Quando i cinesi muoiono di lavoro. A Prato

Prato_cinesi_incendioFabio Capacci e Franco Carnevale

Lo scorso dicembre a Prato sono morti in un incendio sette lavoratori cinesi, cinque uomini e due donne. Qualcosa sembra stonare e rendere differente questo dagli altri incidenti simili, come quello della Thyssen e tutti i drammi sul lavoro degli anni più recenti. E non vi è alcuna garanzia che questo rogo sia l’ultimo, se la risposta sarà soltanto l’inasprimento dei controlli.


 Le fiamme sono divampate alle sette di domenica 1 dicembre 2013 nella manifattura “Teresa moda”, in una porzione di capannone del “Macrolotto 1” di Prato, Toscana, Italia. Sette i morti, cinque uomini e due donne, tre gli ustionati. Tutti cinesi.

L’opinione pubblica è attonita, la stampa ha riportato le reazioni addolorate e preoccupate del Presidente della Repubblica e la volontà netta del Presidente della Regione di risolvere presto e definitivamente il problema dei lavoratori cinesi in Toscana. Ma qualcosa sembra stonare e rendere differente questo dagli altri incidenti simili, come quello della Thyssen e tutti i drammi sul lavoro degli anni più recenti. L’imprenditrice, anch’essa cinese, responsabile della ditta sembra essersi dileguata, non solo fisicamente, ma anche di fronte ad una chiara identificazione di colpa e, per la prima volta in Italia, è un intero sistema ad essere chiamato sul banco degli imputati.

Da subito gli amministratori locali sentono il bisogno di prendere le distanze, con i modi e con le parole che a loro si addicono, e fanno tutto ciò che è in loro potere perché le ragioni vengano cercate altrove. Dalle dichiarazioni si intende che si sia di fronte ad un’emergenza e che pertanto la soluzione, anch’essa emergenziale, consista nel rafforzare la vigilanza di fronte ad un dramma la cui spiegazione è da ricercare nella illegalità di un sistema produttivo sviluppatosi in una nicchia di tipo etnico. In queste sbrigative interpretazioni si legge la negazione di 30 anni di interventi, esperienze, studi ed analisi di un fenomeno che in tanti modi si può definire fuorché inatteso ed emergenziale. Non è per cinismo che ci stupisce il fatto che questa tragedia non sia accaduta prima. Sicuramente i lavoratori hanno una forte capacità di autotutela e neppure nei distretti industriali del Bangladesh tutti i giorni bruciano fabbriche. Ma la memoria va al 9 maggio dello stesso anno 2013, quando a Dhaka nel quartiere industriale di Mirpur il fuoco scoppia in un palazzo di undici piani in una fabbrica di abbigliamento ed a morire sono otto persone. Ed al 24 aprile dello stesso anno quando, nel distretto industriale di Savar, un palazzo di otto piani affollato di operaie che confezionano vestiti per aziende occidentali, crolla facendo centinaia di morti. In questi casi nessuno alle nostre latitudini è stato portato a pensare che si trattasse di emergenza, ma ci siamo giustamente indignati considerandoli eventi inevitabili in un sistema dove il profitto si genera con lo sfruttamento intensivo e programmato del lavoro.

Non devono sfuggire le analogie fra queste vicende e le centinaia o migliaia di vicende simili quotidianamente in agguato nel mondo, tecnicamente classificate come “near miss”, vale a dire situazioni che avrebbero potuto causare infortuni o danni alla salute o morte e che per puro caso non li hanno prodotti, ma potranno farlo in qualsiasi momento. I “determinanti” alla base di tali situazioni sono sovrapponibili nella maggior parte dei paesi: il primato inarrestabile dell’iniziativa privata, l’accumulazione primitiva o originaria, la globalizzazione, l’anarchia della produzione, la concorrenza sleale e quindi la necessità di offrire sul mercato, considerata pressante la domanda, prodotti con marchio più o meno noto al più basso prezzo possibile. I lavoratori coinvolti in questi processi vivono pericolosamente, sfruttati oppure “autosfruttati” con l’obbiettivo di uscire dalla miseria di lunga durata e con la prospettiva, almeno per alcuni di loro, di ottenere maggiori vantaggi economici e quindi poter sfruttare altri lavoratori. Altri roghi si erano sviluppati in precedenza nei capannoni nell’asse d’insediamento delle aziende cinesi, fra Firenze e Pistoia, ma non avevano causato vittime, quindi per qualcuno non avevano interesse. Non vi è alcuna garanzia che questo rogo sia l’ultimo, se la risposta sarà soltanto l’inasprimento dei controlli. La vigilanza sul settore imprenditoriale cinese è iniziata negli anni ’80 e pochi settori sono stati più seguiti per gli aspetti di sicurezza del lavoro, viste le palesi condizioni di rischio, le denunce da parte di cittadini, di imprenditori ed associazioni e per l’attenzione imposta dai media. I limiti della vigilanza, però, sono apparsi presto evidenti di fronte ad un sistema nel suo insieme impermeabile non tanto all’azione giudiziaria in sé, ma agli effetti di prevenzione attribuiti dal nostro strano ordinamento alla funzione deterrente dell’azione giudiziaria penale. Dopo la fase dell’emergenza (anni ‘80 dello scorso secolo), ci attendevamo impegni più strutturati e specifici di gestione del territorio, perché non può esistere uno stato di emergenza continua. Osservatori attenti e sensibili alla questione hanno descritto la complessità e le dimensioni del fenomeno migratorio cinese, il particolare modello di produzione ed insediamento, lavorativo ed abitativo, colto proprio mentre si accresceva ed evolveva ed hanno dato indicazioni per azioni sociali ed urbanistiche coerenti (Colombo 1995).

La questione delle imprese cinesi era ed è di grande interesse, anche per l’economia che muove. Nel 1990 i cinesi residenti a Prato erano 520, 12 anni dopo sono oltre 15mila, almeno il doppio se si stimano gli irregolari. Sono almeno 3800 le aziende iscritte alla Camera di Commercio e di queste solo un’ottantina “emerse” tanto da potersi iscrivere anche alla CNA, la tradizionale e maggioritaria associazione degli artigiani. Una città nella città, un terreno fertile per contrasti di tipo sociale ed infiltrazioni criminali, ma anche una fonte rilevante di rendita fondiaria. Uno studio dell’IRPET, l’agenzia economica della Regione Toscana, ha stabilito che il fatturato cinese nel 2010 ha raggiunto i 2 miliardi, pari al 14,30% del complesso delle imprese pratesi. Sul fronte del valore aggiunto, i milioni prodotti dai cinesi sono stati 645, pari al 10,30% del valore aggiunto totale (IRPET 2013). Dal 2004 la liberalizzazione del commercio, in particolare dei prodotti tessili e dell’abbigliamento, ha indotto un più stretto collegamento fra le attività dei cinesi in Italia ed il paese di origine; lavorano in Italia le imprese che hanno fatto in tempo ad accumulare risorse sufficienti alla trasformazione di un’attività artigiana a basso costo in una pura attività commerciale di importazione e coloro che si sono inseriti in qualche modo nella filiera della produzione dei grandi marchi o comunque in un mercato sicuro. In Cina negli ultimi anni verrebbe trasferita sotto forma di rimesse la ricchezza guadagnata, illegalmente o meno, sul territorio di Prato: un fiume di denaro che per il periodo 2006-2010 è stato valutato dalla procura antimafia in 4,5 miliardi di euro.

I protagonisti della vicenda imprenditoriale cino-pratese, la prima del genere con queste dimensioni in Italia, sono dei lavoratori provenienti dalle province orientali del Zhejiang e Fujian della Repubblica Popolare Cinese, regione nota per lo spazio che il governo cinese ha da sempre lasciato alla libera iniziativa. Questi lavoratori-imprenditori nello stesso luogo lavorano (per 16 o 20 ore del giorno e della notte), cucinano (con fuochi alimentati da una serie di bombole di gas propano), mangiano (stabilendo uno standard igienico molto basso), dormono (in piccole stanze ricavate con pareti di cartone) e conducono la loro vita familiare, affettiva, di relazione, anche  assieme ai bambini; il tutto in uno spazio ingombro di macchine da cucire, sgabelli, stufe elettriche, di abbondanti quantità di materie prime provenienti ormai dalla Cina e di semilavorato, con scatoloni che delimitano, all’interno dei capannoni, gli spazi “funzionali” assegnati a ciascuna ditta. L’impianto elettrico può essere all’origine anche “a norma”, ma perde subito quella caratteristica per i necessari interventi di adeguamento alle particolari necessità del lavoro e della vita impresse a questo microcosmo. Si tratta di laboratori con elevato grado di flessibilità produttiva, ma anche di facile mobilità nel senso che in caso di controlli, sanitari, di polizia, finanziari ed assicurativi di una delle tante istituzioni che ne ha titolo, possono essere abbandonati e ricostituiti poco distante vanificando per “irreperibilità”, per “mancata notifica degli atti” anche le procedure giudiziarie intentate nei confronti di “titolari” generalmente improbabili. Non occorre essere specialisti della salute e della sicurezza al lavoro e della legalità per diagnosticare per questi luoghi uno stato di carenza cronica e strutturale e quindi la violazione di molte norme amministrative e penali, tutte quelle previste dalla cultura ufficiale, dal mercato, dalla concorrenza “leale”. Alcuni spontanei accorgimenti, dettati dall’istinto di sopravvivenza, sono certamente adottati, ma si convive confidenzialmente e coscientemente con livelli medio-alti di pericoli e di rischio di incendio, elettrico, alimentare, ergonomico.

Il monotono ciclo lavorativo delle confezioni e dell’abbigliamento, a cui questi produttori si dedicano, sembra preservarli dai rischi di malattie specifiche da sostanze e prodotti manipolati e di infortuni dovuti alle macchine usate. In assenza di dati affidabili, esiste il sospetto che i singoli casi vengano gestiti “privatamente” senza il ricorso all’ente assicuratore. Così è per le inidoneità acquisite al lavoro: i lavoratori che arrivano in Italia sono relativamente giovani, “idonei” e devono poter spendere la propria capacità lavorativa, ma vengono rimpatriati ed abbandonati al welfare familiare nel caso intervenga una indisponibilità, quando la sua forza lavoro non è più esigibile (Capacci 2005).  I rischi che in qualche modo ricadono o vengono fatti ricadere nell’ambito dello “stress da lavoro”, alienazione, anomia, insoddisfazione, costrizioni di vario genere, “mobbing” o meglio ancora della “usura” fisica e mentale da lavoro sono difficili da sviscerare sino in fondo con l’uso dei criteri più o meno standardizzati resi oggi obbligatori ed abbondantemente offerti da formatori, psicologi e professionisti della sicurezza. Gli specialisti hanno dibattuto e dibattono ancora se per queste situazioni si debba evocare un vecchio o aggiornato concetto di “schiavismo” o di “lavoro forzato”.
Chi lo nega, e tra questi un autorevole rapporto dell’Ufficio Internazionale del Lavoro (Gao Yun 2010), si appoggia al fatto che gli interessati sono consapevoli di quello che fanno e lo decidono autonomamente, con spirito non diverso da quello che anima chi, fra di loro, riscuotendo  prima di altri successo economico, assumerà ruolo di “schiavista”. Diversi autori, tra questi quelli di un recente rapporto del nostro Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL 2011), esprimono invece pochi dubbi sul ruolo delle organizzazioni criminali che “assistono” l’emigrante cinese dal trasporto in Italia fino alla sua sistemazione nei comparti produttivi più attraenti e al trasferimento del suo denaro nella madre patria. Un noto mediatore culturale di origine cinese testimonia di condizioni dure da subire, ma necessarie per uscire dall’estrema povertà vissuta e divenuta insostenibile nelle regioni di origine; esperienza che egli stesso ha vissuto e che consiglierebbe ai figli perché insegna molto più della scuola.

Seguendo una tale linea di pensiero, questi lavoratori che hanno e mantengono forte la prospettiva di arricchirsi, non hanno alternative: o lavorano così oppure perdono tutto.  Il frutto del lavoro in queste circostanze, compreso quello commissionato direttamente o indirettamente dalle grandi firme della moda italiana, entra nel gioco della domanda e dell’offerta di consumatori sparsi in giro per il mondo, la cui aspirazione è ottenere quel prodotto ma ad un costo molto basso, più basso di quanto potrebbe fare la produzione “normale” dei paesi di vecchia industrializzazione con il suo “normale” costo del lavoro.
Un cappotto di alta moda, che clienti europei comprano a 1000 euro, ai cinesi d’Italia inseriti a buon diritto in una unitaria filiera produttiva-commerciale, viene pagato circa 15 euro. Tutto il processo risulta funzionale  ad un segmento non trascurabile del mercato globalizzato, esaudisce alcuni interessi della città ospitante, a partire dalla rendita corrisposta ai proprietari dei locali affittati a caro prezzo, viola e contrasta attivamente le norme ed i dettami stabiliti dallo Stato. Si configura quella che viene denominata “nicchia produttiva etnica” (Ceccagno 2010), cioè una massiccia presenza di aziende gestite da migranti inserita nel sistema produttivo locale con regole, rapporti sociali e dinamiche d’azienda “originali”, che alterano gli equilibri e le regole preesistenti nel comparto.

I nuovi luoghi di lavoro si sviluppano in sostanziale autonomia rispetto al territorio circostante, mentre gli impresari locali o sono espulsi e si limitano ad affittare o vendere i propri spazi industriali o cambiano la loro posizione nella filiera produttiva collocandosi a più alti livelli commerciali. Tutti questi elementi si ritrovano identici nelle così dette Zone Franche d’Esportazione, quelle deliberatamente istituite in molti paesi con economie emergenti, avallate dalle Nazioni Unite fin dal 1968 come incentivo allo sviluppo; sono aree dove aziende per lo più occidentali, cinesi od indiane, offrono a popolazioni vulnerabili per povertà e disoccupazione, condizioni di lavoro con garanzie ridotte al minimo, per produrre manufatti destinati ai mercati più ricchi.

Non si può tacere, a proposito del rogo di Prato, la sofferenza ed il dolore dei parenti, delle famiglie arrivate in Toscana con grandi difficoltà, grazie ad una sottoscrizione dei loro concittadini. Non è certo originale la loro richiesta di giustizia e di risarcimento, ma è  particolare che, fra le richieste, vi sia quella di poter prendere il posto dei loro cari, senza rivendicare condizioni di lavoro migliori, più garantite. Questo svela aspetti inediti, differenti dall’immagine dei cinesi sfruttatori di se stessi, ancor prima che dei propri connazionali, con l’obbiettivo di diventare imprenditori, spesso diffusa e da noi stessi riproposta come interpretazione del fenomeno generale: i lavoratori morti, dopo anni di emigrazione erano ancora semplici operai, ma ciononostante, assicuravano un flusso economico che consentiva in patria la vita di famiglie allargate. E’ questa elementare necessità che è oggetto di rivendicazione delle famiglie che hanno manifestato in Italia davanti al loro consolato per vincere l’inerzia e l’indifferenza che circonda il loro personale dolore, sia da parte delle autorità cinesi che di quelle italiane.

Conclusioni

Il rogo di Prato ha reso evidenti realtà che nessuno ammette volentieri. Non le ammettono i lavoratori cinesi, che in un sistema di sfruttamento ed autosfruttamento trovano quantomeno i mezzi per mantenere le famiglie in patria. Non le ammettono gli italiani che hanno inglobato queste attività nella propria catena produttrice di reddito. non le vogliono ammettere gli amministratori pubblici che non possono proporre soluzioni efficaci senza penalizzare la libertà d’impresa in un momento in cui il mercato chiede sempre più flessibilità ed autonomia da regole, spesso troppo rapidamente liquidate come burocrazia.

I morti cinesi del primo di dicembre del 2013, come era prevedibile, hanno consentito di esternare forti emozioni a presidenti, opinionisti, normali amministratori ed anche ad alcuni sindacalisti. Alle emozioni ed al cordoglio sono state associate le indicazioni di rito perchè non si presenti mai più quel tipo di emergenza e quindi per una rapida e definitiva soluzione dei problema dei cinesi, per intanto di quelli pratesi. Un ventaglio ampio ed effimero di posizioni: un presidente richiede di por termine alle condizioni di sfruttamento senza mettere in crisi realtà produttive e occupazioni che possono contribuire allo sviluppo economico toscano e italiano; un altro presidente ha in animo di provvedere alla “integrazione” dei cinesi imitando l’imperatore Tiberio che ha elargito lo status di cittadini romani alle tribù della Gallia, pensando così di motivarli a investire nella città di Prato; l’amministratore più semplicemente chiede un esercito di ispettori del lavoro, poliziotti, e altre forze dell’ordine, per risolvere alle radici il problema di Prato. Il sindacalista, interrompendo un silenzio durato troppo a lungo insiste ora sui diritti acquisiti dai lavoratori italiani che dovrebbero valere anche per quelli cinesi. Nessuno a voce alta punta il dito sul sistema che consente ed induce comuni clienti “consumatori” di soddisfare la propria esigenza di acquisire prodotti di marca a basso prezzo. Nessuno si indigna per il fatto che anche in Italia si accetta di buon grado che esistano in sostanza zone dove la libertà d’impresa può raggiungere, in nome del profitto, le sue più basse espressioni. Tutti sanno che la “vigilanza” ed i controlli da soli non possono bastare, tanto meno a monitorare, a comprendere la situazione in cui versano i lavoratori cinesi ed i loro sfruttatori. Alla fine però è la “vigilanza” che passerà, almeno per un periodo, taciterà alcuni e allontanerà ancora una volta iniziative più risolutive, come quella di regolamentare la nascita e l’insediamento  delle imprese, di qualsiasi nazionalità esse siano.

Fabio Capacci, Azienda Sanitaria di Firenze, Dipartimento di Prevenzione, Unità Funzionale di Prevenzione Igiene e Sicurezza nei Luoghi di Lavoro.
Franco Carnevale, Fondazione Michelucci, Firenze

Bibliografia

 

  1. Colombo M., Marcetti C., Omodeo M., Solimano N. (1995). Wenzhou-Firenze, Pontecorboli, Livorno.
  2. IRPET. Rapporto sul mercato del lavoro: anno 2012. Regione Toscana, marzo 2013
  3. Capacci F., Carnevale F., Gazzano N. The Health of Foreign Workers in Italy. International Journal of Occupational and Environmental Health 2005; 11(1): January/March
  4. Gao Yun (edited). Concealed chains. Labour exploitation and Chinese migrants in Europe. International Labour Organization, 2010
  5. CNEL – Osservatorio socio-economico sulla criminalità. La criminalità organizzata cinese in Italia. Caratteristiche e linee evolutive. Rapporto di ricerca, Roma, maggio 2011
  6. Ceccagno A., Rastrelli R., Salvati A. Exploitation of Chinese immigrants in Italy. In Concealed chains. Labour exploitation and Chinese migrants in Europe. International Labour Organization, 2010

 

5 commenti

  1. Articolo lucido, documentato, implacabile nel ragionare seriamente su di un problema che tutto è fuorchè emergenziale. Dubito tuttavia che l’atteggiamento di chi sta intervenendo cambierà. I parametri di decisione in questi casi sono altri, purtroppo.

  2. Pensate che le norme attualmente esistenti non siano sufficenti? Quali sono le iniziative che ritenete debbano essere inraprese per migliorare la situazione instauratasi a Prato?

  3. Un grazie a Fabio Capacci e Franco Carnevale che hanno presentato sinteticamente una situazione lavorativa a rischio che appare ormai consolidata e che gli ultimi eventi hanno posto all’attenzione pubblica. Un’altro rogo giusto ieri, fortunosamente stavolta senza morti! E’ una situazione che necessita di essere affrontata con una strategia a 360°: “la salute in tutte le politiche”, largamente annunciata nell’ultimo decennio.
    Elisabetta Chellini

  4. I controlli da soli non servono è vero, ma devono anche essere mirati.
    Al sabato e alla domenica nei capannoni cinesi che si trovano dietro l’Ikea di sesto fiorentino si vedono i parcheggi completamente pieni di macchinoni costosi ***tutti con i bauli sul tetto***, è gente che va ad acquistare in nero e probabilmente rivende le cose che vengono prodotte in quei capannoni dove non esiste legalità, dove in estate si vedono i bambini nel prato davanti, dove a qualunque ora del giorno e della notte ci sono persone che lavorano. DOVE NON SI VEDE MAI UN’AUTO DELLA POLIZIA A VIGILARE E CONTROLLARE.

  5. I problemi legati all’illegalità e alla sicurezza che hanno portato, alla fine di un lungo percorso, al dramma dei 7 lavoratori deceduti nel rogo di Prato, possono essere risolti se si rivolge l’attenzione, non verso una particolare etnia, ma verso le circostanze che hanno permesso lo sviluppo di microimprese in condizioni anarchiche ed incontrollabili.

    Merito e contemporaneamente colpa delle imprese cinesi è quello di avere riproposto, rivisitandolo, un formidabile modello produttivo, tipicamente italiano, ed in particolare pratese, fondato sull’aggregazione di microimprese in distretti industriali specializzati. E’ certo che la condizione precaria e vulnerabile della manodopera migrante e la mancanza di radicamento sul territorio, ha reso le aziende cinesi più spregiudicate rispetto alle analoghe italiane.

    Nel distretto di Prato, come in quello di Firenze, l’aggregazione di piccole e piccolissime aziende che eseguono lavorazioni analoghe all’interno di spazi comuni ha portato alla costituzione di potenti poli produttivi nei settori tessile e pellettiero, dotati della massima flessibilità, con costi drasticamente contenuti, in un sistema all’interno del quale si sviluppa il progetto migratorio e produttivo che ne costituisce anche il motore.

    Il contenimento dei costi, giustamente definito drastico, è ottenuto con mezzi leciti ed illeciti: fra quelli leciti vi è lo sfruttamento di ambienti di lavoro comuni, il ricorso alla collaborazione familiare, l’acquisto di grandi stock di materie prime a basso costo, il passaggio per aggregazione dalle dimensioni dell’impresa familiare a quelle della media impresa, la reciproca promozione, il richiamo di clienti e lo stimolo di mercato ottenuti proprio grazie alla concentrazione nella stessa area produttiva. Sono aspetti di grande interesse per chi si occupa d’impresa ma che richiedono di essere gestiti con iniziative sociali e normative per evitarne la deriva verso condizioni deteriori di sfruttamento del lavoro, evasione fiscale e contributiva, mancata gestione di rischi, con effetti negativi sia in termini di salute dei lavoratori che di leale concorrenza fra aziende e impatto sociale. La promiscuità delle aziende, ad esempio, costituisce un ostacolo rispetto ad ogni attività di controllo sul sistema: la difficoltà di eseguire verifiche sul lavoro dipendente facilita il lavoro nero; i grandi capannoni sotto il cui tetto si aggregano le microimprese sono abbandonati a se stessi perché nessuno ha la responsabilità di coordinarne la manutenzione e la sicurezza; l’estrema flessibilità della produzione richiede la presenza di personale con orario quasi continuato, anche notturno, e ritmi di lavoro molto pesanti, i cui effetti negativi possono essere attenuati proprio dalla vicinanza fra lavoro ed attività familiari (preparare i pranzi, lavare, accudire i figli, ecc.), anche se ciò porta, se svolto in ambienti non idonei, a condizioni di rischio e di degrado igienico spesso intollerabili; la gestione interna alla comunità di gran parte degli atti di vita e di lavoro (i figli, l’alimentazione, la fornitura di materiali, i rapporti commerciali, ecc.) ostacola l’integrazione con il paese ospitante; le barriere linguistiche e quelle culturali rimangono elevate.

    Questa premessa è necessaria per sostenere che la cosa da fare per convivere con un sistema di produzione di grande interesse ed impatto nell’economia di un territorio, sarebbe quella di individuare, regole e figure adeguate a gestire in sicurezza un modello d’impresa apparentemente nuovo, evitando che si sviluppi in maniera anarchica e poco controllabile.

    Fra le iniziative orientate al regolarizzare il modello di aggregazione delle microimprese, si ritiene che non sia procrastinabile quella di imporre la figura del responsabile dell’insediamento, soggetto che deve rispondere di tutto quanto attiene all’organizzazione degli spazi comuni ed alla gestione del piano d’emergenza di ogni capannone o luogo di lavoro: ciò garantirebbe dall’uso improprio di bombole di gas per cucinare, dalla costituzione di spazi cucina igienicamente non adeguati, dall’inefficienza dei mezzi di estinzione collettivi, dall’accumulo di materiali superiore ai limiti consentiti dalle norme per la prevenzione incendi, dalla conservazione delle caratteristiche originali di sicurezza degli impianti, da impropria destinazione d’uso degli spazi, ecc.

    Altra iniziativa necessaria è quella di chiamare in causa la responsabilità dei proprietari dei fondi, regolando la clausola di subaffitto dei contratti, in modo che il proprietario sia responsabile di mancato controllo per eventuali subaffitti di un ambiente di lavoro in condizioni incompatibili con le caratteristiche dello stesso.

    Sul medio e lungo periodo, diventa indispensabile porsi obbiettivi di tipo urbanistico e di gestione del territorio orientati a rendere gestibile la promiscuità fra lavoro e vita quotidiana, prevedendo la vicinanza fra edifici residenziali e laboratori, ma anche facilitando la presenza di servizi nei quartieri industriali e punti d’integrazione fra la comunità cinese e quella italiana. E’ da superare l’assioma, tipico dello scorso secolo, secondo il quale residenza e lavoro devono necessariamente essere mondi lontani e separati, mentre diviene importante consentire la presenza di edifici residenziali nei pressi dei luoghi di lavoro; la semplicistica soluzione, di cui si è sentito parlare, di porre container presso i capannoni nei quali permettere il sonno sicuro degli operai cinesi, sembra non tenere conto che i laboratori cinesi non sono cantieri temporanei e mobili, anche se le politiche di vigilanza verso cui ci stiamo avviando rischiano di trasformarli proprio in questo. Il modello cinese non prevede semplici dormitori ma commistione fra attività di vita e di lavoro. E’ ciò che avveniva ed avviene in molte imprese familiari, con clamore minore quando l’etnia è italiana e sono ben inserite nel contesto urbanistico e sociale. Proporre dormitori significa avallare gli aspetti deteriori di questo modello produttivo, ufficializzando lo sfruttamento di soggetti, spesso clandestini, che non possono trovare una soluzione abitativa adeguata, come avrebbe diritto di fare qualsiasi altro cittadino.

    Non vogliamo con questo negare l’utilità anche di un efficace sistema di vigilanza, purché inserita in un più ampio contesto di interventi quali quelli sopra richiamati, e non soggetta ad equivoci di tipo etnico. Se si renderà più governabile il modello di aggregazione di microimprese (in particolare con l’individuazione di figure di responsabili adeguate) anche la vigilanza diventerà più efficace, ponendosi obbiettivi chiari e visibili, quali la gestione della promiscuità fra lavoro e vita quotidiana, la sicurezza rispetto al rischio incendio, il controllo sul lavoro nero e sull’evasione fiscale.

    Fabio Capacci e Franco Carnevale

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