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Il laboratorio di mondialità. Una palestra che ripensa la formazione medica

Inserito da on 30 settembre 2015 – 10:34Lascia un commento

Ludovica Ceschi, Giulia Gagno, Federico Landucci, Giulia Nizzoli, Giorgia Pacchiarini, formazione_salute_globaleSamantha Pegoraro, Anna Perulli, Benedetta Rossi.

Il Laboratorio è uno strumento per far nascere nello studente domande e dubbi capaci di spronarlo ad analizzare il mondo e anche sè stesso, rendendolo consapevole di un approccio metodologico diverso da quello che viene insegnato nelle università. È anche la dimostrazione del fatto che gli studenti in prima persona possono costruire e intervenire attivamente nel proprio percorso formativo.


In una metropoli come Londra, la speranza di vita è in linea con quella degli altri Paesi Occidentali, tra le più elevate al mondo. Se, però, si analizza lo stesso indicatore all’interno della città, prendendo in considerazione quartieri diversi della capitale inglese, le evidenze dimostrano come vi sia una differenza notevole tra la speranza di vita nella benestante zona di Chelsea (88 anni) e quella di un abitante residente a qualche chilometro di distanza, nel più povero Tottenham Green (71 anni)[1]. Cosa accade in quei pochi chilometri in termini di Salute? Cosa spiega una così ampia differenza?

È proprio a domande come queste che tenta di rispondere la Salute Globale, un approccio e un paradigma della salute, sostanziato da ampie evidenze scientifiche, che pone l’attenzione sui determinanti sociali di salute e mette in evidenza le disuguaglianze sia all’interno che tra i Paesi, analizzandole anche attraverso la lente della giustizia sociale[2].

Seppur trovi ancora poco spazio nei corsi di studio universitari, la Salute Globale sta diventando d’interesse sempre maggiore per gli studenti tanto che, data la complessità e la rilevanza dei temi che affronta, il Segretariato Italiano Studenti in Medicina (SISM), un’Associazione che si propone di realizzare progetti volti ad arricchire il percorso formativo degli Studenti in Medicina, dal 2007 organizza ogni anno il Laboratorio di Mondialità (LabMond).

Il Laboratorio di Mondialità nasce in un primo momento in forma seminariale per rispondere a una profonda esigenza formativa da parte di alcuni studenti del SISM che si stavano approcciando per la prima volta al panorama della cooperazione internazionale. Molti di loro erano in procinto di partire.

L’esigenza era di capire se fossero pronti a rispondere ai bisogni di salute reali della popolazione ma, soprattutto, se la loro partecipazione nei progetti di cooperazione internazionale nascesse dalla volontà di soddisfare i bisogni sanitari dei paesi in via di sviluppo o piuttosto dalla necessità di soddisfare una qualche forma di egocentrismo, mascherato da esigenze filantropiche[3].

Da queste riflessioni nasce un continuo evolversi di domande senza apparente risposta che porterà il LabMond a essere quello che è oggi, un evento della durata di tre giorni, che accoglie ogni anno una media di 80 studenti provenienti da diverse facoltà (tra cui medicina, fisioterapia, economia, sociologia, antropologia, e altre) e che mira a fornire agli studenti che vi partecipano elementi base in ambito di Salute Globale. Al contempo, il Laboratorio è uno strumento per far nascere nello studente domande e dubbi capaci di spronarlo ad analizzare il mondo e anche se stesso, rendendolo consapevole di un approccio metodologico diverso da quello che viene insegnato nelle università. Per tali ragioni, il LabMond assume quindi la connotazione di “palestra” di Salute Globale, uno spazio nel quale lo studente, o meglio chiunque, può mettersi alla prova avvicinandosi così a tematiche quali i i determinanti e le disuguaglienze in salute, l’accesso ai servizi sanitari, salute e mercato, medicina delle migrazioni ecc.

L’approccio tra pari, peer education, rappresenta proprio uno dei punti di forza di questa Palestra di Salute Globale: gli organizzatori vivono nello stesso contesto, quello universitario, dei futuri partecipanti e portano all’interno del Laboratorio le esigenze di formazione che riscontrano nella loro realtà.

Proprio per questo motivo, il percorso di costruzione del Laboratorio si caratterizza come un momento di crescita e formazione anche per chi intraprende questo viaggio in veste organizzativa, assumendo il ruolo di facilitatore nei confronti dei partecipanti all’evento. Ogni fase della preparazione, infatti, costituisce un esercizio di confronto e riflessione sui temi della Salute Globale a partire dalla discussione sulle tematiche da trattare, passando per il lavoro di ricerca, approfondimento e studio delle stesse, fino ad arrivare alla concretizzazione delle attività  proposte nei tre giorni di workshop. Il fine ultimo del Laboratorio è pertanto quello di essere un bacino moltiplicatore d’idee, studenti attivi e iniziative a livello locale. Non è un caso che molte persone, dopo un primo approccio come partecipanti, abbiano deciso di partecipare alla successiva edizione nel ruolo di facilitatori, vedendo in quest’opportunità uno step successivo di crescita del proprio percorso di (auto)formazione, un modo diverso per continuare a pensare e interrogarsi.

L’edizione 2015 del Laboratorio di Mondialità si è tenuta a Padova, dal 24 al 26 aprile. Per quanto concerne l’agenda, in prima battuta l’attenzione è stata posta su argomenti cardine, come l’introduzione al concetto di determinanti e disuguaglianze in salute. Successivamente, l’approfondimento è stato incentrato sulla recente epidemia di ebola, con un intervento di Medici con l’Africa CUAMM ad analizzare l’esperienza degli operatori sul campo e il ruolo politico delle Organizzazioni Internazionali. Le responsabilità e le competenze di queste ultime sono state affrontate in una lecture su Salute e Mercato del CSI di Bologna, con un focus sugli attualissimi TTIP, Transatlantic Trade Investiment Partnership. Anche la cura delle Reti, considerata come un momento di condivisione finalizzata all’allargamento del bacino di studenti e realtà interessate all’implementazione dei curriculum di medicina e al ripensare alla nostra formazione in termini critici e costruttivi, ha fatto parte dell’agenda di Padova. Tra le reti/nodi presentati il gruppo di studenti SISM che è parte della Rete Italiana per l’Insegnamento della Salute Gloable (RIISG), il People’s Health Movement (PHM), movimento mondiale di attivisti per la salute, il Centro Studi Internazionali (CSI) di Bologna e l’Associazione Medici Senza Camice (Roma) nonchè i gruppi di autoformazione presenti a livello locale in Italia.

Parte integrante dei contenuti passa proprio attraverso le metodologie utilizzate proprie dell’educazione non formale. Andando oltre la canonica lezione frontale, gran parte delle attività, infatti, sono state incentrate sul coinvolgimento diretto dei partecipanti attraverso lavori in piccoli gruppi, studi di caso e utilizzo di tecniche teatrali, come il teatro dell’oppresso.

Questa forma di teatro è in realtà uno strumento pedagogico molto forte, sviluppato da Augusto Boal in Brasile negli anni ‘50. La sua finalità è di conoscere e trasformare le realtà oppressive quotidiane, piccole e grandi, grazie ad un linguaggio teatrale comprensibile e di facile lettura, creando così un filo diretto fra la vita di tutti i giorni e la scena. Gli spettatori diventano attori e al tempo stesso protagonisti del proprio sentire, modificano l’azione e aiutano l’oppresso a migliorare e superare la sua condizione.

Le “rappresentazioni teatrali” sono state scelte fra diverse situazioni direttamente vissute dai componenti del gruppo che hanno poi lavorato alla realizzazione delle stesse; questi ragazzi si sono inoltre (auto)formati durante l’anno grazie anche al supporto di figure competenti come il Professor Tolomelli, Professore Aggregato e ricercatore di Pedagogia Generale e Sociale presso l’Università di Bologna.

Il lavoro di ricerca e sperimentazione è stato stimolante, complesso e frutto di riflessioni sorte soprattutto dopo l’edizione 2014 del Laboratorio, dove il teatro dell’oppresso è stato utilizzato per la prima volta.

Il Laboratorio di Mondialità non è dunque la semplice somma dei contributi del singolo, ma una vera e propria sinergia grazie alla quale le attività proposte risultano frutto di un intreccio di pensieri, convinzioni ed idee che si completano durante lo svolgimento dello stesso, grazie anche, e soprattutto, al contributo dei partecipanti.

L’utilizzo di queste metodologie permette un continuo confronto e discussione tra i partecipanti, mettendone in gioco a volte anche la componente emotiva, tale da portare allo sviluppo di soluzioni o approfondimenti difficilmente ottenibili con una lezione frontale. La valutazione, in itinere e a evento concluso, rientra a pieno titolo nelle metodologie didattiche. Questo strumento permette ai facilitatori di riorganizzare le attività direttamente in sede di workshop in base alle esigenze del gruppo, colmando eventuali lacune evidenziate o riadattando completamente il lavoro. Oltre a predisporre dei focus group serali di condivisione, per le valutazioni dell’evento generalmente vengono utilizzati cartelloni sui quali poter esprimere i propri pareri e critiche. Inoltre si chiede ai partecipanti di compilare un questionario online una volta tornati a casa. Tutto questo è fondamentale perchè punto di partenza per la costruzione dell’edizione successiva del LabMond stesso.

Infine, oltre che per i contenuti che riteniamo fondamentali nella formazione medica, il Labmond è importante perché è la dimostrazione del fatto che gli studenti in prima persona possono costruire e intervenire attivamente nel proprio percorso formativo: ciò avvene stimolandoli a portare il cambiamento a livello locale, una volta rientrati a casa.

Ripensare la formazione medica è fondamentale, soprattutto in un momento storico in cui anche le istituzioni stesse stanno dibattendo e focalizzando la propria attenzione sul curriculum medico. Gli studenti di oggi sono i medici del futuro, chiamati a svolgere una professione che oltre alla sfera scientifica si intreccia profondamente con l’ambito politico, economico, sociale. E, parafrasando l’epidemiologo italiano Giulio A. Maccacaro, la Salute Globale continua a porsi dunque la stessa domanda. L’insegnamento attuale della medicina è in grado di preparare un medico che risponda alle rinnovate esigenze della società?[4]

Ludovica Ceschi, Giulia Gagno, Federico Landucci, Giulia Nizzoli, Giorgia Pacchiarini, Samantha Pegoraro, Anna Perulli, Benedetta Rossi, facilitatori. Segretariato Italiano Studenti in Medicina (SISM).

Ludovica Ceschi, Studentessa di medicina, Università degli Studi di Genova
Giulia Gagno
, Studentessa di medicina, Università degli studi di Trieste
Federico Landucci
, Studente di medicina, Università degli Studi di Pisa
Giulia Nizzoli
, Studentessa di Medicina, Università degli Studi di Firenze
Giorgia Pacchiarini
, Studentessa di medicina, Università degli Studi di Perugia
Samantha Pegoraro
, Studentessa di medicina, Sapienza, Università degli Studi di Roma
Anna Perulli
, Studentessa di medicina, Università degli Studi di Udine
Benedetta Rossi
, Studentessa di medicina, Università degli Studi di Brescia

 

Bibliografia

  1. Marmot M (Chairman). Fair society, healthy lives – strategic review of health inequalities in England post 2010. London: The Marmot Review, 2010.
  2. Definizione di Salute Globale della Rete Italiana per l’Insegnamento della Salute Globale.
  3. Bodini C. Il personale (medico) è politico. Salute Globale e processi tras/formativi in Italia. Tesi di Specializzazione. A.A. 2012/2013
  4. Maria Luisa Clementi. L’impegno di Giulio A. Maccacaro per una nuova medicina. Medicina Democratica 1997. p.129

 

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