Trade For All (TFA)

Chaplin-Tempi-ModerniAdriano Cattaneo

Da medico cresciuto in tempi di HFA (Health For All, Salute per tutti), non posso che sentirmi a disagio con un cambio di paradigma tendente verso il TFA (Trade For All, Commercio per tutti) . Non posso che esprimere il mio accordo con Ronald Labonté quando scrive che bisogna “mettere il commercio al suo posto, cioè fare in modo che la liberalizzazione del commercio sia un mezzo per raggiungere altri obiettivi di sviluppo, compresa la salute, e non un fine in sé al quale altri obiettivi debbano essere subordinati”.


Tempi moderni, direbbe Charlie Chaplin. Per quasi due generazioni di operatori sanitari, dal 1978, la parola d’ordine è stata Salute per Tutti, in inglese Health for All (HFA).[1] Per le prossime generazioni questo slogan sarà sostituito da Commercio per Tutti, in inglese Trade for All (TFA), che, ironia della sorte, è molto simile a FTA, Free Trade Agreement, cioè i trattati di libero commercio che hanno infestato gli ultimi due decenni e infesteranno probabilmente i prossimi. Questo, TFA, è il titolo della nuova strategia su commercio e investimenti lanciata il 14 ottobre 2015 dalla Commissione Europea (CE), più precisamente dalla commissaria al commercio, la svedese Cecilia Malmström.[2]

La nuova strategia ha evidentemente un obiettivo di carattere comunicativo. La CE, infatti, è da almeno un paio d’anni sotto attacco da parte di una consistente percentuale di cittadini europei in merito ai negoziati semisegreti sul TTIP, l’accordo transatlantico su commercio e investimenti tra USA e Unione Europea (UE). La campagna europea mirante a bloccare il TTIP, sostenuta da oltre 500 organizzazioni e molto attiva anche in Italia,[3] ha ormai raccolto quasi 3.5 milioni di firme,[4] più di qualsiasi altra campagna realizzata finora, e sta cominciando a dare frutti. Molte amministrazioni locali, in molti paesi dell’UE, approvano mozioni che invitano la CE a sospendere i negoziati; molti parlamentari europei appartenenti a diversi gruppi politici si esprimono a sfavore dell’accordo; e si moltiplicano le iniziative (riunioni, dibattiti, bollettini divulgativi, etc) dei cittadini volte a diffondere proteste che ovviamente arrivano alle orecchie degli eletti, dal livello locale a quello europeo.

La CE ha finora giocato sulla difensiva, controbattendo alle accuse, organizzando sondaggi online, aumentando leggermente la trasparenza, provando a proporre pseudo-alternative alle componenti più discutibili del TTIP, come la possibile istituzione di un ISDS, Investor State Dispute Settlement, quella specie di tribunale speciale che permetterebbe agli investitori di citare a giudizio gli stati che avessero l’ardire di porre dei limiti al commercio e ai relativi profitti.[5] Tutto inutile. La protesta monta, sia nell’UE sia negli USA, e ormai la speranza di approvare l’accordo entro il 2015 è tramontata, e probabilmente USA e UE non apporranno la firma nemmeno nel 2016, anno elettorale oltre Atlantico.

Se la difesa non funziona, proviamo con l’attacco, si sarà detta la Malmström. Proponiamo una nuova e convincente strategia, all’interno della quale sembri quasi naturale inserire il TTIP. Per renderla più sexy, era necessario un bel titolo. TFA sembra ben azzeccato. Ma era necessario anche inserirvi dei principi che siano accettati dalla maggioranza degli europei, siano essi cittadini, partiti o parlamentari. Questi i tre principi chiave:

  • Efficacia: garantire che il commercio mantenga ciò che promette in termini di nuove opportunità economiche. Cioè affrontare i problemi che attualmente frenano l’economia: il commercio digitale e quello dei servizi.
  • Trasparenza: sottoporre i negoziati a maggiore scrutinio pubblico, rendendo noti i testi degli stessi come è stato fatto finora per il TTIP.
  • Valori: proteggere il modello sociale e regolatorio europeo, usando i trattati commerciali per promuovere nel mondo i nostri valori: sviluppo sostenibile, diritti umani, commercio equo ed etico, e lotta alla corruzione.

È improbabile che l’enunciazione di questi principi possa chiudere la bocca di chi protesta contro il TTIP. Nel primo è annunciata un’evidente spinta verso la liberalizzazione dei servizi, compresi istruzione, salute e acqua, cioè quelli che la maggioranza dei cittadini europei vorrebbe vedere in mano pubblica. Il secondo fa ridere; quel poco di trasparenza che vi è attualmente sui negoziati per il TTIP (e non solo: sono in discussione altri importanti accordi bi- e multi-laterali, come il TISA, un trattato sul commercio di servizi tra una cinquantina di paesi),[6] è dovuto alla pressione esercitata dalla campagna Stop TTIP e a Wikileaks. Il terzo fa sorridere, perché è l’equivalente per il commercio del pio desiderio di esportare la democrazia. Quanto poi l’Europa possa essere un modello per sviluppo sostenibile, diritti umani, commercio equo ed etico, e lotta alla corruzione, lascio che sia il lettore a giudicare, magari mentre seduto in poltrona guarda l’ennesimo servizio giornalistico sui naufragi e i morti nel Mediterraneo, o sui profughi che arrivano alla frontiera dell’Ungheria.

Sembra anche esservi contrapposizione tra il primo e il terzo principio, tra efficacia e valori. Efficacia significa, in una strategia sul commercio, aumentare gli scambi commerciali e liberalizzarli sempre più. I benefici di tale aumento e liberalizzazione sarebbero, secondo la strategia, una maggiore crescita e la creazione di posti di lavoro. Ma quale crescita? Quali posti di lavoro? E quanto sarebbe questa crescita compatibile con la sostenibilità ambientale? Si può continuare ad esportare acqua imbottigliata verso gli USA e ad importare da quel paese farmaci, merci cioè che potrebbero essere prodotte dove si consumano, senza aumentare l’impronta ecologica? E non sono in contrapposizione libero commercio, equità ed etica?

Salute: la parola appare 7 volte nelle 35 pagine della strategia, una prima volta per garantire che la liberalizzazione del commercio non significa necessariamente liberalizzazione di quello dei servizi di salute (ma sappiamo, per la recente esperienza di Gran Bretagna, Portogallo, Spagna e Grecia, che non è così), e poi per affermare che la liberalizzazione del commercio avverrà sempre con garanzie per la sicurezza in salute. Il documento si guarda bene, comunque, dall’affrontare lo spinoso problema delle possibili conseguenze, dirette o indirette, della liberalizzazione del commercio sulla salute. Eppure sappiamo che vi è un’associazione tra liberalizzazione del commercio e aumento delle disuguaglianze di reddito, e che con il commercio arrivano e si impongono cibi e bevande altamente processati e ricchi di calorie che portano a peggioramento dell’alimentazione e a sovrappeso e obesità.[7]

In conclusione, da medico cresciuto in tempi di HFA, non posso che sentirmi a disagio con un cambio di paradigma tendente verso il TFA. Non posso che esprimere il mio accordo con Ronald Labonté quando scrive che bisogna “mettere il commercio al suo posto, cioè fare in modo che la liberalizzazione del commercio sia un mezzo per raggiungere altri obiettivi di sviluppo, compresa la salute, e non un fine in sé al quale altri obiettivi debbano essere subordinati”.[8]
Adriano Cattaneo, epidemiologo in pensione

Bibliografia

  1. Da Health for All a Universal Health Coverage. SaluteInternazionale, Newsletter n.32
  2. Trade for all Towards a more responsible trade and investment policy  [PDF: 635 Kb] Luxembourg: Publications Office of the European Union, 2014
  3. La Campagna Stop TTIP Italia
  4. European Initiative Against TTIP and CETA
  5. Commission proposes new Investment Court System for TTIP and other EU trade and investment negotiations. European Commission press release. Brussels, 16 September 2015
  6. Accordo sugli scambi di servizi (TiSA): European Commission Trade
  7. Blouin C, Chopra M, van der Hoeven R. Trade and social determinants of health. Lancet 2009;373:502-7
  8. Labonté R, Blouin C, Forman L. Trade, growth and population health: an introductory review. Transdisciplinary Studies in Population Health Series 2010;2(1):1-93

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