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Bilinguismo e famiglie multiculturali in Italia

Inserito da on 11 aprile 2018 – 09:05Un commento

 

© Fabrizio Dusi

Davide Bruno

Parlare le lingue che ci appartengono ci permette di trovare le parole per raccontare le nostre storie. Ci permette di rispondere a chi vorrebbe costruire e far circolare storie diverse da quelle che viviamo, basate sul razzismo, sull’intolleranza e sul pregiudizio. Ci permette, inoltre, di raccontare un mondo in cui ciascuno può finalmente trovare il proprio posto, più accogliente, più creativo e, infine, più umano. L’importanza della trasmissione della lingua materna sia per i figli dei migranti, sia per i figli delle cosiddette “coppie miste”, al fine di permettere loro l’accesso ad una rete di affiliazioni multipla e plurale.


A Genova, la città in cui sono nato, venivano chiamati “gabibbi” i migranti del sud Italia che non parlavano il dialetto genovese. Chissà se è stato per evitarci un simile trattamento che i miei genitori, provenienti da Palermo e per nulla avvezzi alla cadenza ligure, hanno sempre parlato a me e a mia sorella in italiano, riservando principalmente a loro stessi il dialetto siciliano, che parlavano con gusto nella terra dove sono cresciuti. Alla loro maniera, mi hanno trasmesso quel medesimo gusto non solo per la bella lingua di Pirandello, da cui sono ancora irresistibilmente attratto, ma per le lingue in generale, e la curiosità di impararne di nuove.

Questa curiosità per le lingue è stata nutrita ed è maturata in nuove scoperte anche all’interno del servizio di psichiatria dell’età evolutiva diretto da Marie Rose Moro a Bobigny, Parigi, dove ho trascorso un periodo della mia formazione professionale. Qui un gruppo di terapeuti riceve i pazienti migranti e le loro famiglie, alla presenza di un traduttore. Essere insieme nella stanza della consultazione e ascoltare la lingua in cui si esprimono i pazienti, ci permette di immaginare i mondi da cui provengono e che portano con sé, ripercorrendo con loro il viaggio che hanno fatto tra mondo di qui e mondo di laggiù, chissà quante volte ancora immaginato e fantasticato, con un biglietto di sola andata oppure per diverse andate e altrettanti ritorni. Durante questa bella esperienza ho partecipato ad un gruppo per la terapia dei disturbi del linguaggio, in particolare del mutismo selettivo extrafamiliare, con i bambini bilingui figli di migranti.

Si tratta di piccoli pazienti che parlano solamente tra le mura domestiche, che non permettono che la loro voce sia udita all’esterno. Cinque terapeuti di diversa origine conducono il gruppo, tutti bilingui, e cercano di fare dei collegamenti tra le diverse lingue e i diversi mondi giocando insieme ai pazienti, per opporsi ai meccanismi di scissione tra interno/esterno, straniero/familiare, conosciuto/sconosciuto, cui questo disturbo sembra rimandare. Molti dei bambini del gruppo presentavano, inoltre, problemi nell’articolazione delle parole in francese. Abbiamo quindi pensato che era necessario trovare un modo per oltrepassare la paura di parlare. Uno dei giochi possibili è rappresentato dal “telefono senza fili” dove uno dei partecipanti pensa ad una parola, di qualsiasi lingua, e la sussurra all’orecchio del vicino, che la ripete al vicino e così via fino all’ultimo componente del cerchio in cui si è disposti. La parola fa il suo viaggio, viene ascoltata, spesso trasformata nei diversi passaggi, per raggiungere la persona che l’ha pronunciata per prima, e che spesso, in un movimento di sorpresa, non la riconosce più! Avevamo per le mani qualcosa di molto simile al gramelot usato dagli attori, costituito da suoni e da parole che non necessariamente hanno un senso, ma che abbiamo costruito insieme, e che ci permettono di non avere paura di comunicare. A volte abbiamo messo in scena alcune storie con questa tecnica, provenienti da diverse parti del mondo, spesso raccontate dagli stessi genitori dei pazienti.

Al rientro in Italia ho continuato ad occuparmi di questi temi, all’interno della clinica e della ricerca, con lo sforzo di costruire dei dispositivi terapeutici adattati, per quanto possibile, alle persone che chiedevano una consultazione. La mia professione di psichiatra e psicoterapeuta all’interno dei servizi per adulti mi ha col tempo portato ad interessarmi ai genitori dei piccoli pazienti e alla creatività culturale che si gioca nelle famiglie di migranti e all’interno delle “coppie miste”, a cui sono dedicati due capitoli di un libro recentemente pubblicato per i tipi de “Il Pensiero Scientifico Editore”, dal titolo “Alle Frontiere della 180. Storie di migranti e Psichiatria Pubblica”.

Il matrimonio “misto”, tra coniugi di diversa provenienza culturale, era un tempo un fenomeno ultra minoritario in Italia, mentre oggi si presenta in forte espansione. Le migrazioni internazionali e la diffusione dei social network, che mettono in collegamento persone a volte molto distanti tra loro, hanno determinato l’espansione del mercato matrimoniale e la creazione di scenari familiari multiculturali e multilinguistici. Parlare una lingua non significa solamente essere in possesso di uno specifico codice comunicativo, ma anche entrare in contatto con un sistema culturale, con una visione del mondo ed essere portatori di determinati legami con le persone e le cose. L’acquisizione delle competenze linguistiche infatti, non si basa unicamente sulla maturazione dei relativi processi cognitivi, ma è intrinsecamente legata allo sviluppo affettivo del bambino e alla trasmissione intergenerazionale, tanto da costituire uno tra gli elementi identitari individuali e collettivi ritenuti più importanti dalle famiglie stesse. Una giovane madre russa, intervistata all’interno di una ricerca sui figli delle “coppie miste” compendia così queste riflessioni:

“La lingua è l’unica cosa che si può trasmettere, il resto non si può, perché bisogna vivere lì per trasmetterlo…”

Tutte le lingue creano legami ed è questo uno dei motivi per cui immaginare gerarchie in cui alcune, come l’inglese o l’italiano, siano valutate più di altre, come l’arabo o l’edo, non è giustificabile. A volte attraverso le lingue trovano risposte alcune delle domande fondamentali che ci poniamo come individui: chi sono? Da dove vengo? A chi appartengo? Bisognerebbe per questo incoraggiare, sia in campo scolastico, sia in campo sanitario, il bilinguismo di chi possiede affiliazioni culturali molteplici, perché la lingua materna funga da base valida per permettere al bambino di esplorare senza timore altre lingue e altri legami. Tale atteggiamento si oppone inoltre alla sensazione di espropriazione che provano i genitori migranti quando viene loro consigliato di non parlare la propria lingua ai figli, con il rischio che sia questo vissuto di perdita ad essere trasmesso, piuttosto che la sicurezza e il supporto che deriva dal parlare la propria lingua, quella del luogo in cui si è nati e della famiglia da cui si proviene.

  • Mi viene alla mente la storia di un giovane ragazzo adottato di nome Miguel(a), ricoverato in ospedale e molto in difficoltà nel parlare di sé e della sua storia. Durante il nostro primo incontro, dove appariva quasi mutacico, pensai di invitare alla consultazione una giovane infermiera originaria dello stesso paese di Miguel, il Perù. Durante le presentazioni, l’infermiera ripeté spontaneamente il nome del giovane paziente con il suo accento, che egli non aveva più sentito da quando era molto piccolo. Fu questo piccolo avvenimento che gli permise di parlare con me di ricordi, sensazioni e sentimenti che appartenevano ad un passato molto lontano e quasi dimenticato, mettendo finalmente il collegamento il mondo di qui e quello di laggiù, nonché il passato e il presente.

Parlare le lingue che ci appartengono ci permette di trovare le parole per raccontare le nostre storie. Ci permette di rispondere a chi vorrebbe costruire e far circolare storie diverse da quelle che viviamo, basate sul razzismo, sull’intolleranza e sul pregiudizio. Ci permette, infine, di raccontare un mondo in cui ciascuno può finalmente trovare il proprio posto, più accogliente, più creativo e, infine, più umano.

Davide Bruno, Psichiatra, psicoterapeuta, ASST Fatebenefratelli-Sacco, Milano

Illustrazione di copertina © Fabrizio Dusi

Nota

a) I nomi e i riferimenti non indispensabili alla comprensione del caso sono stati variati per ragioni deontologiche.

 

Bibliografia

  1. Bruno D. Alle Frontiere della 180. Storie di migranti e psichiatria pubblica. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2017.
  2. Bruno D, Balottin U, Berlincioni V, Moro MR. Bilingualism, language disorders and intercultural families in conetmporary Italy. Family relations, transmission of language and representation of otherness. Culture, Medicine and Psychiatry 2016;40:12-34
  3. Moro MR. I nostri bambini domani. Milano: Franco Angeli, 2011.
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