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Animali al lavoro

Inserito da on 9 gennaio 2017 – 09:41Lascia un commento

Antiporta del volume: The fables of Aesop, with a life of the author, 2 volumi riccamente illustrato, John Stockdale, London 1793.

Franco Carnevale

Gli animali fanno parte a buon titolo della “classe lavoratrice”? Per secoli uomini e animali hanno lavorato fianco a fianco nello svolgimento di attività quotidiane, ma anche per portare a compimento grandi opere e conseguire numerose vittorie militari. Gli animali sono anche “martiri” del lavoro? Molti sono i casi descritti con precisione dove gli animali vivevano nelle industrie accanto ai lavoratori e dove, nei laboratori, sono impiegati per confermare o prevedere gli effetti nocivi di alcune sostanze.

È indubbio che la condizione del lavoratore umano e quella dell’animale “oprante” non umano spesso si sovrappongono, hanno avuto ed hanno a che fare con la schiavitù, con il dominio incondizionato e con lo sfruttamento bestiale di un animale sull’altro. È tuttavia sotto gli occhi di tutti un altro fenomeno, che appare come un corollario irresistibile del precedente: ci sono sempre stati e, secondo qualcuno, ci saranno degli “schiavi più schiavi degli altri”. George Orwell volendo illustrare satiricamente il totalitarismo sovietico con “La fattoria degli animali” racconta come gli animali “domestici” decidono di ribellarsi al padrone e di instaurare una loro democrazia; i maiali Napoleon e Snowball capeggiano la rivoluzione, ma lo scenario muta presto e Napoleon, epurato Snowball, modifica la costituzione dove viene sancito che “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”. Da questo momento la fattoria vive in un clima di dittatura sostenuta dalla repressione e di fatto si ristabilisce la “pace” e la “collaborazione” con gli uomini che ormai non appaiono più agli ex rivoluzionari molto diversi da loro.

Innumerevoli sono i casi, le situazioni nelle quali lavoratori umani ed animali diversi dall’uomo, volontariamente oppure no, calcano lo stesso palcoscenico infatti tante sono le “sindromi classiche” che emergono con forza nella lunga storia che coniuga salute e lavoro, dalle malattie da accumulo di polveri (in primis silice cristallina libera, polvere di carbone ed amianto) al fosforismo cronico, dal carbonchio ai danni da cloruro di vinile monomero, dal saturnismo alla patologia “psico-organica” da solventi organici. Di seguito vengono richiamate solo alcune di queste situazioni, in genere legate alla storia professionale di chi scrive[1].

L’accoppiata canarini-minatori di carbone è considerato un “cliché”, ben sperimentato; l’“aiuto” che il piccolo volatile può fornire all’uomo è stato suggerito da uno scienziato il quale arguendo che i suoi processi di ossidazione sono più rapidi, esso deve assorbire monossido di carbonio (presente nelle atmosfere esplosive, nel “grisou”) molto più rapidamente presentando i sintomi di avvelenamento in una frazione di tempo “utile”. In Gran Bretagna una legge del 1911 prevede la presenza di canarini in tutte le miniere di carbone, e prevede anche, “umanitariamente” che la gabbia in cui sono rinchiusi sia equipaggiata con una piccola bombola di ossigeno per rianimarlo; nel 1986 sono ancora 200 i “canarini dei minatori” pronti per il sacrificio ma vengono collocati in cassa integrazione, sia per la chiusura di molte miniere, sia per il sopravvento, ritenuto più vantaggioso, di una strumentazione elettronica.

Un medico di fabbrica della famigerata SLOI di Trento che produceva composti di piombo etilato impiegati come antidetonanti dei combustibili si è preoccupato di tramandare, con indubbia sincerità, senza ritegno alcuno, quanto succedeva ai lavoratori sotto i suoi occhi; egli in sostanza ammetteva, in una pubblicazione “scientifica”, che la quasi totalità degli operai risultavano intossicati e che venivano denunciati all’Istituto assicuratore soltanto i casi “meno lievi” perché, egli argomenta, se si dovessero denunciare tutti i casi lo stabilimento dovrebbe chiudere i battenti, sospendendo così una produzione indispensabile. Una incondizionata libertà di azione e l’obiettivo della produzione prima di ogni altra cosa spingono il medico a disegnare ed attuare una cruda sperimentazione, vedere cosa capita a quegli animali che invece di scappare sono costretti a dimorare negli stessi ambienti dove si ammalano gli operai: “[…] Fin dall’inizio, anch’io ho eseguito ricerche sperimentali su vari lotti di cavie poste, però, non in condizioni di avvelenamento da laboratorio, ma nelle comuni condizioni ambientali in cui venivano a trovarsi i nostri operai. Potei ben presto constatare che in un solo reparto l’atmosfera era fortemente tossica e tale da uccidere gli animali, naturalmente positivi continuamente e senza alcuna protezione, in 36-58 ore […]”.

La malattia da assorbimento di solfuro di carbonio esordisce nel settore della produzione di seta artificiale, all’inizio degli anni venti, con un quadro di psicosi acuta, spesso a carattere allucinatorio e non di rado sotto forma di episodi collettivi. Negli anni successivi i clinici del lavoro cominciano a veder giungere nelle loro corsie dalle fabbriche della seta artificiale, della quale presto l’Italia diventa il secondo produttore mondiale reclutando una miriade di giovanissimi lavoratori specialmente veneti, malati affetti da gravi danni neurologici: polineuropatie periferiche, rigidità simil-parkinsoniana, danno centrale bulbo-cerebellare e di tipo extrapiramidale, sono descritte in casistiche la cui numerosità in Italia (solo alcune centinaia di casi sono descritti in letteratura) raggiunse probabilmente picchi sconosciuti in qualsiasi altro paese. Si è voluto avere la conferma dei sintomi denunciati dagli operai ricorrendo a delle sperimentazioni su animali “in vivo” risultate inutilmente positive. Dei topi di fabbrica della Snia Viscosa di Padova chi scrive ha avuto notizie di prima mano, trasmesse da un loro abituale coinquilino, un operaio con palesi sintomi e segni di intossicazione cronica da solfuro che periodicamente veniva ricoverato, ancora alla fine degli anni ’60 del Novecento, presso l’Istituto di medicina del lavoro di Padova, lo stesso che una volta era stato visto parlare al telefono usando come cornetta il soffione della doccia. Il lavoratore, e non sembrava vaneggiasse, riferiva che di gatti neppure l’ombra ma di topi, specie in alcuni reparti, ed anche nel suo, ce n’erano sempre tanti sia di vivi che di morti; si meravigliava che nonostante i tanti di morti ne arrivassero ancora di vivi e si domandava senza saper rispondere cosa li attraesse; principalmente diceva che alcuni topi, prima di morire, si trascinavano prima sul treno anteriore e poi quasi sulla pancia e compivano delle “matisie”, delle cose strane, giravolte, aggressioni, e concludeva dicendo che camminavano e si comportavano nello stesso modo dei suoi compagni di lavoro più anziati e poi nello stesso modo in cui camminava e si comportava lui adesso.

Si era appena conclusa o era in via di esaurimento una precedente epidemia nei calzaturifici italiani, quella delle emopatie benzoliche, quando la letteratura specializzata non si stanca di descrivere, e dal 1963 al 1974 se ne contano almeno 400, casi di “polineuriti da arilfostati” poi divenute  “polineuriti da collanti” e quindi “dei calzaturifici” o da “solventi”. Il quadro è neurologico ed è preceduto da una sintomatologia aspecifica; la polineuropatia è sempre sensitivo-motoria, nonostante che molti autori tengano a sottolineare la netta prevalenza del deficit motorio trascurando l’interessamento sensitivo, specie quello rilevabile soggettivamente (parestesie, ipo-anestestesie, algie fugaci, dolenzia alla pressione delle masse muscolari, ecc.). Il fenomeno si manifesta periodicamente con maggiore incidenza verso la fine dell’inverno e solo in piccole o piccolissime aziende in precarie condizioni igieniche del lavoro; viene scoperto prima in alcune regioni del Nord Italia, poi si radica in quelle centrali e quindi più tardi e più a lungo in alcune meridionali, Campania e Puglia. Sorgono due interrogativi trascurati dai più ed anche dai tecnici: perché la patologia continua a proporsi con la stessa, se non addirittura con maggiore gravità per più di 15 anni? perché essa viene vista scorporata da fattori strettamente pertinenti: ambienti ristretti, scarsa ventilazione, inquinamento aereo, orari e ritmi eccessivi. I colpevoli invece diventano i tricresilfosfati (TCP), e ciò perché apparivano suggestive le correlazioni tra questa patologia e quella riscontrata in corso di epidemie da  triortocresilfosfato (TOPC) descritte in passato. A favore dell’ipotesi TCP che in teoria potevano trovarsi in alcuni materiali impiegati nei calzaturifici, deve avere giocato anche il fatto che dei medici del lavoro della Clinica del Lavoro di Milano hanno osservato “segni di chiara insufficienza funzionale dei due arti anche [a carico del]le galline che beccavano nei rifiuti industriali dell’opificio in cui erano insorti casi di polineurite”; osservazione poi confermata da una sperimentazione condotta con dei piccioni. Un altro studio sperimentale, fatto con gli animali “sbagliati”, era risultato negativo per l’n-esano, un solvente volatile, quello sì abbondantemente presente ed inquinante gli ambienti di lavoro, ha autorizzato qualcuno a sostenere la sua innocenza e che quindi il suo valore limite in fabbrica poteva non essere abbassato, cosa invece che era stata fatta con decisione già in altri paesi.

Gli studi sperimentali con animali sono spesso inconcludenti o contraddittori o superflui, specie quando sono mal disegnati e realizzati; alle volte sono serviti per giustificare il procrastinare di decisioni o di interventi che dovrebbero essere adottati subito e più ragionevolmente sulla base di considerazioni di altro genere; così è successo per la valutazione di alcune sostanze cancerogene per le quali quando c’era una evidenza di tipo epidemiologico si doveva attendere quella sperimentale e viceversa quando era già disponibile quella sperimentale.

Franco Carnevale (fmcarnevale@gmail.com), Firenze

 

Didascalia dell’immagine

Antiporta del volume: The fables of Aesop, with a life of the author, 2 volumi riccamente illustrato, John Stockdale, London 1793.

Nota

  1. Il testo che si offre alla lettura vuole essere principalmente informativo, di carattere genericamente culturale, e non ha l’intento di prospettare una posizione “ideologica” compiuta e rigorosa che l’autore in effetti non ha maturato; esso nasce principalmente dalla costatazione che in alcune vicende nelle quali si è consumata una tragedia della salute dei lavoratori, una epidemia, si trovano in qualche modo coinvolti altri animali diversi dagli uomini e dalle donne. La versione più estesa del presente testo, corredata di immagini e di una completa bibliografia, è comparsa in forma elettronica, nella rubrica “Libri e storie” collegato con il n. 6, novembre-dicembre 2016, di “Epidemiologia&Prevenzione”, scaricabile dal sito della rivista: Animali e lavoro… dove ci si domanda se «il lavoro nobilita gli animali»; si parla di animali martiri e delle sperimentazioni animali svolte nel contesto delle vicende riguardanti le malattie dei lavoratori nel Novecento; ci si interroga: «Gli animali fanno parte a buon titolo della “classe lavoratrice”?»; si accenna alle ipotesi di chi «facendo la storia dal basso» vede la «Resistenza, la Ribellione, e la lotta per l’Autonomia» degli animali.
    Animali e lavoro [PDF: 12 Mb]. Epidemiologia&Prevenzione n. 6; novembre-dicembre 2016; Rubrica/Libri e storie
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