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La lezione di Jeremy Corbyn

Inserito da on 26 giugno 2017 – 10:06Un commento

Gavino Maciocco

Corbyn ha trascinato i ragazzi prima ai comizi e poi alle urne. Ha votato il 66,4% degli under 35 contro il 43% del 2015 e il 63% ha preferito Corbyn; la registrazione alle liste elettorali ha avuto un picco nei giovanissimi, 246 mila contro i 137 mila di due anni fa. Numeri che hanno spinto l’affluenza totale al 68,74% (32 milioni di elettori), più bassa solo del 1992. Nei seggi dove la partecipazione è salita del 5%, i laburisti hanno prevalso. Le città, i centri universitari sono color rosso Labour.


 

Jeremy Bernard Corbyn

Jeremy Bernard Corbyn, nato nel maggio del 1949 in una contea del sud-est dell’Inghilterra, è un politico di lungo corso. Militante del Partito Laburista – Labour – fin da giovanissimo, ha alle spalle una lunga carriera di membro del parlamento, iniziata nel 1983.

 

Una carriera intensa e combattiva, da posizioni decisamente di sinistra: dapprima contro le politiche del governo conservatore di Margaret Thatcher, come il sostegno alle lotte dei minatori gallesi, l’adesione ai movimenti anti-apartheid in Sudafrica (che gli costarono l’arresto). Fece opposizione anche all’interno del suo partito quando questo andò al governo – nel periodo 1997-2010 – sotto la guida di Tony Blair e alla fine di Gordon Brown. Opposizione in primo luogo contro le guerre in Afghanistan e in Iraq, ma anche contro lo spostamento sempre più a destra delle politiche economiche e sociali, con la riduzione del welfare state e la privatizzazione della sanità. Fu Blair infatti a inaugurare il processo di privatizzazione degli ospedali attraverso la Private Finance Initiative, contro cui Corbyn si battè strenuamente. Durante i governi Blair e Brown, Jeremy Corbyn si segnalò come il deputato più intransigente e autonomo dalle scelte del partito: votò infatti ben 428 volte contro le indicazioni del suo capogruppo.

Dopo le batoste elettorali del 2010 e del 2015, il Labour decise di mollare la trazione neoliberista alla Blair (nel frattempo scomparso dalla circolazione, ma imitato da molti, anche in Italia), e di mettersi nelle mani del suo opposto, Jeremy Corbyn appunto, che il 12 settembre 2015 viene eletto leader del Labour con una maggioranza del 59,5% dei voti, una delle più alte nella storia del partito.

Nell’aprile 2017, a sorpresa il premier conservatore Theresa May decise di anticipare le elezioni politiche per accrescere la sua maggioranza parlamentare e potersi sedere al tavolo delle trattative con l’Europa in condizioni di maggiore forza. La May, infatti, era convinta di poter sbaragliare con facilità il principale competitor, il Labour  di Corbyn, che si sarebbe presentato con un programma decisamente di sinistra, e quindi – secondo lei – appetibile solo per un’esigua minoranza di elettori.

Ed infatti il manifesto con cui Corbyn si presenta alle elezioni – dal titolo “For the many, not the few” (vedi Risorse) – contiene idee e programmi decisamente di sinistra. Basta leggere a pag. 19 il capitolo “Widening ownership of our economy”: riprendere in mano il possesso della nostra economia attraverso la (ri)nazionalizzazione di fondamentali beni di interesse pubblico come le ferrovie, le poste, l’acqua, l’energia. Il capitolo 7, intitolato Healthcare for all” (Assistenza sanitaria per tutti), contiene una difesa a tutto campo del National Health Service, di cui il Labour rivendica la paternità: “All’indomani della guerra e con la nazione in ginocchio fu il governo laburista a trovare le risorse per creare il National Health Service – il risultato di cui andiamo più orgogliosi – in grado di fornire un’assistenza sanitaria universalistica sulla base del bisogno e gratuita al punto di erogazione”.  Una difesa che prevede l’impegno solenne di abrogare la legge di riforma “Health and Social Care Act” introdotta dal governo conservatore nel 2013 che ha privatizzato il sistema mettendo “i profitti prima dei pazienti”, rendendolo più insicuro, iniquo e inefficiente.  Vanno inoltre contrastati – si legge nel manifesto – anche i più recenti obiettivi del governo noti come “Sustainability and Transformation Plans, STPs”, che prevedono una vasta riorganizzazione del sistema (con tagli di posti letto e chiusure di ospedali) in grado di produrre un risparmio di 22 miliardi di sterline entro il 2020.

Durante la campagna elettorale ad arroventare il già acceso dibattito sulla sanità è intervenuta la premier Theresa May con una proposta subito bollata come “Dementia tax”.  L’idea era quella di richiedere a coloro che ricevono un’assistenza socio-sanitaria a domicilio il pagamento delle prestazioni ricevute; non ai diretti interessati, ma ai loro eredi dopo il trapasso, nel caso che il patrimonio del defunto superasse le 100 mila sterline,  soglia facilmente superata da qualsiasi proprietario di abitazione.  Di fronte alla valanga di proteste contro una misura così impopolare la May ha dovuto fare marcia indietro promettendo che la proposta sarebbe stata oggetto di una vasta consultazione, ma la frittata era stata fatta (vedi l’articolo sul Guardian).

I risultati delle elezioni tenute lo scorso 8 giugno sono stati sorprendenti anche se non del tutto inattesi: a) Il Partito Conservatore di Theresa May ha perso 16 seggi e non ha raggiunto la maggioranza necessaria per governare da solo; b) Il Partito Laburista di Jeremy Corbyn ha guadagnato 34 seggi, ottenendo il 40% dei suffragi (a due soli punti dal Partito Conservatore) con un + 9,6% rispetto alle precedenti elezioni. Politicamente per Theresa May si è trattato di una disfatta, per Jeremy Corbyn di un trionfo.

Ma è l’analisi dei votanti che ha riservato il massimo della sorpresa: “Corbyn ha trascinato i ragazzi prima ai comizi e poi alle urne. Si sapeva della loro fascinazione, non che avrebbero invaso le «polling station». Ha votato il 66,4% degli under 35 contro il 43% del 2015 e il 63% ha preferito Corbyn; la registrazione alle liste elettorali ha avuto un picco nei giovanissimi, 246 mila contro i 137 mila di due anni fa. Numeri che hanno spinto l’affluenza totale al 68,74%, (32 milioni di elettori) più bassa solo del 1992. Nei seggi dove la partecipazione è salita del 5%, i laburisti hanno prevalso. Le città, i centri universitari sono color rosso Labour”[1].

Ma il Labour ha raccolto anche il consenso dei cittadini sfruttati e frustrati, impoveriti e umiliati a causa delle politiche neo-liberiste e dei continui tagli al welfare state, dei tantissimi Daniel Blake, magistralmente raccontati da Ken Loach nel suo ultimo film  (vedi il post Io Daniel Blake). E non è certamente un caso che il regista inglese abbia dato il suo prezioso contributo alla campagna elettorale di Corbyn producendo, tra l’altro, questo video in cui il leader del Labour sintetizza in pochi minuti il cuore della sua politica.

Labour’s latest election broadcast produced by Ken Loach – video

La lezione di Corbyn

Ci sono vari insegnamenti da trarre dall’esito delle ultime elezioni politiche nel Regno Unito.

Il primo e più importante insegnamento è che la sinistra – a dispetto di chi la considera una categoria superata – è viva e in grado di vincere (un sondaggio del 14.6 dà il Labour al 45% e i Tory al  38%). Una sinistra quella guidata da Jeremy Corbyn in grado di suscitare l’entusiasmo dei giovani e perfino dei giovanissimi e insieme di fornire una proposta credibile per la massa degli esclusi dal banchetto neoliberista per pochi.

“Ogni elezione è un scelta – si legge nella prefazione del manifesto. Ciò che rende questa elezione differente è che la scelta è chiara e semplice come non l’è mai stata. Da una parte i ricchi che diventano più ricchi, più bambini in povertà, il nostro sistema sanitario in rovina, le scuole e l’assistenza sociale in crisi. Oppure tu puoi votare per il partito che ha un piano per cambiare tutto questo, il Partito Laburista”.

Il secondo insegnamento è che la sinistra è viva e in grado di vincere se si presenta con un programma di sinistra, come quello contenuto nel manifesto “For the many, not the few”  e – aggiungiamo – se su quel programma ci mette la faccia un leader come Jeremy Corbyn, con una storia politica di assoluta integrità e coerenza, modesto e anticonformista.

Il terzo più che un insegnamento è un segnale. Il successo non solo elettorale di Corbyn – da quando è leader del Labour gli iscritti al partito sono aumentati di mezzo milione – rappresenta la fine del ciclo politico, almeno in UK, inaugurato vent’anni orsono da Tony Blair, all’insegna del motto “meno stato, più mercato”.

Quel ciclo – è bene ricordarlo – dette vita al “pensiero unico” del “turbocapitalismo”, dove gli interessi privati vengono prima degli interessi pubblici, dove i profitti vengono prima delle persone (vedi ad esempio Il caso Tamiflu e Big Pharma), in linea con quanto sentenziava qualche anno prima Ronald Reagan “Lo Stato non è mai la soluzione dei problemi. Lo Stato è il problema”.

Risorse

For the many, not the few. The Labour Party Manifesto 2017 [PDF: 4 Mb ]

 

Bibliografia

  1. Simoni A. Millennials, minoranze e poveri: il popolo di Corbyn alza la voce. La Stampa, 10.6.2017,
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Un commento »

  • Fabrizio Starace ha detto:

    Aggiungo al brillante articolo di Maciocco che Corbyn ha avuto nel suo “shadow cabinet” una ministra alla Salute Mentale, la deputata Luciana Berger,a conferma dell’attenzione che il Labour riserva alle aree di marginalità gravate dalla sofferenza psichica.

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