La violenza sulle donne. Il caso indiano. Prima parte

violenza sulle donne
Photo @nilanjanaroy.com

Maurizio Murru

La violenza sulle donne e gli stupri non sono una “epidemia indiana”. Sono una pandemia. Affliggono tutti i paesi del mondo. Qui ci si concentra sull’India perché, alcune peculiarità culturali, sociali e demografiche sembrano giustificare questa attenzione. E anche perché, ultimamente, alcuni brutali e ripugnanti episodi hanno attirato l’attenzione su di essa dei media di tutto il mondo.


Una macabra e infinita litania

La sera del 16 dicembre 2012, Jyoty Singh, una studentessa di 23 anni, viaggiava col fidanzato su di un autobus di Delhi. Sei uomini si sono avvicinati alla coppia e hanno iniziato a molestare la ragazza. Il fidanzato ha tentato di difenderla. È stato percosso con una sbarra di ferro finché non ha perso i sensi. Jyoty è stata portata nei sedili posteriori dell’autobus. Per più di un’ora, è stata percossa, ripetutamente violentata, torturata, penetrata con la sbarra di ferro servita a picchiare il suo fidanzato. Nessuno ha tentato di fermare i carnefici. Infine, la coppia è stata scaraventata fuori dall’autobus in corsa. Jyoty è morta due settimane dopo in un ospedale di Singapore per “gravi lesioni intestinali”. Nel settembre 2013 quattro dei sei carnefici di Jyoty sono stati condannati a morte; uno, minorenne, è in riformatorio e uno si è suicidato. I quattro sono ricorsi in appello ma la condanna è stata confermata[1].

Sorprendentemente, questo crimine brutale ha provocato un’ondata di sdegno, di manifestazioni, di richieste al governo di misure rapide e concrete per porre fine alla catena infinita di crimini violenti contro le donne. La sorpresa è causata non dallo sdegno e dall’orrore ma dal fatto che casi di donne rapite, stuprate, torturate, umiliate, uccise, sono riportati dai quotidiani indiani quasi tutti i giorni. E i casi riportati sono una piccola frazione di quelli avvenuti. Lo sdegno suscitato dal massacro di Jyoty si è riacceso il 29 maggio scorso quando due ragazzine sono state violentate, torturate e impiccate nel villaggio di Katra Shahadatganj, nel Distretto di Budaun, nello stato dell’Uttar Pradesh. Lo “sdegno” non è bastato a fermare la catena di stupri e uccisioni. Questo caso è già, stato seguito da altri ugualmente brutali. In due di questi, ancora nell’Uttar Pradesh, una ragazza è stata violentata e impiccata il 3 giugno[2] e una donna ha subito la stessa sorte l’11 giugno[3]. Non è utile continuare con questa macabra litania. Basti sapere che essa continua. A volte guadagna spazio sui media, a volte, più spesso, no.

Il Rapporto Verma: un tenue raggio di luce in un buio che opprime

Pochi giorni dopo il caso di Jyoty, il governo ha incaricato un Comitato ad hoc di rivedere le leggi sui crimini contro le donne e di inviare raccomandazioni al Parlamento. Il Comitato era presieduto da J.S. Verma, un rispettato Giudice in pensione. Nel breve volgere di un mese ha consegnato al Primo Ministro un corposo, erudito e interessante Rapporto (644 pagine) con le raccomandazioni richieste e con considerazioni di carattere generale su vari aspetti: dallo stupro alle visite medico-legali, al traffico di donne e bambini, dagli abusi sui minori alla “giustizia tradizionale” –che spesso non ha niente di “giusto”-, ai delitti d’onore –anch’essi ben poco “onorevoli”- e altro ancora[4].
Due mesi dopo, nel marzo 2013, il Parlamento ha approvato una serie di leggi che incorporavano molte delle raccomandazioni del “Rapporto Verma”. Sono stati introdotti i reati di stalking, attacchi con acido, voyerismo, “disrobing” (la pratica, molto comune, di spogliare una donna e trascinarla nuda per le strade, per umiliare ed intimidire le donne stesse e le loro famiglie: per esempio, per scoraggiare la denuncia di uno stupro); è stato introdotto l’obbligo per gli operatori sanitari di prestare cure immediate e gratuite alle vittime di violenza carnale e di attacchi con acidi; sono state allungate le pene detentive per lo stupro e, in caso di recidiva o di stupri seguiti dal coma della vittima, è stata introdotta la pena di morte (comminata, come visto sopra, a due dei carnefici di Jyoty). Significativamente, alcune raccomandazioni non sono state accolte. Ad esempio, la violenza carnale all’interno del matrimonio continua a non esser perseguita, i militari non possono essere perseguiti per “crimini sessuali” se operino in “aree disturbate” (per esempio, quelle in cui è attiva la guerriglia naxalita), i politici accusati di “crimini sessuali” possono candidarsi e ricoprire (o mantenere) cariche pubbliche.

L’odioso sistema delle caste

Il Rapporto Verma cita il seguente passo di una sentenza del 2006: “Il sistema delle caste è una maledizione che pesa sulla nazione. Prima sarà distrutto e meglio sarà. […] divide il paese quando questo dovrebbe essere unito… [5]”. Questo “sistema”, non è solo un fattore di divisione ma, anche, un odioso mezzo di oppressione. Nonostante varie leggi tendano a scardinarlo, esso permea tuttora la società Indiana.
Il termine Sanscrito “dharma” è tradotto in modi diversi.
Fondamentalmente, esprime il concetto che ognuno ha una serie di doveri da compiere e che questi, per lo più, sono legati alla casta (“varna”) cui ognuno appartiene per nascita. Al vertice del sistema sta la casta dei sacerdoti, i Brahmini che hanno il controllo degli aspetti spirituali e religiosi della società. Poi vengono i Kshastriya, i guerrieri, il cui “dharma” è quello del comando militare e del governo. Dopo di loro vengono i Vaishya, i commercianti. Infine, la casta dei Sudra, contadini, servi, soldati semplici. Al di fuori di questa gerarchia stavano (e stanno) i “fuori casta”, gli “intoccabili”, nemmeno degni di appartenere ad una casta vera e propria. Vengono indicati con il termine generico di “Dalit” (che significa “oppresso” o “frantumato”). Il sistema è più complesso di quanto possa apparire da questa descrizione. Ogni “varna” è suddivisa in centinaia di “jatis” o “sotto-caste”. Anche i Dalit sono suddivisi in centinaia di “jatis”. Per rendere il sistema ancora più complesso, succede che, nell’India moderna, molti jatis si fondano formandone di nuovi e più grandi[6].

Anche se, in India, non esiste una discriminazione de jure, i Dalit (circa 200 milioni) subiscono vessazioni e discriminazioni di ogni sorta, dall’accesso ai servizi sociali (tutti) a quello al lavoro, alla protezione da parte delle forze dell’ordine. Queste ultime, al contrario, sono il principale colpevole di abusi, incluso lo stupro, molto frequente e quasi sempre impunito, di donne Dalit[7].
La maggior parte delle donne Dalit fa fronte, de facto, a tre tipi di discriminazione e oppressione che si intrecciano e si sommano in modo perverso: sono Dalit, sono povere e sono donne. Troppo spesso, quando subiscono violenza, sono vittime prima dei loro carnefici poi di un sistema legale che non le rispetta, non le protegge e non rende loro giustizia. Le due ragazze violentate ed impiccate a Katra Shahadatganj erano Dalit. Per questa ragione la polizia non ha agito subito dopo che il padre delle ragazze ne ha denunciato la scomparsa. Per sovrappiù, pare che il poliziotto che ha ricevuto la denuncia lo abbia schiaffeggiato dicendogli di andarsene e di lasciarlo dormire. Questo non sarebbe mai successo se il denunciante fosse stato di una casta più “elevata”. È vero che molti Dalit sono divenuti uomini d’affari e politici di primo piano. Il più importante, senza dubbio, Bhimrao Ambedkar, il primo Dalit ad avere studiato all’estero e il principale autore della Costituzione Indiana del 1950. Questi casi costituiscono una minoranza e questa mobilità sociale, sia pure limitata, ha provocato maggiore animosità in molti appartenenti alle caste “superiori”.

Giustizia tradizionale: “Andate, godetevi la ragazza e divertitevi…”

Questa è stata l’esortazione dell’anziano a capo di una “corte tradizionale” (“khap panchayat”) in un villaggio nello stato del West Bengal, nel nord dell’India. La ragazza in questione, 20 anni, era stata riconosciuta “colpevole” di avere una relazione con un giovane di un altro villaggio e di un’altra “comunità”. Almeno 13 uomini hanno eseguito alla lettera gli ordini del “giudice”. La ragazza è finita in ospedale sotto shock e con gravi lesioni. I fatti risalgono al gennaio 2014[8]. Lo “sdegno”, anche in questo caso, ha superato i confini dell’India[9]. Ma non è durato sufficientemente a lungo perché sopraffatto e sostituito da quello per altri, e numerosi, casi simili. Poi, come sempre, è intervenuto l’oblio. Come scrive la scrittrice ed attivista Indiana Nilenjana Roy, “ … è difficile anche per i più informati stare al passo con l’infinita serie di violenze sulle donne in India e tenere viva l’empatia. … chi può seguire e ricordare tutti i casi descritti in un paragrafo o in tre righe?”[10].

Maurizio Murru, Medico di sanità pubblica. In viaggio in Asia.

 

La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata mercoledì 2 luglio 2014.

 

Bibliografia

  1. India: New Delhi bus gang-rape quartet loose appeal against death penalty. Euronews, 13.03.2014
  2. Another girl found hanging in Uttar Pradesh, rape attempt on judge. DNA India, 04.06.2014
  3. Another Indian woman found hanging from a tree in Uttar Pradesh, BBC News, 12.06.2014
  4. Verma JS, Seth L, Subramanium G. Report of the Committee on Amendments of Criminal Law. 23.01.2013
  5. Verma JS et al, opera citata, pag. 229
  6. Luce E. In spite of the Gods, the strange rise of modern India. London: Abacus, 2012
  7. India hidden apartheid, caste discrimination against India’s Uintouhables”, shadow report to the UN Committee on the Elimination of Racial Discrimination. Human Rights Watch, 2007.
  8. India: woman gang-raped on orders of “kangaroo court”. BBC News, 23.o1.2014
  9. West Bengal gang-rape ordered by “kangaroo court” branded as “horror of life in rural India” by world media, DNA India, 24.01.2014
  10. Nilenjana Roy. For Anonymous.  Nilenjana Roy, 29.12.2012

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