White-washing e società scientifiche

simetGuido Calleri, Zeno Bisoffi, Francesco Castelli

La Società Italiana di Medicina Tropicale (SIMET) ha recentemente organizzato il proprio congresso con il parziale finanziamento di sponsor farmaceutici. Di qui le critiche sollevate in un post di Adriano Cattaneo. In questo post la risposta alle critiche.Il nostro obiettivo era di parlare della medicina della povertà in maniera equilibrata al più vasto uditorio possibile, e il compromesso che abbiamo scelto ci pare aver premiato i nostri progetti”.


La SIMET, Società Italiana di Medicina Tropicale, si occupa di medicina tropicale, di salute internazionale, di medicina delle migrazioni, di cooperazione sanitaria e di medicina preventiva. Per compito istituzionale organizza occasioni di formazione in questo specifico ambito e in particolare ogni tre anni un congresso nazionale, ormai giunto alla settima edizione. L’ultima di queste si è svolta a Torino nel novembre scorso e a questo evento fa riferimento l’articolo di Adriano Cattaneo “Bianco che più bianco non si può”, pubblicato recentemente su questo sito[1].

Abbiamo letto con molto interesse questa pagina e la riteniamo utile e stimolante per chiunque si occupi di sanità a qualunque livello e con qualunque funzione. Tuttavia il riferimento alla SIMET, fra l’altro accostata ad un’altra iniziativa di carattere, questa sì, assai discutibile, ci è risultato per alcuni versi ingeneroso nei confronti di SIMET e riteniamo quindi che possano essere utili alcune precisazioni:

  1. La SIMET aderisce alla Federazione delle Società Europee di Medicina Tropicale (FESTMIH) e in quella sede si è fatta promotrice di un codice di condotta per l’organizzazione di eventi formativi e congressuali[2]. Si tratta di un caso raro (anche se non unico) tra le società scientifiche italiane. Naturalmente non è perfetto ma è comunque uno strumento, e l’evento di Torino ha aderito nei minimi dettagli a questo codice (che è consultabile sul sito www.festmih.eu).
  2. Il Congresso in questione si è avvalso di diverse fonti di finanziamento, tra cui alcuni sponsors commerciali. Questi sponsors (9 in totale) hanno contribuito nel complesso a meno del 50% delle entrate, e ciascuno per meno del 9% del totale; questa scelta è stata fatta come garanzia di indipendenza. Le rimanenti entrate sono derivate dall’ASL Torino 2 che ha ospitato e organizzato l’evento, da una fondazione ONLUS per la ricerca scientifica, e dalle iscrizioni. Il costo totale dell’evento, a cui ricordiamo hanno partecipato quasi 600 persone (di cui la grande maggioranza giovani), con 60 relatori, è stato di circa 55.000€. I dettagli del bilancio sono stati comunicati durante il congresso e sono pubblicati sul sito www.simet2013torino.org[3]. Il contenimento dei costi è stato possibile mediante un a rigorosa selezione dei fornitori, un risparmio sulle spese non indispensabili, e la richiesta ai relatori di farsi carico del viaggio a Torino. In questo modo è stato possibile ridurre al minimo (30€, 45€ e 90€ per le varie categorie) i costi di iscrizione, evitando che il singolo partecipante dovesse ricorrere a uno sponsor, come molto spesso succede. Era naturalmente possibile organizzare l’evento escludendo del tutto gli sponsors commerciali. In tal caso il costo sarebbe ricaduto sugli iscritti e sui relatori, con inevitabili conseguenze sulla qualità del programma e sul numero di partecipanti con cui condividere i messaggi.
  3. Lasciamo ai lettori la valutazione dei relatori e dei loro messaggi (lo sviluppo economico e i cambiamenti climatici, la cooperazione internazionale, l’accesso alla salute, le malattie neglette, la salute dei migranti, ecc.), anche solo mediante lettura del programma o degli estratti del congresso[4]. Il sito riporta anche la valutazione dell’evento da parte dei congressisti: di qui risulta che l’intervento degli sponsors non è stato percepito come influente sui contenuti.
  4. Nessuno degli sponsors commerciali ha richiesto alcuna contropartita, richiesta che comunque non sarebbe stata accolta. Rimane l’effetto pubblicità, o image transfer, o whitewhashing, come è stato ampiamente e dettagliatamente descritto. Siamo ben consci di questo rischio, benché a nostro avviso vada un po’ relativizzato al contesto e alla visibilità di una società come la SIMET. Tuttavia accettiamo questo rischio, così come accettiamo l’esistenza della pubblicità quando apriamo le pagine dei giornali, quando guardiamo la televisione, o quando camminiamo per la strada. Con questo non vogliamo banalizzare la questione, e anche al nostro interno c’è dibattito sul tema. Rispettiamo profondamente le opzioni più radicali come il rifiuto totale degli sponsor farmaceutici e ne comprendiamo le ragioni, così come chiediamo che venga rispettata la nostra posizione, altrettanto meditata nel valutare i pro e i contro, con la costante disponibilità a discutere e anche a rivedere delle scelte.
  5. Il tema del ruolo delle case farmaceutiche e delle loro politiche spesso inaccettabili quando non chiaramente truffaldine, come periodicamente emerge anche da fatti di cronaca, è sicuramente molto complesso, e la nostra attenzione su queste tematiche è comunque molto alta proprio perché rivolgiamo la nostra attenzione ai paesi poveri. Certo non si può fare di ogni erba un fascio, ma anche dopo approfondita analisi non siamo riusciti a trovare criteri oggettivi per discriminare sponsors buoni e sponsors cattivi. Tutti fanno parte dello stesso mondo e delle stesse logiche: tra le multinazionali del farmaco non abbiamo identificato una soglia di “bontà” che ci permettesse di discriminare, né un eventuale tempo di scadenza della pena.

Abbiamo altresì letto con un poco di triste sorpresa la frase “Vogliamo sperare che la SIMET sia solo smemorata?”, che potrebbe adombrare una accusa di collusione della nostra Società con aziende farmaceutiche, accusa che naturalmente respingiamo con forza. Speriamo e crediamo, conoscendo bene la serietà dell’OISG e dell’Autore dell’articolo, che si tratti solo di una frase infelice come può certamente capitare a tutti

Riteniamo in conclusione che sia l’etica personale del fruitore, oltre alla trasparenza e in particolare all’adesione verificabile a un preciso codice di condotta da parte di chi organizza, ciò che permette di considerare etico un evento, e non tanto le intenzioni e speranze di chi contribuisce in piccola parte alle spese: il nostro obiettivo era di parlare della medicina della povertà in maniera equilibrata al più vasto uditorio possibile, e il compromesso che abbiamo scelto ci pare aver premiato i nostri progetti.

Guido Calleri, Presidente VII Congresso SIMET, Torino 28-30 novembre 2013

Zeno Bisoffi, Presidente uscente, SIMET

Francesco Castelli, Presidente, SIMET

Bibliografia

  1. Adriano Cattaneo. Bianco che più bianco non si può. Saluteinternazione.info, 16.12.2013
  2. FESTMIH policy and guidelines on working with funders, including pharmaceuticals
  3. 7° Congresso Nazionale  della Società  Italiana di Medicina Tropicale: i numeri
  4. Società  Italiana di Medicina Tropicale: 7° Congresso Nazionale

Un commento

  1. Forse non è del tutto elegante che io, essendo parte in causa, scriva un commento su questo post. Intanto ringrazio gli autori, ai quali ribadisco il mio rispetto (e la mia amicizia), per aver apportato notizie e spiegazioni che, oltre ad essere interessanti, chiariscono dei punti che nel mio post (Bianco che più bianco non si può) potevano prestarsi a equivoci o a cattive interpretazioni. Ma aggiungo anche che queste notizie e spiegazioni non cambiano la sostanza di ciò che volevo trasmettere. E cioè che le ditte (Big Pharma, ma anche Big Food, Big Drink, Big Tobacco, Big Formula etc)usano, tra gli altri, degli strumenti di marketing che richiedono la partecipazione di operatori sanitari (da soli o associati). Questi possono partecipare in maniera consenziente (o addirittura connivente), ma più spesso lo fanno in maniera inconsapevole (sono ovviamente consapevoli della partecipazione, ma non si accorgono che si tratta di marketing). Tra quelli che lo fanno in maniera consenziente vi sono i “cattivi”, quelli che usano le sponsorizzazioni a vantaggio proprio, e i “buoni”, quelli che lo fanno a vantaggio altrui (e spesso per opere “buone”). Questo ultimo sembra essere il caso della Simet (di cui non sono membro e di cui conosco solo ciò che mi riferiscono alcuni amici – e questo post – e che per questo avevo classificato tra i “buoni” nel mio post). Scopo del quale era solo diffondere l’idea che si può essere strumenti di marketing, aumentare cioè il tasso di consapevolezza. Sarà poi responsabilità di ogni operatore sanitario consapevole, singolo o associato che sia, decidere se acconsentire o meno a svolgere questo ruolo. Il mio personale parere è che stiamo acconsentendo troppo, a danno della salute e della nostra immagine. A mio parere è ora di dire no, grazie (http://www.nograzie.eu/).

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