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Cuori afflitti. Vita coniugale e sopravvivenza dopo l’infarto

Inserito da on 22 maggio 2017 – 10:45Lascia un commento

Giacomo Galletti

Chi risulta single al momento dell’infarto avrebbe meno probabilità di sopravvivere. Per contro, la situazione ideale post attacco di cuore è avere un matrimonio lungo e stabile, che nel tempo non venga compromesso da divorzi o, ahimè, dalla morte del coniuge, dato che tali eventi – come prevedibile – priverebbero il malato di importanti risorse socioeconomiche da investire nel recupero, acuendone la fragilità.


“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.”

Così iniziava il celebre romanzo di Tolstoj, molte pagine prima che l’eroina, Anna Karenina, finisse sotto un treno. L’incipit, tra i più famosi della letteratura mondiale, costituisce tuttavia una trappola per il lettore, che già dopo tre righe inizia a porsi due domande. La prima è scontata (a quale tipo di famiglia appartengo?); la seconda un po’ meno, e suona tendenzialmente così: perché e in quali modi diversi le famiglie possono essere infelici?

Scommetto che state già avanzando ipotesi: tradimenti, soldi, figli, generi, suocere, mare o montagna, lavori domestici, traslochi… qualcuno, però, potrebbe anche aver pensato che sì, tutto sommato, anche la salute, o meglio la sua mancanza, può condizionare profondamente la felicità di una famiglia. Ed è proprio questo aspetto che a noi interessa trattare ora, andando un po’ oltre e un po’ contro l’aforisma tolstoiano, cercando cioè di capire quali elementi comuni ci siano nelle famiglie “diversamente infelici” per cause di salute, e come questi elementi comuni possano influire sull’infelicità. Soprattutto se questa infelicità è causata da problemi di cuore (inteso come organo muscolare cavo).

La malattia cardiaca è la causa principale della morte negli Stati Uniti, tanto che quasi un milione di americani è destinato ad avere un attacco di cuore entro la fine di quest’anno. I fattori di rischio dell’infarto li conosciamo bene, mentre ciò su cui siamo meno ferrati è come i fattori coniugali contribuiscano alla sopravvivenza negli adulti affetti da cardiopatie.

Marital history and survival after a heart attack”[1] è un titolo che chiarisce molto bene l’intento dello studio pubblicato recentemente sulla rivista Social Science & Medicine da un professore e una ricercatrice della Duke University, a poche miglia da Raleigh, capitale del Nord Carolina. Matthew E. Dupre (autore), in particolare, non è nuovo a questo tipo di studi, dato che pochi mesi fa (dicembre 2016) aveva già pubblicato sul Journal of American Heart Association un articolo il cui titolo, “Marital history and survival after a stroke”[2], ci potrebbe indurre a guardare con una certa curiosità alla vita coniugale del professore.

Non cederemo però alla tentazione, tornando quindi ad affrontare i problemi del cuore.

Già alcuni studi pubblicati negli anni ’80, forse in reazione alla cultura sessantottina di allora, ammonivano gli adulti single sul maggior rischio di soffrire problemi cardiovascolari gravi. Gli autori della Duke University puntano invece l’obiettivo su cosa succede dopo l’attacco cardiaco, cercando di capire quanto a lungo si possa vivere a seconda dell’ “andamento” dello stato civile. Lo studio prospettico del corso di vita utilizza dati longitudinali per esaminare come varie dimensioni della vita coniugale influenzino la sopravvivenza in quasi 2200 anziani statunitensi che hanno subito un attacco di cuore. Tra costoro, coloro che non sono mai stati sposati, i divorziati o i vedovi (o meglio: i “divorziandi” e i “vedovandi”) avevano un rischio significativamente maggiore di morire dopo un infarto rispetto a chi aveva una vita matrimoniale stabile. I rischi, per giunta, non erano uniformi nel tempo: il rischio di morte aumentava del 12% a seguito di separazione, mentre diminuiva del 7% quando il periodo matrimoniale aumentava di un decimo la propria durata (concetto non facile; come a dire che 365 giorni dopo aver festeggiato le nozze di stagno, avrete  un bonus con la riduzione del 7% sul rischio di morte. Come Fidelity card non è male…).

Separazioni e divorzi, a questo punto, non sembrano roba per deboli di cuore: secondo gli autori dell’articolo, considerate più di una dozzina di fattori socioeconomici, psicosociali, comportamentali e fisiologici, sarebbe proprio lo stato civile al momento dell’evento acuto l’indicatore più robusto della sopravvivenza.

Sarebbero quindi le variabili “attuali” della vita coniugale quelle più opportune a stimare la durata della sopravvivenza dopo un infarto, piuttosto che quelle relative alle “transizioni coniugali” del passato. Laconicamente, chi risulta single al momento dell’infarto avrebbe meno probabilità di sopravvivere. Per contro, la situazione ideale post attacco di cuore è avere un matrimonio lungo e stabile, che nel tempo non venga compromesso da divorzi o, ahimè, dalla morte del coniuge, dato che tali eventi – come prevedibile – priverebbero il malato di importanti risorse socioeconomiche da investire nel recupero, acuendone la fragilità. Tra queste risorse, un ruolo importante sembra essere giocato dalla ricchezza disponibile da indirizzare a cure e riabilitazione, cui le famiglie stabili riuscirebbero ad attingere con maggior facilità.

Figura 1. Rischio di mortalità per situazione coniugale

Cliccare sull’immagine per ingrandirla

Pur con tutte le limitazioni del caso, il valore aggiunto dello studio starebbe quindi nel suggerire come la conoscenza dei rischi associati alla vita coniugale possa essere utile per personalizzare la cura e migliorare le prognosi per coloro che hanno subito un attacco di cuore.

Concludendo, il rischio di avere minori chance di sopravvivere ad un infarto sarebbe l’elemento che accomuna le meno fortunate tra le “famiglie infelici” tolstoiane. Probabilmente lo scrittore russo non concorderebbe con questa affermazione, dato che la sua opera e la sua vita scelgono strade diverse: Anna Karenina si getta sotto un treno, mentre l’autore stesso, molti anni dopo, scriverà questa lettera alla moglie al momento dell’abbandono:

« Ti ringrazio per i quarantotto anni di vita onesta che hai passato con me e ti prego di perdonarmi tutti i torti che ho avuto verso di te, come io ti perdono, con tutta l’anima, quelli che tu hai avuto nei miei riguardi. »

Due mesi dopo, presso la stazione ferroviaria di Astapovo, morì pure lui. Di polmonite.

Tirando le somme, la raccomandazione per vivere felici può essere sintetizzata in: adottate stili di vita sani, evitate le crisi familiari, ma, soprattutto, state lontani dalle stazioni!

Giacomo Galletti (Agenzia Regionale di Sanità, Regione Toscana) le cui interpretazioni, valutazioni e involuzioni esprimono punti di vista squisitamente personali.

Bibliografia

  1. Dupre ME, Nelsonb A. Marital history and survival after a heart attack. Social Science & Medicine 2016; 170: 114–123. https://doi.org/10.1016/j.socscimed.2016.10.013
  2. Dupre ME, Lopes RD. Marital History and Survival After Stroke. Journal of the American Heart Association: Cardiovascular and Cerebrovascular Disease 2016;5(12):e004647. doi:10.1161/JAHA.116.004647.

 

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