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Se l’1% si prende tutto

Inserito da on 29 gennaio 2018 – 10:404 commenti

Gavino Maciocco

Viviamo in un mondo dove un gruppo minuscolo di individui incredibilmente ricchi può esercitare un controllo spropositato sulla vita economica e politica della comunità globale. Nell’ultimo anno c’è stato il più grande aumento di miliardari nella storia: uno in più ogni due giorni. In 12 mesi i miliardari hanno incrementato la loro ricchezza di 762 miliardi di dollari. L’82% della nuova ricchezza creata nel mondo è finita nelle tasche dell’1% più ricco della popolazione, mentre neanche un centesimo di dollaro è andato al 50% più povero.


L’1% più ricco della popolazione mondiale possiede quanto il restante 99%, si legge nel Rapporto Oxfam 2018 – ‘An economy for the 99 percent ’ – diffuso alla vigilia del World Economic Forum di Davos. Già nel 2011 “We are the 99%”  fu lo slogan usato dai dimostranti che a New York  dettero vita al movimento “Occupy Wall Street” per denunciare gli abusi e i misfatti del capitalismo finanziario. “We are the 99,9% fu anche il titolo di un editoriale di Paul Krugman pubblicato sul New York Times nel novembre 2011.

Noi siamo il 99%’ è un grande slogan, scrive Krugman. Coglie perfettamente il problema di una classe media che si oppone a un’élite (e non verso i più poveri). Inoltre liquida la nozione comune ma sbagliata che la crescita delle diseguaglianze sia principalmente tra i più istruiti e i meno istruiti; i grandi vincitori di questa nuova Età Dorata (“Gilded Age”) sono un pugno di persone ricchissime, non i professionisti usciti dal college. Inoltre la percentuale del 99% dello slogan è bassa: gran parte dei profitti dell’1% vanno a un gruppo ancora più piccolo, il top 0,1%, l’uno per mille più ricco della popolazione”.

Se già dal 2011 era chiarissima la piega che aveva preso la globalizzazione, negli anni successivi la Gilded Age[1] si è ulteriormente, scandalosamente rafforzata. Nell’ultimo anno c’è stato il più grande aumento di miliardari nella storia: uno in più ogni due giorni. In 12 mesi i miliardari hanno incrementato la loro ricchezza di 762 miliardi di dollari. l’82% della nuova ricchezza creata nel mondo è finita nelle tasche dell’1% più ricco della popolazione, mentre neanche un centesimo di dollaro è andato al 50% più povero (Figura 1).

Figura 1. La manna miliardaria (da Oxfam)

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Strappiamo il potere dalle mani dei miliardari” (“Let’s wrench power back from the billionaires”), questo il titolo di un articolo del democratico Bernie Sanders pubblicato sul The Guardian lo scorso 14 gennaio[2], in cui, tra l’altro, si legge:

Ecco a che punto siamo come pianeta nel 2018: dopo tutte le guerre, le rivoluzioni e i summit internazionali degli ultimi cento anni, viviamo in un mondo dove un gruppo minuscolo di individui incredibilmente ricchi può esercitare un controllo spropositato sulla vita economica e politica della comunità globale. Nonostante sia difficile da capire, la verità è che le sei persone più ricche del mondo adesso possiedono più ricchezza della parte più povera della popolazione mondiale – 3,7 miliardi di persone. Inoltre, l’1% più benestante adesso ha più soldi del restante 99%. Nel frattempo, mentre i miliardari ostentano la loro ricchezza, quasi una persona su sette cerca di sopravvivere con meno di un dollaro e 25 al giorno e – orribile – circa 29.000 bambini muoiono ogni giorno per cause totalmente prevedibili come la diarrea, la malaria e la polmonite (…).

Non solo, ma in un periodo di enorme disuguaglianze di ricchezza e di reddito, le persone di tutto il mondo stanno perdendo la fiducia nella democrazia – nei governi scelti dal popolo, per il popolo e del popolo. Le persone sono sempre più coscienti che l’economia globale è stata truccata per favorire quelli che stanno già in alto a spese di tutti gli altri. E sono arrabbiate. Milioni di persone lavorano sempre di più per salari sempre più bassi rispetto a 40 anni fa, sia negli Stati Uniti che in molti altri paesi. Osservano la situazione, sentendosi indifesi di fronte ai pochi potenti che comprano le elezioni e a una élite politica ed economica che diventa sempre più ricca, mentre il futuro dei loro figli diventa sempre più cupo.

Al centro di tutta questa disparità economica, il mondo assiste a un’avanzata allarmante dell’autoritarismo e dell’estremismo di destra – che alimenta, sfrutta e amplifica il risentimento di coloro che sono stati lasciati indietro, e soffia sul fuoco dell’odio etnico e razziale. Adesso, più che mai, quelli di noi che credono nella democrazia e nei governi progressisti devono unire i lavoratori e le persone a basso reddito di tutto il mondo dietro a programmi che riflettano i loro bisogni. Invece dell’odio e delle divisioni, dobbiamo offrire un messaggio di speranza e di solidarietà. Dobbiamo sviluppare un movimento internazionale che affronti l’avidità e l’ideologia della classe miliardaria e che porti a un mondo di giustizia economica, sociale e ambientale. Sarà una lotta facile, questa? Ovviamente no. Ma è una lotta che non possiamo evitare. La posta in gioco è troppo alta.

La rivista Internazionale, nel numero del 19-25 gennaio, ha dedicato un ampio reportage alla globalizzazione, pubblicato sulla rivista inglese Prospect; titolo: “La globalizzazione sbagliata” di Dani Rodrik, economista dell’università di Harvard. “La globalizzazione è stata spacciata come un processo inevitabile e vantaggioso per tutti. In realtà – si legge nell’articolo – è stata realizzata in modo da favorire solo le grandi imprese e la finanza. Alimentando per reazione populismi e protezionismi” (…) “Fino a poco tempo fa il dibattito sulla globalizzazione era considerato un argomento chiuso, sia dai partiti di sinistra sia da quelli di destra. Il discorso del leader politico britannico Tony Blair al congresso del partito laburista del 2005 dà un’idea del clima politico che si respirava. ‘Qualcuno dice che dobbiamo mettere in discussione la globalizzazione’ dichiarò Blair, che all’epoca era premier. ‘Se è così tanto vale mettere in discussione il fatto che dopo l’estate c’è l’autunno’ ”.

Naturalmente contro quella globalizzazione si erano tempestivamente levate voci tanto critiche, quanto autorevoli – come quelle di Naomi Klein, Noam Chomsky, Joseph Stiglitz, Zygmunt Bauman, Tony Judt, Luciano Gallino, il già citato Paul Krugman, autori di testi fondamentali – e non sono mancati momenti globali di incontro, di discussione e di protesta – come il World Social Forum , ma tutto ciò non ha influenzato il corso delle cose, non ha posto alcuna barriera al fiume in piena del “pensiero unico” del turbocapitalismo.

Contro quella globalizzazione e contro le diseguaglianze da essa generate è stato scritto un Rapporto da parte della Commissione sui determinanti sociali di salute, istituita dall’OMS nel 2005, presieduta da Michael Marmot (e di cui facevano parte anche Amartya Sen e Giovanni Berlinguer). Il messaggio centrale del Rapporto è riassunto nella frase conclusiva dell’Introduzione:

“Affrontare queste diseguaglianze – le enormi e rimediabili differenze nella salute all’interno dei paesi e tra le nazioni – è una questione di giustizia sociale. Ridurre le iniquità nella salute è, per la Commissione sui Determinanti Sociali di Salute, un imperativo etico. L’ingiustizia sociale sta uccidendo le persone su larga scala”.

Il lavoro della Commissione è durato tre anni (dal 2005 al 2008, anno della pubblicazione del Rapporto) e si è articolato in vari sottogruppi tematici, di cui uno “Globalization Knowledge Network (GKN)” –  presieduto da Ronald Labonté e Ted Schrecker – si è occupato dell’impatto della globalizzazione sulla salute, producendo alla fine un Rapporto dal titolo “Towards Health-Equitable Globalisation: Rights, Regulation and Redistribution” (Vedi Risorse).

Il documento premette che la globalizzazione, quale strumento di integrazione globale dei mercati, ha avuto il merito di ridurre le diseguaglianze nel reddito su scala internazionale riducendo i livelli di povertà soprattutto in Cina e, in misura minore, in India.  Ma all’interno dei paesi le diseguaglianze socio-economiche – e di conseguenza anche le diseguaglianze nella salute – sono rapidamente cresciute, soprattutto in quelle aree del mondo che sono state vittime dell’integrazione globale dei mercati, che – a causa di ciò – hanno visto chiudere fabbriche e decentrare i processi produttivi.

Al riguardo la Figura 2 schematizza i meccanismi attraverso i quali la globalizzazione influisce  sulla salute della popolazione.

Figura 2. Globalizzazione e determinanti sociali della salute

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Il primo e principale effetto è quello di produrre un aumento della stratificazione sociale, dilatando la forbice tra classi sociali, infatti la liberalizzazione delle importazioni ha pesantemente ridotto il reddito dei lavoratori nei settori che riforniscono il mercato interno. Ciò provoca un’esposizione a nuovi rischi (maggiore stress cronico, alcolismo, etc) e anche una maggiore vulnerabilità (peggiore alimentazione, riduzione delle difese immunitarie, etc) che si può associare a difficoltà ad accedere alle cure in caso di malattia, di dover pagare cifre elevate per pagare un ricovero o una prestazione specialistica (o essere costretti a rinunciarvi), innescando così quella che viene definita la “trappola della povertà”(malattia-povertà-malattia-…). Nei paesi con alto debito inoltre le politiche di austerità imposte dalle istituzioni internazionali riducono le risorse disponibili per la sanità pubblica rendendo ancora più precaria l’accessibilità ai servizi sanitari per le fasce più povere e fragili della popolazione e dilatando ancora una volta le diseguaglianze nella salute.

Torniamo al Rapporto 2018 dell’Oxfam  ‘An economy for the 99 percentdove si trovano le sue proposte, riassunte in tre punti:

  • porre un limite ai profitti degli azionisti e ai compensi dei top manager e garantire che tutti i lavoratori ricevano un salario “minimo” che consenta loro di avere una vita decente.
  • Eliminare il gap di genere nello stipendio e proteggere i diritti delle donne lavoratrici.
  • Far pagare più tasse ai benestanti e reprimere l’evasione fiscale per aumentare la spesa pubblica per sanità e istruzione.

Risorse 
Towards Health-Equitable Globalisation: Rights, Regulation and Redistribution. Final Report to the Commission on Social Determinants of Health. Globalisation Knowledge Network final report, 29 June 2007

Bibliografia

  1. Gilded Age, è un periodo della storia americana che va dal 1870 agli inizi del 900 caratterizzato dalla corruzione politica e economica e da forti proteste sociali. The Gilded Age è anche il titolo di un romanzo scritto da Mark Twain nel 1873.
  2. Bernie Sanders. Let’s wrench power back from the billionaires. The Guardian, 14.01.2018
    Tradotto in italiano: Bernie Sanders: togliamo il mondo dalle mani di un gruppo minuscolo di miliardari . L’Argine, 16.01.2018

 

 

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4 commenti »

  • Massimo Serventi ha detto:

    Tutto vero e condivisibile.
    Vero anche e’ il fatto che il numero dei poveri nel mondo e’ diminuito. Di parecchi milioni, soprattutto in Cina.
    Questo grazie al capitalismo, ossia grazie ai grandi investitori ricchi che danno lavoro ai poveri. Essere ricchissimi non e’ un crimine o un danno alla societa’. Non pagare le tasse (progressive) dovute invece lo e’. Abito in una nazione ricchissima ma impoverita da governanti rapaci, corrotti e incapaci. Sono i veri responsabili dei bimbi malnutriti e della loro morte.
    Ed e’ cosi’ per tante altre nazioni africane.
    Gradisco essere corretto.
    Massimo
    Dodoma

    • gavino ha detto:

      Massimo, è vero che la globalizzazione ha fatto uscire dalla condizione di indigenza assoluta circa un miliardo di persone (e c’è anche scritto nel post: ” la globalizzazione, quale strumento di integrazione globale dei mercati, ha avuto il merito di ridurre le diseguaglianze nel reddito su scala internazionale riducendo i livelli di povertà soprattutto in Cina e, in misura minore, in India.”.
      Il problema dei “ricchissimi” non è (solo) che non pagano le tasse, ma che sono in grado di influenzare le politiche globali a loro favore in modo che siano solo loro e una sparuta minoranza a loro vicina a spartirsi la torta. In più arricchendosi sfruttando in maniera scandalosa il lavoro altrui, come avviene con Amazon anche in Italia.
      I “ricchissimi” poi tollerano senza alcun problema la presenza di governanti rapaci, corrotti e incapaci, purchè assecondino i loro interessi (cosa che avviene regolarmente).

    • Giorgio Cortassa ha detto:

      Caro Massimo
      riguardo a cio’ che e’ successo e che succede in Cina: si tratta sempre di qualcosa di molto complesso e di non trasparente, soprattutto ovviamente per chi osserva tale pianeta dall’esterno. Inoltre se basiamo la definzione di “poverta’” sul solo introito economico stiamo facendo una supersemplificazione fallace. L’aumento del reddito andrebbe proporzionato al costo della vita. E la tecnicizzazione sanitaria, ad esempio, ha fatto aumentare il costo delle cure in maniera proporzionalmente assai maggiore di quanto non sia stato l’aumento del reddito, ragion per cui accade che oggi molti cinesi non possano pagarsi le cure! Inoltre per la paura di ammalarsi e di non potersi curare molte famiglie cinesi accumulano risparmi sottraendo risorse economiche ad altre possibili opzioni. Scrivere che in cina “n” milioni di persone sono state sollevate dalla poverta’ non ci dice quindi se queste persone oggi vivono meglio o peggio, il che e’ poi quello che conta. E che e’ molto complesso da studiare. Ti invito a leggere questo articolo scientifico che abbiamo pubblicato proprio qui qualche anno fa.

      Giorgio Mario Cortassa, Daniele Brombal: “Riforma sanitaria in Cina: too little, too late?” Salute Internazionale;

      http://saluteinternazionale.info/2012/05/riforma-sanitaria-in-cina-too-little-too-late/ 28 maggio 2012.

      Cordialmente
      Giorgio Cortassa

  • Massimo Serventi ha detto:

    Grazie.
    Chiaro.
    Soddisfatto.
    Max
    Dodoma

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