Diritti civili e HIV: il caso dell’Uganda

hiv_tagliaferriEnrico Tagliaferri

Nel maggio scorso, il parlamento ha approvato una legge sulla prevenzione e il controllo dell’HIV che prevede l’obbligatorietà del test per tutte le donne gravide e i loro partner, la criminalizzazione della trasmissione dell’infezione e la possibilità per i sanitari di rivelare lo status del paziente senza il suo consenso. Leggi discriminatorie e liberticide non soltanto violano i diritti umani universali, ma allontanano le persone dai servizi sanitari e sociali con conseguenti danni per tutta la collettività.


Una volta l’Uganda veniva portata ad esempio in materia di prevenzione dell’HIV. L’Uganda, in accordo con le indicazioni delle autorità sanitarie e dei donatori, ha abbracciato la strategia ABC (Abstinence, Be faithful, Condoms), traducibile in sesso responsabile e protetto. Il presidente Museveni, ha appoggiato la campagna e dedicato all’infezione molti dei suoi interventi pubblici. L’Uganda quindi ha ricevuto il supporto dei maggiori programmi di cooperazione sanitaria mirati all’HIV, che hanno anche portato ad una rapida diffusione dei test e della terapia. Tutto questo ha portato ad una riduzione della prevalenza dell’infezione da circa il 30% negli anni ’80 al 6,4% nel 2006[1]. Numeri a parte, nel paese si sono formate numerose associazioni di malati, si è molto parlato dell’argomento sui media, si è creata un’atmosfera di apertura, di libero dibattito.

Ma il vento è cambiato. Nel maggio scorso, il parlamento ha approvato una legge sulla prevenzione e il controllo dell’HIV che prevede l’obbligatorietà del test per tutte le donne gravide e i loro partner, la criminalizzazione della trasmissione dell’infezione e la possibilità per i sanitari di rivelare lo status del paziente senza il suo consenso. La legge è stata approvata nonostante l’opposizione delle maggiori autorità sanitarie internazionali e locali, come l’Uganda AIDS Commission e l’AIDS Control Programme del Ministero della Sanità e delle organizzazioni a difesa dei diritti civili come Amnesty International e Human Rights Watch. Questa legge avrà verosimilmente l’effetto di scoraggiare molte persone dal fare il test e molti malati dal presentarsi ai servizi per essere assistiti.

Persino peggiore è la legge firmata dal presidente nel febbraio scorso, che criminalizza pesantemente l’omosessualità, anche tra adulti consenzienti, con pene fino all’ergastolo. Sono punite anche le attività che promuovono l’omosessualità, tra cui potrebbero rientrare le iniziative di organizzazioni non governative impegnate nella prevenzione dell’HIV, che rischiano la revoca dell’autorizzazione ad operare nel paese e una pena di 7 anni per il direttore. In aprile, la polizia ha perquisito gli uffici del Makerere University Walter Reed Project, accusato di educare i giovani ugandesi all’omosessualità, perché alcune attività di diagnosi e cura dell’HIV erano dedicate agli omosessuali. Alcune organizzazioni hanno sospeso le loro attività, altre le hanno ridotte. La legge è il coronamento di una lunga campagna durante la quale personaggi politici di primo piano e mass media hanno soffiato sul fuoco del pregiudizio. Basti pensare che nel 2011 la rivista scandalistica Rolling Stone ha pubblicato una lista di omosessuali veri o presunti invitando la popolazione ad eliminare questa minaccia per la società e David Kato, un noto attivista per i diritti degli omosessuali presente nella lista, è stato linciato a morte. Il giorno successivo all’approvazione della nuova legge, in febbraio, il Red Pepper, un’altra rivista, ha pubblicato una nuova lista. Da quando la legge è stata approvata 17 persone sono state arrestate, ma innumerevoli sono gli episodi di maltrattamento e taglieggiamento da parte della polizia, tanto che molti hanno deciso di lasciare il paese[2].

Secondo un sondaggio, il 96% della popolazione ugandese ritiene che l’omosessualità non sia accettabile[1]. A parte i dubbi sulle modalità con cui vengono condotti certi sondaggi, assumendo che la società ugandese sia in massima parte conservatrice, questo spiega probabilmente le posizioni del presidente e molti politici che sperano così di guadagnare consensi. Assecondare i peggiori umori dell’opinione pubblica sulla base di sondaggi, piuttosto che discutere apertamente e razionalmente dei problemi, è del resto un’abitudine di politici anche di altri paesi, come il nostro.

Gli USA e l’Unione Europea hanno protestato contro la legge omofoba, ma Museveni è un loro tradizionale alleato e garante di stabilità in un paese strategicamente importante: l’Uganda è storicamente avversa ai poteri confessionali islamici come il governo di Karthoum e gli Al-Shabab della Somalia. L’Uganda contribuisce alle più importanti missioni di peace keeping in Africa. E non ci dimentichiamo che l’Uganda è da pochi anni entrata nel novero dei produttori di petrolio. Del resto l’approvazione di questi provvedimenti non è che l’ultimo atto di un presidente che detiene il potere ininterrottamente dal 1986 e che ha progressivamente ristretto e minacciato le libertà civili, prime fra tutte quella di espressione e di manifestazione. A onor del vero gli USA hanno messo in atto alcune misure di pressione: persone coinvolte in violazioni dei diritti umani non potranno entrare negli USA, sono stati tagliati alcuni programmi di cooperazione e cancellate esercitazioni militari congiunte[3]. Molti altri paesi hanno iniziato a tagliare gli aiuti o hanno minacciato di farlo: Norvegia, Svezia, Danimarca e Olanda. I paesi donatori possono essere convincenti visto che, ad esempio, gli USA da soli forniscono ogni anno circa 400 milioni di dollari di aiuti all’Uganda[4].

L’Uganda comunque non è un caso isolato.
Sono ben 76 i paesi del mondo che hanno in vigore leggi che perseguono gli individui sula base del loro orientamento sessuale, leggi che sono spesso retaggio dell’era coloniale, e molti di questi paesi si trovano in Africa
[5]. I termini adottati dalle leggi sono spesso ambigui, come “crimini contro l’ordine naturale” o “contro la morale”, ma le pene sono spesso severe, fino alla prigione a vita e persino la pena di morte.

Figura 1. Paesi che hanno in vigore leggi contro l’orientamento sessuale.

 

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Non mancano ovviamente le voci che dall’Africa si levano contro la discriminazione degli omosessuali, come quella di Desmond Tutu, Dambisa Moyo, Chimamanda Ngozi Adichie, esponenti di spicco della chiesa e della cultura, spesso più saggi e più liberi di politicanti a caccia di voti.

Leggi discriminatorie e liberticide non soltanto violano i diritti umani universali, ma allontanano le persone dai servizi sanitari e sociali con conseguenti danni per tutta la collettività.

Enrico Tagliaferri, infettivologo, Azienda Ospedaliera-Universitaria  Pisana.
Bibliografia

  1. Urki T. The changing tide in Uganda’s HIV control. The Lancet Infection. Vol 14 July 2014.
  2. Human Rights Watch. 15 May 2014.
  3. BBC. US imposes sanctions on Uganda for anti-gay law. 19 June 2014.
  4. BBC. Ugandan ‘homosexuals’ named in Red Pepper paper. 25 February 2014.
  5. “State-sponsored homophobia: a world survey of laws criminalising same-sex sexual acts between consenting adults”, International Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender and Intersex Association (ILGA), Brussels, May 2011, p. 9.

Un commento

  1. Grazie Enrico per questo prezioso contributo.
    Mi auguro che le ONG sanitarie presenti in Uganda, primo il CUAMM, prendano una posizione forte e congiunta in merito alla legge che rende obbligatorio il test per le donne in gravidanza e per il loro partner (con possibilita’ di divulgazione dei risultati senza il consenso degli interessati!!!). Inaudito!
    Fine dei programmi per una maternita’ sicura…

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