L’educazione sotto attacco

educazioneSottoAttaccoValeria Confalonieri

“Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le risorse mancano, o i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere.”

Italo Calvino

 


 

Non se ne parla molto. È un tema spesso dimenticato, fra i dimenticati. Eppure l’istruzione dei bambini, la possibilità di andare a scuola, di imparare a leggere e a scrivere, di formarsi una capacità di ragionamento e una cultura, di avere gli stimoli giusti per un corretto e adeguato sviluppo intellettuale, oltre che fisico, non raggiungono spesso le prime pagine. A meno che non vi siano collegati fatti gravi, di cronaca, come il ferimento quasi mortale di Malala Yousafzai nell’ottobre del 2012, colpevole di voler studiare e far studiare le ragazze. Eppure i bambini di oggi sono il futuro di domani, le loro capacità e potenzialità, sviluppate anche grazie all’istruzione, potranno permettere loro di costruirsi una vita e di costruire un Paese, una economia, un futuro.

 

L’istruzione come bersaglio

Save the Children – con il rapporto pubblicato nel 2013, Attacks on Education. The impact of conflict and grave violations on children’s futures – pone l’accento proprio sull’effetto devastante che i conflitti e le guerre hanno sull’istruzione dei bambini, negando un diritto a milioni di studenti con conseguenze sia a breve sia a lungo termine. Parlando di guerre, conflitti e distruzione, in effetti i temi comuni sono rappresentati da morti, feriti, strutture distrutte, e l’aiuto umanitario si concentra su interventi immediati sulla salute, sulla cura dei feriti, il ricovero per i sopravvissuti, il tentativo di ricostruzione di condizioni di vita accettabili, l’accento su fasce di popolazione vulnerabili, quali i più piccoli appunto. Ma il tema dell’istruzione e dei danni e ostacoli alla possibilità di continuare ad andare a scuola non trova spesso uno spazio a sé stante, venendo invece inserito in un discorso generale di ricostruzione della società. Il rapporto di Save the Children, invece, pone l’accento su come l’istruzione subisca attacchi non solo indiretti, quale una delle numerose gravi conseguenze di un conflitto, ma si configuri proprio come un aspetto della società preso deliberatamente di mira, la cui distruzione diventa una sorta di strumento, una strategia di guerra.

Ma in che modo una situazione di conflitto interferisce con la possibilità di studiare durante l’infanzia? Vi sono più possibilità. Se da un lato un governo o uno stato fragile non garantisce il funzionamento del sistema scolastico, soprattutto nelle zone più povere o isolate, e durante un conflitto il numero di insegnanti si riduce, vi sono in aggiunta cause dirette che ostacolano il proseguimento della possibilità di istruirsi, che il Rapporto vuole sottolineare, da minacce e uso della forza nei confronti di studenti, insegnanti e personale e delle strutture stesse.

Diritto all’istruzione negato

Il Rapporto di Save the Children si concentra inizialmente sulla situazione generale. Secondo l’Education for All Global Monitoring Report (UNESCO), dal 2008 al 2011 la situazione non solo non è migliorata ma è peggiorata. Nel 2011 erano 28 milioni e mezzo i bambini della scuola primaria esclusi dalla possibilità di studiare in Paesi con conflitti in corso (mezzo milione in più rispetto al 2008). In pratica nel 2011 in queste aree di conflitto era negato il diritto all’istruzione primaria a un bambino su due (al 42 % nel 2008). Spostando lo sguardo sulla scuola secondaria, sono 20 milioni i mancati studenti in zone con conflitti (sui 69 milioni complessivi).

Gli elementi che impediscono l’accesso allo studio sono diversi e numerosi, dall’impossibilità di avere locali utilizzabili, alla mancanza di insegnanti. Non solo, anche la qualità ne risente, laddove sia possibile proseguire il percorso educativo, per una frequenza discontinua, condizioni di apprendimento scadenti o non sicure, mancanza di materiali. E tutto questo può portare a una perdita definitiva dell’alunno. Inoltre, studenti, insegnanti e strutture scolastiche vengono presi direttamente di mira, e questo comporta il timore da parte delle famiglie nel mandare a scuola i figli. Sulla base del rapporto del 2013 del UN Secretary-General su 22 paesi, Save the Children ha contato: oltre 3.600 episodi considerabili attacchi all’istruzione in 17 Paesi; 75 bambini e 212 insegnanti e personale uccisi o feriti, 90 casi di uso militare e occupazione delle scuole in 11 Paesi. Numeri che rappresentano verosimilmente una sottostima di della situazione.

Il Rapporto si interroga anche sul perché la scuola e l’istruzione vengano prese di mira: per il contenuto, perché viste a sostegno di vecchie o nuove strutture di governo o ideologie politiche, per interrompere un processo di sviluppo economico e sociale in particolare per gruppi di bambine, come le ragazze, o ancora per disseminare distruzione in comunità che non appoggiano gruppi armati. Il come può variare da conflitto a conflitto, rappresentando un effetto collaterale o parte proprio di una strategia, per esempio per impedire l’istruzione di gruppi di bambini. Con tutte le conseguenze connesse alla mancata possibilità di studiare, sia sulle possibilità di sviluppo e costruzione di un futuro, sia di sempre maggiore fragilità, tanto più è lunga l’interruzione, nei confronti del rischio di reclutamenti in gruppi armati, violenza eccetera, senza lo scudo e la forza che l’istruzione e la maggiore coesione sociale che offre possono dare a bambini e ragazzi.

Rispetto alle tipologie dei possibili attacchi all’istruzione, vi sono per esempio quelli rivolti alle ragazze e insegnanti, con il rischio di violenza sessuale, quelli che si indirizzano sugli insegnanti, sottoposti a intimidazione, tortura, persecuzione e anche uccisi, quelli rivolti alla struttura in quanto tale, con un utilizzo militare degli ambienti occupati, rendendo così la scuola un bersaglio militare, quelli conseguenti a diretta distruzione di scuole a seguito di attacchi armati alla stessa o nelle vicinanze.

Il Rapporto scende poi più in dettaglio, andando a vedere la situazione in alcuni Paesi: Repubblica Centrafricana, Mali, Territori Palestinesi Occupati e Israele, Pakistan e Siria. Al di là dei numeri nelle diverse aree geografiche, le situazioni si ripetono: bambini che non possono andare a scuola, curriculum scolastico interrotto, bambini minacciati, reclutati da gruppi armati, abusati; mancanza di insegnanti, minacciati uccisi, scappati; scuole e materiali distrutti o inagibili. E accanto ai numeri anche le storie dei protagonisti, la paura e la sofferenza raccontate con le loro stesse parole.

Focalizzare attenzione e sforzi

Ma, nonostante questo quadro doloroso che non accenna a migliorare, anzi ha visto un incremento, il Rapporto sottolinea una sostanziale mancanza di attenzione e di fondi al tema, mentre l’istruzione dovrebbe rappresentare un punto essenziale dell’intervento umanitario. Fra il 2010 e il 2011 c’è stata addirittura una riduzione nella percentuale dei fondi umanitari destinati all’istruzione, passata dal 2,3 al 2 per cento, per scendere ulteriormente nel 2012 all’1,4 per cento. Non solo, l’istruzione è il settore che riceve la proporzione di fondi minore rispetto a quella richiesta: il 26 per cento nel 2012. E’ quindi necessaria una maggiore attenzione, collaborazione, integrazione per proteggere i bambini e il loro diritto allo studio. E pensare anche a lungo termine, perché sono necessari fondi per un lungo processo di ricostruzione di un sistema scolastico e di istruzione adeguato laddove distrutto in zone con conflitti.

Le richieste per sanare questa violazione dei diritti dei bambini, e anche degli adulti del mondo della scuola e della famiglia, sono numerose e indirizzate a chi ne ha la responsabilità. E si possono suddividere in due grandi ambiti. Da un lato la protezione dell’ istruzione da tutti i tipi di attacchi, con richieste a governi, Nazioni Unite e Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Dall’altro il finanziamento adeguato perché i bisogni dei bambini in queste aree vengano presi in carico e risolti, con raccomandazioni rivolte a donatori nei fondi destinati e a chi lavora nel campo per un maggiore sforzo e collaborazione nel raggiungere il risultato.

Valeria Confalonieri, giornalista scientifica

Risorse

Attacks on Education. The impact of conflict and grave violations on children’s futures [PDF: 1,2 Mb]. Save the Children, 2013

 

2 commenti

  1. Fa piacere leggere di istruzione in un forum che si occupa di Salute, grazie davvero.
    Unicef per i bambini, FAO per l’agricoltura,WHO per la salute,WFP per il cibo e tanti altri: chi si occupa di istruzione? UNESCO? li vedo impegnati a preservare i siti di interesse artistico o naturali nel mondo, non ho mai sentito di Unesco impegnato nelle scuole Tanzaniane, dove pochissimi studenti posseggono un singolo libro di testo su cui studiare.
    ONG di tutti i tipi, per salute,agricultura,acqua,ambiente e nessuna o quasi che si impegna nell’ istruzione : perche’? I missionari investono molto nella scuola, da sempre, incluse le scuole professionali cosi’ tanto necessarie.
    Noi Italiani dovremmo essere leader nel mondo: Maria Montessori,piu’ conosciuta (e apprezzata) all’estero che in casa nostra, rappresenta una luce, un esempio da seguire. Lorenzo Milani, ci ha fatto vedere da dove passano l’emancipazione delle persone, il rispetto dei loro diritti,la cura per gli ultimi : e’ e sara’ sempre un Maestro dell’umanita’, un grande esempio per tutti noi, se amiamo il mondo e lo sviluppo. Nyerere,Presidente della Tanzania e anche maestro di scuola statale disse : se vuoi aiutare un povero aiutalo a far studiare i suoi figli. E li vedo i poveri : investono quello che possono per la scuola dei loro figli, che meritano di essere aiutati.
    Massimo
    Dodoma
    Tanzania

  2. il problema è, massimo (e valeria), che anche in italia la scuola è sotto attacco, pur in assenza di conflitti armati. anche noi, nonostante montessori e milani (e tanti altri), stiamo distruggendo la nostra scuola.

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