Governi e Big Sugar. La dolce vita

Shot Illustrating High Sugar Levels In Takeaway DrinksAdriano Cattaneo

Per molto tempo è stato il governo americano a difendere gli interessi dell’industria dello zucchero facendo pressioni sull’OMS per impedire risoluzioni che ne limitassero il consumo nella dieta. Negli ultimi anni anche il governo USA (Obama non è Bush) ha appoggiato le raccomandazioni dell’OMS. A obiettare sulle limitazioni del consumo di zucchero raccomandate dalla comunità internazionale è subentrato il governo italiano, con le affermazioni del Ministro Lorenzin:  “Non è facendo questo tipo di divieti che noi costruiamo la cultura dell’alimentazione”.


“Lo zucchero, nella dieta di una persona sana, non dovrebbe superare il 10% del totale delle calorie giornalmente necessarie; in pratica non più di 40 grammi al giorno.” Questa raccomandazione è contenuta in un rapporto congiunto OMS/FAO ed è stata formulata nel 2003 dopo un’accurata e completa revisione della letteratura allora disponibile sui danni per la salute causati da un eccesso di zuccheri semplici nella dieta[1]. Apriti cielo! I padroni dello zucchero, quelli cioè che ne dominano la commercializzazione e la trasformazione in alimenti industriali (Tabella 1), e che vedrebbero crollare i loro profitti se la raccomandazione fosse applicata, non ci misero molto a sollevare proteste di ogni tipo.

Tabella 1. I padroni dello zucchero

Queste 6 ditte, in ordine decrescente di dimensione, controllano i 2/3 del mercato globale dello zucchero Queste 10 ditte, in ordine decrescente di dimensione, trasformano oltre il 50% dello zucchero commercializzato
Czarnikow, UK Nestlé, Svizzera
Sucden, Francia Unilever, UK/Olanda
Dreyfus, Francia PepsiCo, USA
Cargill, USA CocaCola, USA
Tate and Lyle, UK Kraft, USA
Bunge, USA Mars, UK
Danone, Francia
Kellog, USA
Heinz, USA
Ferrero, Italia

Tra i paesi sede dei padroni dello zucchero, gli USA, le cui raccomandazioni all’epoca permettevano un consumo giornaliero fino al 25% del totale delle calorie (170 g era il consumo giornaliero dello statunitense medio), si distinsero perché, oltre alla lobby industriale, fecero ricorso alla pressione governativa nel tentativo di bloccare la risoluzione dell’Assemblea Mondiale della Salute (AMS) che nel 2004 avrebbe ratificato la raccomandazione del 10%.

La Sugar Association invia al Direttore Generale (DG) dell’OMS, il 14 Aprile 2003, una lettera che contiene la seguente citazione: “Se necessario, promuoveremo ed incoraggeremo nuove leggi che richiedano che futuri finanziamenti degli USA all’OMS siano elargiti solo se questa accetta che tutti i suoi rapporti siano sostenuti da preponderanti evidenze scientifiche, siano soggetti ad un ampio processo di revisione esterna, e siano completati da un’analisi economica degli effetti che tali rapporti avrebbero nei 192 paesi membri.” La missiva è accompagnata da lettere di appoggio di due senatori USA. Gli USA erano all’epoca i maggiori finanziatori dell’OMS (400 milioni di $ l’anno). E il rapporto congiunto OMS/FAO era stato redatto dai 37 maggiori esperti mondiali sull’argomento, compresi esperti USA.

Nel febbraio del 2004 il Consiglio Esecutivo (CE) dell’OMS, composto da rappresentanti di 32 paesi membri, analizza la bozza di risoluzione da presentare alla votazione dell’Assemblea Mondiale della Sanità(AMS), a maggio dello stesso anno. Gli USA fanno parte del CE e il loro rappresentante è William Steiger, figlio di un senatore, figlioccio di George H Bush e assistente di Tommy Thompson, segretario di stato USA per gli affari internazionali. Jeb Bush governava la Florida, dove si produce quasi tutto lo zucchero USA. Suo fratello, George W Bush, era stato eletto presidente anche grazie ai soldi dell’industria dello zucchero. William Steiger, il 5 gennaio 2004, scrive una lettera al DG dell’OMS chiedendo di bloccare il percorso della Strategia Globale su Dieta, Attività Fisica e Salute e di rivederne le raccomandazioni. Scrive tra l’altro: “Questi commenti rinforzano la nostra opinione che il ruolo dell’OMS dovrebbe essere strettamente quello di un’agenzia tecnica dell’ONU, che fornisce raccomandazioni basate su solide evidenze scientifiche che aiutino i paesi membri a sviluppare politiche nazionali di salute pubblica adeguate alle loro circostanze… Ci piace pensare che l’OMS si atterrà strettamente al suo mandato, vale a dire alla scienza e alla salute”. Allo stesso tempo fa pressioni su altri paesi rappresentati nel CE perché votino come gli USA. Grazie alle proteste di governi, istituzioni e associazioni di cittadini contro queste ingerenze, la risoluzione del CE passa ed è votata dall’AMS.

Marzo 2014: l’OMS decide di aggiornare le sue raccomandazioni del 2004 sull’ingestione di zuccheri semplici e diffonde una bozza nella quale ne raccomanda la riduzione al 5% delle calorie totali nella dieta giornaliera. Chiede un feedback a tutti: cittadini, esperti, governi, rappresentanti dell’industria dello zucchero e degli alimenti in generale. La stragrande maggioranza dei commenti sono positivi. L’industria fa le pulci a qualche frase, ma si guarda bene dall’esercitare lo stesso tipo di pressioni fatte 10 anni prima. Anche il governo USA appoggia con discrezione le nuove raccomandazioni: Obama non è Bush[2]. Il testo definitivo delle linee guida OMS è pronto per essere approvato dal CE e dall’AMS a febbraio e maggio 2015, rispettivamente[3].

A fare da bastian contrario questa volta è il governo italiano, per bocca della ministra Beatrice Lorenzin. A margine della seconda Conferenza Internazionale sulla Nutrizione, che si sta svolgendo a Roma, alla Fao, a novembre 2014, dice: “Non è facendo questo tipo di divieti che noi costruiamo la cultura dell’alimentazione. Dobbiamo invece proporre il modello della dieta mediterranea ed educare famiglie e bambini a mangiare bene e anche a fare attività fisica”.

Deviare l’attenzione dal prodotto incriminato ad altri argomenti è una delle strategie più usate dall’industria per prevenire o per lo meno addolcire eventuali raccomandazioni o leggi potenzialmente dannose. Negli anni ’60, in maniera pionieristica, la Sugar Research Foundation (SRF) aveva finanziato illustri ricercatori di Harvard perché scrivessero una revisione che esaltasse il ruolo dei grassi saturi e minimizzasse quello dello zucchero nella genesi delle malattie cardiovascolari. Gli articoli da includere nella revisione furono scelti da SRF e il risultato fu pubblicato in due puntate dal New England Journal of Medicine nel 1967, ovviamente senza che se ne conoscesse l’origine. Da allora, e fino a poco tempo fa, le raccomandazioni sulla prevenzione del rischio cardiovascolare si concentrarono sui grassi e lasciarono in pace lo zucchero[4].

Più recentemente, per sviare l’attenzione dallo zucchero all’attività fisica, la Coca Cola ha creato il Global Energy Balance Network (GEBN), che diffonde, in websites e accounts di facebook e twitter gestiti da università, ma registrati da Coca Cola, affermazioni del tipo “Gli americani sono fissati con ciò che mangiano e bevono, ma non prestano sufficiente attenzione all’attività fisica”, oppure “No a tasse sulle bevande zuccherate e a restrizioni del marketing, meglio concentrarsi sulla promozione dell’attività fisica. Il tutto condito da abbondanti finanziamenti a pseudo progetti di ricerca e a congressi scientifici sull’attività fisica in varie università USA e in centinaia di scuole. Gli scienziati ora confessano che era Coca Cola a decidere quali progetti di ricerca realizzare e come presentarne i risultati: parlando solo di attività fisica, senza mai menzionare la dieta e meno che mai le bevande zuccherate[5].

Nel 2015, una serie di articoli pubblicati sul British Medical Journal denunciava una simile strategia, soldi dati dall’industria alimentare per finanziare ricerche che allontanassero dalla dieta il sospetto di un’associazione con l’obesità, in Gran Bretagna. Protagoniste dei finanziamenti, oltre alla Coca Cola, PepsiCo, Mars, Nestlé, Cereal Partners, Institute of Brewing and Distilling, Weight Watchers International, Sainsbury’s, Boots, Unilever, Kellogg Institute, GlaxoSmithKline e NutriLicious (una ditta di pubbliche relazioni specializzata nel trasmettere messaggi su salute e nutrizione per conto dell’industria alimentare)[6,7]. Tutto il mondo è paese, perché le strategie delle multinazionali sono globali e si adattano facilmente ai diversi colori dei governi locali.

Vuol dire che anche la ministra Lorenzin faceva il gioco dell’industria dello zucchero? Difficile dimostrarlo. Certo è che si era alla vigilia di Expo e che un atto di gentilezza verso l’industria degli alimenti sarebbe stato ben accolto dalla stessa. Certo è anche che uno dei due esperti della delegazione italiana che doveva discutere con l’OMS le linee guida sullo zucchero era un senior advisor della Ferrero[8]. Certo è infine che il 18 febbraio 2015 Matteo Renzi era presente, a rappresentare il governo italiano, ai funerali di Michele Ferrero, il fondatore dell’omonima ditta. E il presidente del consiglio visita l’azienda, tessendone le lodi, nel 2016, mentre la moglie ne visita lo stand a Expo. Evviva la Nutella!

 

 

Bibliografia

  1. Diet, nutrition and the prevention of chronic diseases. WHO Technical Report Series n. 916, Report of a joint WHO/FAO expert consultation. Geneva: WHO, 2003.
  2. Stuckler D et al. Textual analysis of sugar industry influence on the World Health Organization’s 2015 sugar intake guideline. Bull World Health Organ 2016;94:566-73.
  3. Guideline: Sugars intake for adults and children. Geneva: WHO, 2015.
  4. Kearns CE et al. Sugar Industry and Coronary Heart Disease Research. JAMA Intern Med 2016; doi:10.1001/jamainternmed.2016.5394
  5. O’Connor A. Coca-Cola Funds Scientists Who Shift Blame for Obesity Away From Bad Diets. Well.blogs.nytimes.com, 09.10.2015
  6. Gornall J. Sugar: spinning a web of influence. BMJ 2015;350:h231
  7. Gornall J. Sugar’s web of influence 2: biasing the science. BMJ 2015;350:h215
  8. Dentico N. Forza zucchero. Saluteinternazionale.info, 10.02.2015

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