Paesi in via di sviluppo, i mercati emergenti di Big Tobacco

fotoEugenio Racalbuto e Vieri Lastrucci

L’industria del tabacco sta allargando sempre più i propri interessi di mercato verso paesi a basso e medio reddito. Le aree urbane sono le zone maggiormente bersagliate dalle industrie, sicuramente più appetibili in quanto permettono di raggiungere un numero più elevato di persone con spese di marketing inferiori. Tutto questo, secondo accade contro la regolamentazione OMS, decisa a livello globale e entrata in vigore nel 2005.


Introduzione

Il consumo di tabacco è oggi la prima causa prevenibile di mortalità nel mondo. Se l’attuale livello di consumo dovesse rimanere inalterato, il tabacco arriverà ad uccidere circa 10 milioni di persone entro il 2025, di cui 7 milioni nei paesi in via di sviluppo, e avrà ucciso 1 miliardo di persone entro la fine del secolo. Data la varietà dei fattori che influenzano l’epidemia del tabacco, si rende necessaria un’azione globale coordinata che possa arginare l’influenza, di portata mondiale, dell’industria del tabacco[1].

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il consumo di tabacco tra il 1970 e il 2000, è più che raddoppiato nei paesi a basso e medio reddito, soprattutto in Cina e in numerosi stati africani, arrivando a coprire i tre quarti del consumo globale[2]. La contemporanea diminuzione di fumatori nei paesi con un reddito più elevato, dovuta ad un incremento delle normative anti-fumo (vedi ad esempio divieto totale della pubblicità, restrizioni sul consumo in luoghi pubblici, aumento delle tasse e maggiori controlli sui rivenditori), ha spostato l’attenzione dell’industria del tabacco nei paesi a basso reddito. L’incremento della pubblicità e della promozione del consumo di tabacco, atta a persuadere i non fumatori, mira ad influenzare soprattutto gli adolescenti e le donne, le quali attualmente contribuiscono in minor parte al consumo di tabacco (nei paesi a basso reddito rappresentano circa il 9%)[3].

Il divieto di pubblicità è uno dei metodi più efficaci per ridurre il consumo medio di tabacco in una popolazione. Tuttavia, numerosi Paesi non hanno un divieto generalizzato su tutto il loro territorio, e solo il 6% della popolazione mondiale, nel 2010, è stato completamente protetto dalla pubblicità e dalle tattiche di promozione dell’industria del tabacco[4].

Evidenze recenti

Un gruppo di ricerca dell’ ”Environmental Profile of a Community’s Health Study” (EPOCH), ha confrontato la presenza di marketing di tabacco in 16 paesi con diversi livelli di reddito, distinguendo tra “Pull Marketing” (pubblicità e sponsorizzazione) e “Push Marketing” (rivenditori autorizzati e non). Questo studio, effettuato tra il 2009 e il 2012, usa due principali metodi di ricerca: nel primo, i ricercatori hanno percorso 1 km di una data strada tenendo conto della densità di rivenditori e di pubblicità presente in quel tratto di strada; nel secondo sono state intervistate quasi 12,000 persone dei 16 paesi, per ottenere informazioni sull’esposizione alla pubblicità di tabacco nei 6 mesi precedenti l’intervista.

Percorrendo, un chilometro a piedi per ognuna delle 462 comunità degli stati con redditi diversi, i ricercatori hanno esaminato la frequenza di negozi muniti di sigarette e tabacco, di pubblicità disseminate per le città e di punti vendita appositi, distinguendo tra aree urbane ed aree rurali.
I risultati dell’osservazione hanno mostrato come nei paesi a basso reddito, quali lo Zimbabwe o il Pakistan, la pubblicità fosse 81 volte superiore a quella nei paesi ad alto reddito (Canada o Svezia), data la quasi totale assenza di pubblicità in questi paesi. Il marketing era più frequente (60%) nelle città che nelle aree rurali (Tabella 1). Anche per quanto riguarda i punti vendita, la loro frequenza di osservazione era di due volte e mezzo più alta nei paesi a reddito basso o medio basso rispetto a quelli a reddito alto. Tale differenza è principalmente riconducibile all’elevato numero di venditori ambulanti e chioschi nei paesi a basso e medio reddito, pressoché inesistenti, invece nei paesi ad alto reddito.
Tabella 1. Tasso di incidenza del push e pull marketing di tabacco, 16 paesi, 2009-2012

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Per quanto riguarda la seconda parte dello studio, ovvero i dati ottenuti tramite le interviste, questi hanno mostrato come l’esposizione ad almeno un tipo tradizionale di marketing (televisione, carta stampata, segnaletica, manifesti, radio e cinema) sia circa 10 volte superiore nei paesi a basso reddito rispetto ai paesi più ricchi. Indipendentemente dal livello di reddito, nei paesi studiati, l’esposizione alle pubblicità su poster, carta stampata, insegne/cartelloni e nei cinema risulta essere più alta nelle aree urbane che nelle aree rurali (rispettivamente del 60%, 55%, 65% e 50%). Mentre, non è stata rilevata una differenza significativa tra aree urbane e rurali per quanto concerne la sponsorizzazione in televisione e radio[5]. Questi risultati confermano come, visti anche i mancati introiti dagli stati ad alto reddito, l’industria del tabacco stia mirando ad allargare sempre più i propri interessi di mercato verso paesi a basso e medio reddito. Da sottolineare come le aree urbane siano le zone maggiormente bersagliate dalle industrie, sicuramente più appetibili in quanto permettano di raggiungere un numero più elevato di persone con spese di marketing inferiori[6].

Framework Convention on Tobacco Control (FCTC) e Big Tobacco

Tutto questo, secondo i ricercatori, accade contro la regolamentazione decisa a livello globale e entrata in vigore nel 2005. Si tratta della Framework Convention on Tobacco Control (FCTC) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, firmata da 180 paesi. Questa convenzione quadro rappresenta il primo trattato internazionale al mondo per la tutela della salute pubblica e stabilisce gli obiettivi e le linee guida che i firmatari sono tenuti a rispettare. Secondo l’art. 13 del FCTC gli stati firmatari devono attivarsi in direzione di un divieto generale della pubblicità del tabacco. Gli stati membri le cui costituzioni non permettano un divieto generale dovranno comunque limitare la pubblicità, la promozione e la sponsorizzazione di tali prodotti entro i limiti dei rispettivi quadri normativi nazionali[7]. Tuttavia, siglando tale accordo gli stati membri dimostrano semplicemente di sostenere il FCTC. Ognuno di loro dovrà poi ratificarlo, ovvero dare prova formale della propria intenzione ad applicare tale convenzione. Attualmente però solo 28 dei 41 stati africani ad aver ratificato il FCTC hanno concretamente sviluppato una normativa nazionale anti-fumo[8].

Dietro questa scarsa implementazione della normativa anti-tabacco nei paesi a basso e medio reddito, si può scorgere la longa manus dell’industria del tabacco. Infatti, frequentemente l’industria del tabacco cerca e spesso riesce ad interferire, attenuando o rallentando, le azioni dei governi sul controllo del tabacco. Tali manipolazioni di “Big Tobacco” sono attuate in diverse modalità (ad esempio attraverso attività di lobbying, sponsorizzazioni, gruppi di interesse e di pressione, minacce di azioni legali), le quali convincono i governi ad applicare una versione meno severa delle normative del FCTC [9], risultando in alcuni paesi in una quasi totale assenza di regolamentazione. In cima alla lista delle principali motivazioni addotte dagli stati a basso e medio reddito sulla mancanza di regolamentazione si trovano valutazioni di natura economica: la rinuncia agli introiti (tassazione) e all’indotto provenienti dall’industria del tabacco è vista – o voluta vedere – come una possibile causa di gravi complicazioni economiche, spesso anche grazie a numerose manipolazioni mediatiche[10]. Al contrario in queste valutazioni, i ben più alti costi economici, sociali e umani derivati dalle malattie fumo-correlate non sono considerati. Gli stati dei paesi a basso e medio reddito si trovano, così, ad essere vittime e complici dell’industria del Tabacco.

Nei paesi a basso e medio reddito, vista la sempre più crescente epidemia di tabacco e la contemporanea migrazione degli interessi di mercato da parte dell’industria del tabacco, risulta quanto mai urgente e fondamentale l’applicazione di una normativa più stringente sulle strategie di marketing di “Big Tobacco”, sul modello di quella applicata nei paesi più sviluppati. Solo attraverso un divieto totale della pubblicità è possibile ottenere una diminuzione rilevante del consumo di tabacco, visto che un divieto parziale risulta facilmente aggirabile e quindi, spesso, inefficace[11].

  • Eugenio Racalbuto, Centro di Salute Globale, Regione Toscana
  • Vieri Lastrucci, Centro di Salute Globale, Regione Toscana e Università degli Studi di Firenze

Bibliografia

  1. Mackay, M. Eriksen e O. Shafey, The Tobacco Atlas, 2a ed., Atlanta: American Cancer Society, 2006.
  2. Bill and Melinda Gates Foundation. Michael Bloomberg and Bill Gates join to combat global tobacco epidemic. Bill and Melinda Gates Foundation, 2008.
  3. World Health Organization. Enforce bans on tobacco advertising, promotion and sponsorship. WHO, Report on the Global Tobacco Epidemic, 2013.
  4. WHO report on the global tobacco epidemic, 2011: warning about the dangers of tobacco. WHO, 2011.
  5. Savell et al. The environmental profile of a community’s health: a cross-sectional study on tobacco marketing in 16 countries. WHO, 2015.
  6. Lee, P. Ling, S. Glantz. The vector of the tobacco epidemic: tobacco industry practices in low and middle-income countries. Cancer Causes & Control, 2012.
  7. Panoramica sulla Convenzione quadro per il controllo del tabacco (FCTC). Smoke Free Partnership, 2008.
  8. Mamudu, S. Veeranki. Role of the tobacco industry in implementation of the WHO FCTC in the WHO African region. American Association Public Health, 2014.
  9. Dhavan, K. Reddy. Implementing the FCTC in Developing Countries. John Hopkins Bloomberg School of Public Health, 2007.
  10. Tobacco and the developing world. Action on smoking and health. 2015
  11. Blecher. The impact of tobacco advertising bans on consumption in developing countries. Journal of Health Economics 2008

 


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