prudentemente resosi irreperibile, ha negato ogni tentativo di golpe. Ha aggiunto che, ormai, innescata la miccia, l’unico modo per disinnescarla sono le dimissioni del presidente. Il conflitto si è esteso in sette dei 10 Stati in cui è suddiviso il paese. Truppe ribelli controllano Bor, capitale dello Stato di Jonglei; violenti combattimenti sono in corso negli Stati di Upper Nile e Unity, entrambi con giacimenti petroliferi; truppe ribelli marciano su Juba. In poco più di due settimane i combattimenti avrebbero fatto almeno 1000 morti e più di 200.000 sfollati[1], mentre  più di 10.000 sarebbero i Sud Sudanesi rifugiatisi nei paesi vicini (Etiopia, Kenya e Uganda)[2]. A questo esercito di disperati occorre aggiungere più di 100.000 rifugiati fuggiti dagli stati Sudanesi del Sud Kordofan e del Blue Nile, anch’essi, da tempo, in preda a conflitti armati3.

Bor è stata catturata dai ribelli, ripresa dall’esercito governativo (SPLA –Sudan People’s Liberation Army-), poi caduta di nuovo in mano ai ribelli. L’SPLA si prepara a riprenderla mentre anche il cosiddetto “Esercito bianco”, una milizia costituita da giovani Nuer, si sta avvicinando alla città. Nel 1991, quando Machar si staccò dall’SPLM, i Nuer massacrarono più di 2000 Dinka proprio a Bor. Nei giorni scorsi, accuse di atrocità ed uccisioni su base etnica sono state levate sia contro una parte che contro l’altra[3]. Probabilmente sono tutte vere.

In Sud Sudan, combattimenti, atrocità e violenza non sono una novità. Sono la continuazione della quotidianità. Prima del 15 dicembre, gli sfollati Sud Sudanesi, costretti a fuggire scontri interetnici per il controllo di pascoli, sorgenti, bestiame, erano già più di 400.000 (132.000 nel solo Stato di Jonglei)[3]. Nel 2012 gli scontri interetnici hanno fatto più di 3.000 morti[4].

Il circo diplomatico si è messo in moto e, il 4 gennaio, dopo ritardi e rinvii, proclami e smentite, sono iniziati “colloqui di pace” ad Addis Abeba. Ne giorni precedenti, il Primo Ministro Etiope ed il Presidente Kenyota si erano recati a Juba per “promuovere una soluzione pacifica del conflitto” e i capi di stato e di governo dei sei paesi appartenenti all’IGAD (Inter-Governmental Authority on Development), riuniti a Nairobi, avevano emesso un comunicato che esortava entrambe le parti a cessare le ostilità e cercare una soluzione politica.

Anche il Presidente Ugandese, Yoweri Museveni, si è recato a Juba. Fedele alla sua vecchia alleanza con l’SPLM e fedele al proprio stile, ha espresso solidarietà al Presidente e promesso appoggio attivo per “schiacciare militarmente” Riek Machar qualora questi tardasse ad arrendersi e a cessare le ostilità. Contingenti dell’esercito Ugandese sarebbero già in Sud Sudan[5].

Gli Stati Uniti e i paesi Europei, che hanno sponsorizzato l’indipendenza Sud Sudanese, si sono uniti a queste danze rituali, immancabile corollario di simili situazioni.  Le Nazioni Unite hanno deciso di inviare almeno 2.500 militari per rinforzare l’ UNMISS (United Nations Mission in South Sudan) attualmente costituita da 6.826 militari, 674 poliziotti e 2.604 civili, per un costo totale di poco meno di un miliardo di dollari all’anno[6].

Il Sud Sudan, come Stato, rischia di morire prima di essere veramente nato. Le sue élites hanno iniziato a saccheggiarlo prima della sua nascita ufficiale, il 9 luglio 2011. Nel maggio 2012 il Presidente ha scritto una lettera a 75 fra parlamentari, ufficiali governativi e ministri, chiedendo loro di restituire almeno quattro miliardi di dollari che avevano allegramente rubato dalle casse dello Stato. Ovviamente, tale restituzione, in forma anonima, in un conto bancario appositamente creato a Nairobi, è avvenuta in minima parte (circa 60 milioni di dollari)[7].

La popolazione Sud Sudanese è divisa in almeno 80 gruppi etnici. La maggior parte di questi è costituita da una galassia di clan e sotto-clan spesso in conflitto fra loro. I Dinka sono il gruppo più consistente (46% della popolazione totale) seguito da Nuer (9.6%), Azande (6.6%%), Bari (6%), Shilluk/Anwak (3,5%) e da altri di minore consistenza numerica (percentuali calcolate in base ai dati pubblicati da Joshua Project, 2013)[8].

 

La lunga guerra che ha portato alla secessione dal Sudan, si è svolta interamente sul territorio Sud Sudanese. Una buona parte dei combattimenti non è stata dell’SPLA contro l’esercito di Khartoum ma dell’SPLA contro una galassia di milizie Sud Sudanesi a base etnica. Per decenni, il governo di Khartoum è stato ben felice di armare queste milizie perché si combattessero fra di loro. Per decenni, queste fazioni hanno dato vita ad una girandola fluida e confusa di alleanze e voltafaccia: fra di loro, con l’SPLA, con il governo di Khartoum. Lo stesso Riek Machar, importante membro dell’SPLA, se ne è staccato nel 1991, si è alleato al governo di Khartoum per tornare in seno all’SPLA nel 2002. Un “misfatto” mai dimenticato.

Che l’indipendenza potesse far scordare rivalità e tradimenti, cancellare la memoria di massacri e violenze e far sparire diffidenze e vecchi rancori era altamente improbabile. E, infatti, non è successo.

L’accordo di pace del 2005, che ha aperto la strada alla nascita del paese, ha lasciato numerosi problemi irrisolti: dai confini alla cittadinanza, dalla divisione dei proventi petroliferi alle misure di sicurezza. 

Milizie armate contro il governo di Juba, spesso in lotta fra di loro, nascono, si fondono, formano alleanze, le rinnegano, firmano accordi di pace, li violano prima che l’inchiostro si asciughi, poi firmano altri accordi, accettano di venire disarmate, poi si riarmano, in una confusa girandola di eventi [9].

L’esercito governativo non è uno strumento per proteggere la popolazione e si comporta, né più né meno, come una delle tante milizie, commettendo ogni sorta di abusi10. Non si tratta di un “esercito nazionale” ma di una congerie di milizie locali che, una volta “integrate”, continuano a comportarsi come facevano prima, sotto la guida dei loro vecchi capi, automaticamente promossi al grado di “generale”. Quello Sud Sudanese, probabilmente, è l’esercito al mondo con la più alta percentuale di “generali” in rapporto al resto dei quadri[5].

Come l’esercito, anche l’amministrazione locale dei dieci Stati è strutturata su base etnica. In  un paese con numerose etnie, quasi ovunque mescolate sugli stessi territori, l’incapacità (o l’impossibilità) di uscire dagli schemi etnici ha costituito una ricetta sicura per tensioni, ostilità e conflitti[5].

I servizi fondamentali, mai stati a livelli accettabili, se non in isole gestite da ONG straniere, sono ulteriormente deteriorati per la sospensione dell’estrazione petrolifera, durata più di un anno e nuovamente compromessa dall’attuale conflitto. La sospensione era stata decisa dal governo di Juba per disaccordi sul prezzo da pagare a quello di Khartoum per il transito del petrolio attraverso i suoi oleodotti, unico mezzo per il trasporto verso il mare e il mercato internazionale. Il petrolio è la fonte principale delle entrate governative dei due paesi. Non sorprende che, il 6 gennaio, nel corso di una visita a Juba del Presidente Sudanese, Omar el Beshir, si sia discusso di organizzare una forza militare congiunta per proteggere i campi petroliferi. Occorrerà attendere ulteriori sviluppi e vedere se il governo di Khartoum sceglierà, veramente, di collaborare con quello di Juba o, piuttosto, come è nella sua tradizione, opterà per fomentare le divisioni, magari sostenendo Riek Machar, antico alleato e, attualmente, in una posizione di forza in importanti aree petrolifere. Con almeno tre stati vicini (Etiopia, Kenya, Uganda) ostili al Sudan, con truppe Ugandesi già sul suolo Sud Sudanese, il pericolo di una regionalizzazione del conflitto è reale.

I colloqui apertisi in Etiopia non promettono molto. Le precondizioni poste dalle parti rendono difficile ogni negoziato. Le ferite riaperte dal rinfocolato odio interetnico non si spegneranno. Il “paese più giovane del mondo” resterà ingolfato per lungo tempo nella sua palude di miope inadeguatezza, insipienza politica e violenza.  Con tutti i consueti corollari di morte, miseria, povertà e sottosviluppo.

Dello stesso autore: Il Sud Sudan, a un anno dalla nascita.

Di seguito aggiungiamo una nota relativa alla presenza in Sud Sudan della Ong Medici con l’Africa-Cuamm 

Medici con l’Africa Cuamm resta in Sud Sudan accanto alla popolazione locale mantenendo aperti i servizi di cura e assistenza, unica ong italiana a rimanere operativa con personale espatriato nelle zone periferiche del paese, fuori dalla capitale Juba.
“Siamo medici “con” l’Africa — dichiara il direttore del Cuamm don Dante Carraro. Sentiamo il dovere di restare. I due ospedali che gestiamo a Yirol (Western Equatoria) e Lui (Lake States) servono una popolazione rispettivamente di 300.000 e 150.000 persone. Andarsene significherebbe abbandonare questa gente”. Sono 6 gli operatori di Medici con l’Africa Cuamm attualmente sul campo: due medici a Yirol, due medici, un’infermiera e un’amministrativa a Lui.
“L’ospedale di Yirol è il più vicino alla linea del fronte che in questo momento è nello stato di Jonglei, ad est del Nilo — testimonia Enzo Pisani, medico Cuamm a Yirol. Nella zona per ora sono arrivati un migliaio di sfollati però a 130 chilometri da qui, a Minkamen, ce ne sono 70-80mila provenienti tutti dallo Stato di Jonglei ed anche per loro siamo l’ospedale di riferimento”. Una situazione drammatica, considerando che “il nostro ospedale è pieno anche senza sfollati”.

Per Medici con l’Africa Cuamm diventano dunque “due i fronti” da sostenere nell’emergenza: gli ospedali e adesso il drammatico problema degli sfollati. “Garantire il funzionamento dell’ospedale di Yirol e di Lui è per noi centrale e crediamo anche per tutto il sistema sanitario locale” – dichiara Don Dante Carraro.

“Gli sfollati hanno bisogno di coperte, zanzariere, cibo, farmaci e strumenti per igienizzare l’acqua — continua Pisani – stanno cominciando a scarseggiare di farmaci. Abbiamo già lasciato 3.400 trattamenti antimalarici, amoxicillina, metronidazolo, sali di reidratazione, paracetamolo in buone quantità*”.

Ma per dare più consistenti segnali di vicinanza e condivisione alla popolazione locale, Medici con l’Africa Cuamm lancia uno straordinario appello a contribuire per sostenere l’acquisto di prodotti di prima necessità in loco: cibo, coperte, farmaci e compresse di cloro attivo.

Causale Emergenza Sud Sudan *c/c postale 17101353* intestato a Medici con l’Africa Cuamm
*IBAN: IT 91H0501812101000000 107890*per bonifico bancario presso Banca Popolare Etica, PD

Per approfondire

 

 

Bibliografia

  1. South Sudan general killed in ambush. BBC, 05.01. 2014
  2. Comunicato stampa. UNHCR calls for greater security in South Sudan as it aids people displaced by fighting. UNHCR, 31.12.2013
  3. 2014 Country Operations Profile, South Sudan. UNHCR, 2014
    Captured twice and looted twice, a state capital in South Sudan fears third battle. The Telegraph, 29.12.2013.
  4. South Sudan officials “stole $ 4 billon”. BBC, 06.06.2012
  5.  2012 Country Operations Profile, South Sudan. UNHCR, 2012
  6. Mamdani M. The way forward for South Sudan.  Aljazeera, 06.01.2014
  7. UNMISS: Facts and figures
  8. Joshua Project, 2013: South Sudan
  9. Small Arms Survey, novembre 2013. Pendulum swings: the rise and fall of insurgent militias in South Sudan, Issue Brief N° 22
  10. South Sudan: army making ethnic conflict worse. Human Rights Watch, 19 giugno 2013

Un commento

  1. Grazie a Maurizio per questo post documentatissimo che in stile “Afrinews” ci comunica la drammaticità del momento attuale nel “paese più giovane del mondo” ! Miope inadeguatezza ed insipienza politica – come sottolinea Murru – ed anche la maledizione delle risorse con il petrolio.

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