Il Nepal schiacciato dal peso di una doppia crisi

Nepal mappa

Maurizio Murru

Sono trascorsi nove mesi dai i due terremoti che hanno devastato il Nepal.  La ricostruzione non è ancora cominciata, mentre – in pieno inverno –  centinaia di migliaia di famiglie vivono in rifugi “provvisori” costituiti da tende e teli cerati.  Alla paralisi amministrativa e politica si aggiunge quella istituzionale: le divisioni tra diversi gruppi etnici stanno mettendo a rischio non solo la coesione sociale del paese, ma anche l’economia del paese e le relazioni internazionali.


 

Sono passati nove mesi da quando due terremoti, il 25 aprile e il 12 maggio scorsi, hanno colpito il Nepal facendo quasi 9.000 morti, distruggendo 285.000 abitazioni, danneggiandone gravemente più di 600.000[1], sbriciolando la maggior parte dei monumenti (Vedi i post Una testimonianza dal Nepal e Nepal il dopo). I danni immediati sono stati stimati a 7,1 miliardi di dollari e i costi per la ricostruzione a circa 6,7 miliardi[2]. Per la ricostruzione, i donatori hanno promesso 4,4 miliardi e il governo ne ha stanziati due[3]. Come misura immediata, sono state stanziate 15.000 Rupie (circa 135 euro) per le famiglie colpite e sono stati promessi prestiti a tassi agevolati fino a 2.500.000 rupie (circa 22.500 euro) per la riparazione o la ricostruzione delle abitazioni danneggiate o distrutte[4]. È stata creata una Agenzia per la ricostruzione: la National Reconstruction Authority (NRA).

La ricostruzione è ferma

Il disegno di legge per rendere operativa la NRA giace in parlamento paralizzato interessi contrastanti. Le piogge monsoniche sono finite e siamo in pieno inverso. Centinaia di migliaia di famiglie vivono in rifugi “provvisori” costituiti da tende e teli cerati. Una burocrazia ottusa e farraginosa ha impedito a molte famiglie di ricevere le 15.000 Rupie promesse. La stessa cosa per i prestiti a tassi agevolati. Presso gli uffici distrettuali giacciono 25 modelli di case antisismiche a relativamente basso costo. In molti hanno iniziato a ricostruire le loro case ma si sono fermati perché, quando sarà possibile accedere ai prestiti statali, coloro che avranno già ricostruito ne saranno esclusi: i fondi servono per ricostruire, non per rimborsare ricostruzioni già avvenute[5]. Come se tutto ciò non bastasse, da quasi tre mesi il Nepal soffre sotto il peso di un’altra crisi che rischia di avere conseguenze economiche, politiche, sociali e umanitarie più gravi di quelle dei terremoti.

La crisi innescata dalla nuova Costituzione

È stato necessario eleggere due Assemblee Costituenti (2008 e 2013) e aspettare più di sette anni perché una nuova Costituzione fosse promulgata, il 20 settembre scorso. Sulla sua base, il Nepal diventa uno stato federale diviso in sette Province. Il dissenso sulla loro demarcazione e su quella delle circoscrizioni elettorali ha portato ad una grave crisi, causata dal malcontento dei Madhesi e dei Tharu che abitano le pianure del Terai, al confine con l’India. I Madhesi abitano da entrambe le parti del confine. È attraverso questo confine che il Nepal importa il 100% del carburante e gran parte dei generi di prima necessità: farmaci, derrate alimentari, materie prime per l’industria, pezzi di ricambio, cemento, fertilizzanti.

Il peso della geografia

La geografia del Nepal è dominata dalla catena dell’Himalaya. Delle 14 vette più alte del mondo, otto sono in questo paese. L’area centrale, nella quale vive la maggior parte della popolazione, viene chiamata “area collinare”. Molte “colline” sfiorano i 2.800 metri di altezza. L’area più meridionale è costituita dalle pianure del Terai, occupate da colture di riso, iuta e altri prodotti agricoli. Senza sbocco al mare, incastrato fra India e Cina, il Nepal può importare ed esportare attraverso la Regione Autonoma Cinese del Tibet e, soprattutto, attraverso gli Stati Indiani del Bihar e del Bengala Occidentale. La prima via è scarsamente utilizzata per le asperità del terreno, la pessima qualità delle strade e la distanza enorme fra il Tibet e il mare. Il Nepal, inevitabilmente è una “appendice commerciale dell’India”[6]. I due paesi hanno firmato numerosi trattati sul transito di merci.  Attualmente, l’importazione dei prodotti petroliferi è regolata da un contratto di cinque anni stipulato dalle agenzie petrolifere Indiana e Nepalese nel 2012[7].

Un blocco commerciale non ufficiale ma efficace

Da tre mesi i Madhesi, con la tacita collaborazione del governo Indiano, hanno bloccato le importazioni dall’India. Le poche industrie Nepalesi sono ferme, gli ospedali sono a corto di farmaci, molti negozi sono chiusi. Alle pompe di benzina ci sono file di più di mille auto ed altrettante motociclette. Molte organizzazioni umanitarie hanno ridotto, o sospeso, la distribuzione di cibo ed altri materiali ad almeno 1.400.000[8]. Gli elicotteri del Programma Alimentare Mondiale sono fermi dal 7 novembre[9]. Gli alberghi riferiscono una occupazione pari al 25% – 35% di quella attesa in questa stagione. I prezzi dei generi alimentari hanno subito aumenti fra il 50% e il 200%. I pochi autobus che circolano sono pieni all’inverosimile e hanno 10 – 15 passeggeri sul tetto. Dalla parte Indiana, ci sono almeno 2.000 autocarri attesa di passare il confine[10]. Molte scuole sono chiuse e rischiano di non poter riaprire[11].

Il Segretario generale delle Nazioni Unite si è detto preoccupato per la situazione in Nepal e ha esortato al rispetto delle leggi internazionali che proteggono i diritti commerciali dei paesi senza sbocco al mare[12]. Esiste una Convenzione in proposito entrata in vigore il 9 giugno 1967[13]. Il Nepal la ha ratificata. L’India no. La “legge del mare”, un insieme di regole di diritto internazionale, sancisce diritti di transito per i paesi senza sbocco al mare[14]. Ma il diritto internazionale è la Cenerentola del diritto e i 40 stati al mondo senza sbocco al mare restano, nella maggior parte dei casi, alla mercé dei loro vicini geograficamente più fortunati.

Il gigante Indiano fa sentire il suo peso

Nonostante le smentite, il governo Indiano favorisce il blocco e ha chiesto al governo Nepalese di “considerare con attenzione” le richieste dei Madhesi. Delhi vuole dare soddisfazione ai Madhesi che vivono nel suo territorio. Due giorni prima della promulgazione della nuova Costituzione, ha inviato un suo alto funzionario a discutere con il Primo Ministro Nepalese. Il contenuto dei colloqui non è stato divulgato. Per molti si è trattato di un tentativo di influenzare il governo Nepalese. Nel 1989 l’India impose un blocco commerciale al Nepal dopo che questo aveva acquistato armi dalla Cina. Questo blocco durò 13 mesi ed ebbe conseguenze disastrose.  Il PIL Nepalese, che nel 1988 era cresciuto del 9,7%, nel 1989 crebbe dell’1,5%. Tutti i settori economici ne risentirono per anni[15].

Madhesi e Tharu

Le pianure del Terai, al confine sud-orientale con l’India, sono anche chiamate Madhes. I Madhesi, dunque, dovrebbero essere gli abitanti del Madhes. Ma non è così semplice. I Tharu, circa il 7% della popolazione totale, probabilmente originari della Mongolia, abitano le pianure del Terai da tempi immemorabili. I Madhesi sono arrivati più tardi, dall’India, e sono divenuti Nepalesi nel corso del tempo. Oggi costituiscono il 30% della popolazione e parlano varie lingue. Secondo il censimento del 2011, i 30 milioni di Nepalesi, suddivisi in 125 gruppi etnici, parlano 123 lingue[16]. Una ulteriore divisione è quella fra gli abitanti delle pianure (prevalentemente Madhesi e Tharu) e abitanti delle “colline”. Questi ultimi detengono da sempre le leve del potere, comunisti, monarchici o maoisti che siano. E vedono i Madhesi come “migranti di origine Indiana dei quali non ci si può fidare”[17].

Le ragioni di Madhesi e Tharu

La nuova Costituzione divide il territorio Madesh in più Province “diluendo” le comunità che lo abitano e la loro forza rappresentativa. La quota dei seggi parlamentari assegnati proporzionalmente è stata portata dal 58% al 45%, diminuendo la possibilità di Madhesi e Tharu di inviare rappresentanti in Parlamento.

I disordini sono iniziati a metà agosto. Il governo ha inviato esercito e forze di polizia e ha imposto il coprifuoco. La repressione è stata violenta la polarizzazione è diventata sempre più rigida. Fino ad oggi si contano 40 morti, fra cui otto poliziotti. Il 28 ottobre un manifestante di nazionalità indiana è stato ucciso dalla polizia. Questo ha ulteriormente esasperato gli animi. Da entrambe le parti del confine.

Un accordo con la Cina: più propaganda che sostanza

A fine ottobre, a Pechino, è stato firmato un accordo fra la NOC e l’agenzia di Stato Cinese, la Petro-China per l’importazione di carburante. La Cina ha anche donato 1000 tonnellate di carburante al Nepal. In tempi normali, il Nepal consuma circa 100.000 tonnellate di prodotti petroliferi al mese e i consumi crescono del 10% all’anno[18]. L’accordo è stato salutato come un passo verso la soluzione dell’attuale crisi  e verso la fine della dipendenza dall’India[19]. In realtà, non è così, per le ragioni menzionate più sopra. Si parla da tempo di rinnovare, allargare e rinforzare l’unica strada che parte da Ruwagadhi, il più importante dei sette varchi di confine con la Cina. Ma i lavori, se e quando inizieranno, richiederanno almeno tre anni[20].

La coesione sociale del paese, che pareva rinforzata dai terremoti, è a rischio

Sul fronte interno, il governo Nepalese non intende cedere a quello che viene definito un “ricatto” da parte di Madhesi e Tharu. Su quello esterno, non si intende cedere a quella che viene definita una indebita ingerenza da parte del governo Indiano. Quest’ultimo, da parte sua, intende chiarire, una volta di più, i suo potere di “influenzare” gli eventi Nepalesi. Secondo stime della Federazione delle Camere di Commercio del Nepal, l’attuale crisi arreca un danno economico superiore a quello causato dai terremoti e pari, fino ad ora, a quasi 10 miliardi di dollari[21,22]. Si tratta di stime esagerate. Ma circolano e aumentano la tensione. L’ostilità fra Madeshi, Tharu e il resto della popolazione diventa sempre più profonda. Alcune stazioni radio del Terai hanno trasmesso chiare incitazioni ad odio e violenza[23]. Sentimenti anti-indiani sono sempre più diffusi. Si stanno aprendo ferite difficili da rimarginare.

Una sola soluzione

L’unica soluzione della crisi è la modifica della Costituzione. Nonostante si sia ancora lontani[24], è sicuro che a questo si arriverà. Dal momento che i punti di frizione erano noti prima che la Costituzione venisse promulgata e che le ragioni di Madhesi e Tharu sono in gran parte fondate, questa crisi era evitabile. Sarebbero bastati maggiore sensibilità politica e un più onesto approccio alle rivendicazioni di popolazioni marginalizzate da sempre. Una volta di più, la classe politica Nepalese si è mostrata inadeguata.

Bibliografia

  1. Rousselot J. Red tape tangles Nepal reconstruction. IRIN News, 05.08.2015
  2. Government of Nepal, National Planning Commission, June 2015, Nepal Earthquake 2015, Post Disaster Needs Assessment
  3. Accelerating post-earthquake reconstruction for faster recovery in Nepal. Sapkota C, 09.09.2015
  4. Abby Seiff. Politics prevents Nepali reconstruction. IRIN News, 19.10.2015
  5. Parajuli JN. Kathmandu’s procrastination is discouraging even citizens from rebuilding. The Kathmandu Post, 10.11.2015
  6. Ira Glassser N, 1983. Transit problems of three Asian landlocked countries: Afghanistan, Nepal and Laos, Occasional papers / Reprint Series in Contemporary Asian Studies, School of Law, University of Maryland
  7. Nepal Oil Corporation: About us, consultato il 12 novembre 2015
  8. UN concerned over quake victims’ woes. The Kathmandu Post, 10.11.2015
  9. Fuel shortage affects Red Cross services. The Kathmandu Post, 11.11.2015
  10. Nepal police shoot dead Indian protester at border. BBC, 02.11.2015
  11. School officials fear a loss of academic year. The Kathmandu Post, 16.11.2015
  12. UN SG Ban Ki Moon underlines Nepal’s right of free transit. The Kathmandu Post, 12.11.2015
  13. United Nations Treaties Collection, Chapter X, International Trade and Development, Convention on Transit Trade of Landlocked States, 
  14. Uprety K. Transit Regime for Landlocked States, International Law and Development Perspectives. Washington DC: The World bank, 2006
  15. Blanchard JMF, Ripsman NM. Statecraft and Foreign Policy: sanctions, incentives and target state calculations. Routledge, 2013
  16. Government of Nepal, National Planning Commission Secretariat, Central Bureau of Statistics, National Population and Housing Census 2011, (National Report), Volume 1, Kathmandu
  17. Prashant J. Battles of the New Republic, a contemporary history of Nepal. New Delhi: Aleph Book Company,  2014. Pag. 171
  18. Nepal Oil Corporation: About us, consultato il 12 novembre 2015
  19. Nepal strikes deal with China for fuel import. The Himalayan Times, 28.10.2015
  20. Rasuwagadhi road too narrow for big trucks, tankers. Repùblica, 09.11.2015
  21. Protest, supply cost nation Rs 1tn, claims FNCC. The Himalayan Times, 20.10.2015
  22. Repercussions of political unrest threatens to envelop economy. Repùblica, 12.11.2015
  23. Tarai FM contents to face scrutiny. The Kathmandu Post, 11.11.2015
  24. Talks between govt reps and SLMM inconclusive.  The Kathmandu Post, 19.11.2015

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