Rifugiati. Editoriali di Lancet e BMJ

IlManifestoNienteAsiloGavino Maciocco

Le riviste mediche devono aiutare i professionisti a scoprire e ad affrontare i determinanti sociali e politici della salute nei paesi poveri e nelle aree di conflitto, e della piaga dell’esodo di milioni di persone. I risultati di salute migliorano sia affrontando le iniquità sociali e politiche che causano le migrazioni, sia rispondendo ai bisogni sanitari dopo la migrazione.


Quasi all’unisono, ai primi di settembre, le riviste mediche britanniche, Lancet e BMJ, hanno dedicato i loro editoriali alla crisi dei rifugiati in Europa, usando toni e contenuti molto simili, anticipati dai titoli: Adapting to migration as a planetary force (The Lancet[1]), Europe’s refugee crisis: an urgent call for moral leadership (BMJ[2]).

Il pressante messaggio di entrambe le riviste è quello di agire, superando divisioni, riluttanze e opportunismi. È il momento della responsabilità non solo per i politici, ma anche per le istituzioni sanitarie e ancor più per i professionisti sanitari. C’è in gioco una questione etica e morale.

Si legge nell’editoriale (senza firma) di Lancet: “Lo spettro di centinaia di migliaia di rifugiati che attraversano l’Europa e che vengono rifiutati dalle nazioni, nonostante gli accorati e urgenti appelli per concedergli un asilo sicuro, richiama inquietanti precedenti storici. Nel 1938 Hertha Nathorff, medico ebreo che viveva in Germania scrisse: “Sto contando i giorni dall’uscita da questo inferno. Qui tutti hanno un solo desiderio: venir via da questo paese”. Nel 1938 e 1939 il mondo – inclusi gli USA, l’Europa e l’America Latina – era riluttante ad accogliere i rifugiati ebrei, con le terribili conseguenze che sappiamo. Nel luglio 1938 si tenne a Evian, in Francia, una conferenza internazionale per affrontare la crisi migratoria in Europa, presieduta dal presidente americano Franklin D. Roosevelt. Ma le nazioni, quasi unanimemente, non vollero accogliere quelle famiglie così in pericolo.

Oggi i ripetuti vertici dei capi di stato e la riluttanza ad aiutare coloro che si trovano in condizioni di disperato bisogno richiamano la vergognosa conferenza di Evian. Le vite umane si sono ridotte a numeri e i principi elementari di umanità sono estranei a molti leader europei, incluso David Cameron, sebbene il clima politico stia ora rapidamente cambiando.

Attualmente nel mondo ci sono 19,5 milioni di rifugiati, il 51% dei quali sono minori. Dalla fine del 2014 la Siria è diventata la maggiore fonte di persone sfollate, prendendo il posto dell’Afganistan. 1,9 milioni di siriani sono stati accolti dalla Turchia, 1,2 milioni dal Libano. Nei primi nove mesi del 2015 300 mila rifugiati hanno attraversato il Mediterraneo, 200 mila sono approdati in Grecia e migliaia sono morti.

Stranamente il tema della salute è stato largamente ignorato e la voce delle istituzioni sanitarie è stata debole o assente. Istituzioni come National Academies of Science, World Medical Association, Royal College of Paediatrics and Child Health, Royal Society, e Academy of Medical Sciences sono state finora silenti sulla salute dei rifugiati, mentre ci sarebbe un obbligo morale da parte dei professionisti sanitari di far sentire la loro voce su questi problemi. Noi dobbiamo guardare la crisi attraverso la lente della salute e del benessere dei rifugiati. La risposta dell’OMS alla crisi è basata sui principi basilari di umanità, e i professionisti sono chiamati a dare il loro contributo, e a rispondere appropriatamente fornendo protezione e assistenza adeguata, senza alcuna forma di discriminazione”.

L’editoriale del BMJ, che ha tra le firme quella del direttore della rivista Fiona Godlee, inizia ricordando che la crisi dei rifugiati è iniziata dopo la Primavera Araba del 2011, quando l’ottimismo iniziale ha lasciato il passo alla disperazione.

“I paesi occidentali – si legge sul BMJ – si affrettarono a sostenere i principi democratici della Primavera Araba, ma poi non hanno voluto affrontarne le conseguenze, come le guerre civili che si sono sviluppate in quell’area, in particolare in Siria. I ricchi stati arabi produttori di petrolio hanno giocato la loro parte nel consentire che l’oppressione politica e i conflitti si diffondessero nella loro regione. La crisi dei finanziamenti alle agenzie delle Nazioni Unite ha compromesso l’efficacia degli aiuti umanitari nel Medio Oriente, spingendo masse di sfollati verso l’Europa. Ignorare le ingiustizie e le iniquità nei paesi poveri e nelle aree di conflitto non ha impedito l’inevitabile conseguenza: la corsa disperata verso le coste e i confini dei paesi ricchi”.

Anche il BMJ ricorda alcune cifre del fenomeno migratorio: l’86% dei 19.5 milioni di rifugiati si trova nei paesi più poveri, a cui vanno aggiunti 38,2 milioni di persone sfollate all’interno dei paesi.

“Complessivamente nel mondo – continua il BMJ – una persona su sette si trova nella condizione di migrante e la risposta internazionale alle migrazioni è deludente e negativa. Ma la crisi in Europa sta assumendo i contorni di una seria questione morale. La foto del bambino di tre anni trovato morto in una spiaggia della Turchia ha messo a nudo le contraddizioni morali del comportamento dei governi europei, catalizzando un cambiamento nel clima politico e dell’opinione pubblica.

Mentre gli individui generalmente mostrano compassione e generosità, i leader europei si muovono in ordine sparso badando alla propria agenda politica. La pragmatica e compassionevole Germania dà una risposta rapida alle domande di asilo, accogliendo i rifugiati “genuini”, utili per rispondere al suo bisogno di manodopera. La risposta dell’Ungheria tende ad assecondare un’opinione pubblica impaurita dai pericoli di accettare i rifugiati. La Gran Bretagna è populista, cambia l’umore a seconda di ciò che scrivono i giornali, prima demonizzando i rifugiati, poi mostrando compassione. I nuovi paesi membri dell’Europa (dalla Polonia alla Slovacchia), i cui cittadini furono bene accolti come migranti dopo il 1989, ora rifiutano i migranti. Invece della frammentazione noi in Europa abbiamo bisogno di un approccio unitario, giusto e umano.

I diritti umani sono nati nel cuore dell’Europa moderna. Il diritto alla salute per tutti gli abitanti del mondo fa parte della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, così come il diritto di richiedere asilo dalle persecuzioni. Dare asilo ai rifugiati, a prescindere dalla religione e dalla cultura, è lo standard minimo richiesto a una società civilizzata. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e le organizzazioni di volontariato sanitario ribadiscono l’importanza di dare priorità ai servizi sanitari per rifugiati e richiedenti asilo. Nei paesi poveri i bisogni di salute dei rifugiati esauriscono le risorse sanitarie locali, a detrimento sia dei rifugiati che della popolazione locale. L’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite ha richiesto che i servizi sanitari per i rifugiati siano incorporati all’interno del sistema sanitario.

Lenire le ferite delle guerre e delle migrazioni deve interessare ogni operatore sanitario. I professionisti sanitari possono sostenere attraverso il volontariato le organizzazioni umanitarie; fare pressione sui politici perché si muovano; trattare i pazienti a prescindere da razza, religione e stato di rifugiato; e svolgere un ruolo di leadership.

Le riviste mediche devono svolgere un ruolo importante: aiutare i professionisti a scoprire e ad affrontare i determinanti sociali e politici della salute nei paesi poveri e nelle aree di conflitto, come pure la piaga dell’esodo di milioni di persone. I risultati di salute migliorano sia affrontando le iniquità sociali e politiche che causano le migrazioni, sia rispondendo ai bisogni sanitari dopo la migrazione. Noi dobbiamo fornire una risposta adeguata ai bisogni immediati dei rifugiati, mentre ci si prepara ad affrontare le cause che sono alla base della piaga.

I professionisti della salute non possono evitare che le persone divengano rifugiati; ciò sta nella responsabilità dei politici e della società civile, ma gli operatori sanitari possono modellare una risposta umana alla crisi dei rifugiati e denunciare ad alta voce l’ingiustizia e l’iniquità globale che ne è alla base. Gli operatori sanitari devono rammentare alla società che la richiesta di asilo non è un crimine, che i migranti non mettono necessariamente a rischio la sicurezza, che i rifugiati hanno bisogno e meritano il nostro rispetto, e che non sono venuti per occupare l’Europa o per appropriarsi delle risorse sanitarie. Senza una leadership morale da parte dei politici, tuttavia, – conclude il BMJ – la morte e la sofferenza delle persone più vulnerabili sarà motivo di vergogna per tutti noi”.

“Questa è la crisi che abbiamo di fronte oggi – conclude a sua volta Lancet -. Il fenomeno migratorio non sta per finire. Sta diventando invece una potente forza in grado di modificare il profilo della società globale del 21° secolo. La popolazione sfollata ha raggiunto il livello più alto dalla seconda guerra mondiale. Ciò fa parte della nostra attuale e futura esistenza. Noi dobbiamo accettarlo – e affrontarne le umane conseguenze”.

Bibliografia

  1. Editorial. Adapting to migration as a planetary force. The Lancet 2015; 386 (9998): 1013
  2. Abbasi K, Patel K, Godlee F. Europe’s refugee crisis: an urgent call for moral leadership. BMJ 2015;351:h4833

 

Un commento

  1. Grazie Gavino per questo importante appello a farci “avvocati” degli espulsi a forza dalle proprie case.

    Parlando di cifre, è importante ricordare che i 19,5 milioni di “Refugees” di cui parlano Lancet e BMJ comprendono soltanto la categoria, appunto, dei “Rifugiati” ossia coloro che “temendo a ragione di essere perseguitati …, si trovano al di fuori del paese di cui sono cittadini…” (Convenzione delle Nazioni Unite sullo status dei rifugiati, Ginevra 1951). E’ di questa categoria di persone che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha il mandato di occuparsi.

    A questi vanno aggiunti gli oltre 5 milioni di rifugiati palestinesi che vivono da decenni in condizioni miserevoli in Cisgiordania, Gaza, Libano, Siria e Giordania e di cui, dal 1949, si prende cura l’United Nations Relief and Works Agency (UNRWA).

    Ai Rifugiati come definiti sopra, tuttavia, vanno aggiunti gli Internally Displaced Persons, (Idp) che noi chiamiamo “Sfollati”, ossia “le persone o gruppi di persone che sono state costrette od obbligate a fuggire o a lasciare le loro case di residenza abituale, … e che non hanno oltrepassato una frontiera internazionalmente riconosciuta di uno Stato” . (Principi guida sull’esodo interno, Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani, 1988). La maggior parte di questi non riceve alcuna protezione o assistenza internazionale. Si tratta di persone particolarmente vulnerabili: fuggono da un conflitto armato e finiscono in campi di raccolta, insediamenti o centri abitati che si trovano sotto il controllo di una delle due parti in lotta.

    Il Rapporto annuale dell’UNHCR Global Trends Report: World at War, pubblicato il 18 giugno scorso, ha rivelato che il TOTALE delle persone che sono state costrette ad abbandonare forzatamente nel 2014 le proprie case ha raggiunto l’incredibile numero di 59,5 milioni rispetto ai 51,2 milioni di un anno prima e 37,5 milioni di dieci anni fa.
    http://www.unhcr.org/558193896.html

    Considerando che la sofferenza di questi disgraziati è la diretta conseguenza delle guerre e delle invasioni (Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, Yemen, …) scatenate o sostenute dai nostri valorosi governi occidentali, ciò che sta succedendo in queste settimane in Europa è semplicemente grottesco.

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