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9 minuti di paura. Trump, il muro e i migranti

Inserito da on 14 Gennaio 2019 – 09:47Lascia un commento

Marzia Ravazzini

9 minuti per dire ancora una volta agli americani che lungo il “border” con il Messico è necessaria una barriera fisica: non è più un muro di cemento, ma d’acciaio. Nel suo discorso, Trump ha reiterato la consueta retorica. Un mix di allarmi infondati e affermazioni false per alimentare ancora una volta la paura. Ma le bugie del presidente vengono ormai sistematicamente smascherate dai media americani. Nella loro replica al messaggio del presidente, i democratici hanno denunciato le politiche migratorie di Trump: separare le famiglie di migranti e riempire i centri di detenzione, dove oggi si trovano quasi 15 mila ragazzi e bambini.


 Muri da costruire, muri già esistenti, muri da scegliere in prototipi esposti scenograficamente, figli di migranti separati dai loro genitori, respingimenti crescenti, una carovana di migranti in cammino – letteralmente a piedi – che si muove e si arresta, in parte dispersa a Tijuana, al confine tra Messico e Stati Uniti. Nel tempo la frontiera Messico – USA è diventata luogo simbolo di uno dei fenomeni del nostro tempo più rilevanti: i flussi migratori dal sud al nord del mondo, per sfuggire da povertà e violenza, alla ricerca di condizioni migliori di vita. Ogni anno circa 500 mila migranti provano a varcare confini a ogni latitudine molti vengono fermati, e rimandati indietro; molti muoiono di sete e di fame o nella traversata di deserti o mari (il Mediterraneo ma non solo).

Lo chiamano El bordo – o anche detto Muro della vergogna – la barriera di metallo che divide i due mondi tra la città di san Diego (USA) e Tijuana (Messico), alta tra i 2 e 4 metri – costruita a partire dagli anni 90. Attualmente si snoda per circa 1000 chilometri di frontiera, in tratti non continui, a volte con illuminazione di intensità altissima e sensori elettronici e strumentazioni per la visione notturna, oltre ad un sistema di vigilanza permanente – anche effettuato con veicoli ed elicotteri militari. Ed è proprio sul confine con il Messico che giovedì scorso si è recato Donald Trump. Soltanto pochi giorni prima, l’8 gennaio 2019, si era rivolto alla nazione parlando dallo Studio Ovale della Casa Bianca[1]. Una comunicazione solenne, che i suoi predecessori hanno sempre riservato ai momenti in cui tenere unita la nazione.

9 minuti per dire ancora una volta agli americani che lungo il “border” con il Messico è necessaria una barriera fisica: non è più un muro di cemento, ma d’acciaio. Secondo Trump è questo l’unico modo per fermare immigrazione illegale, traffico di droga e di esseri umani. Una crescente crisi umanitaria – così dichiara il presidente Trump nel suo discorso. “Siamo senza spazio per tenere i migranti e non possiamo rimpatriarli” ha detto ancora Trump, secondo cui l’immigrazione illegale “fa male agli americani”.
5,7 miliardi di dollari – è la cifra richiesta da Trump al Congresso, cioè ai contribuenti americani. Eppure la sua principale promessa in campagna elettorale – e uno dei motivi per cui i suoi elettori lo hanno votato – era che il Messico avrebbe pagato il muro. Ora invece il presidente chiede denaro per costruirlo. E contemporaneamente accusa i democratici di non volere la sicurezza degli Stati Uniti e di essere i responsabili dello shutdown, il blocco parziale dell’amministrazione federale in corso ormai da 22 giorni.

Nel suo discorso, Trump ha reiterato la consueta retorica. Un mix di allarmi infondati e affermazioni false per alimentare ancora una volta la paura. L’immigrazione irregolare, a suo dire, prosciuga risorse pubbliche e fa diminuire posti di lavoro a danno soprattutto di afro-americani e ispanici. Per il presidente degli Stati Uniti, erigere una barriera è una “solo una questione di buon senso”. Ma le bugie del presidente vengono ormai sistematicamente smascherate dai media americani. Durante il discorso, è stato effettuato un contestuale fact-checking[2] sulla veridicità delle sue affermazioni.

Ancora una volta – molte non corrispondono alla realtà dei fatti.

Due in particolare è bene segnalare:

  • in base alla stessa amministrazione Trump, il numero di arresti di immigrati irregolari è diminuito. Dal picco di oltre 1,6 milioni nel 2000, a circa 400mila nel 2017-18. (Figura 1)
  • La droga proveniente dal Messico di cui parla il presidente – secondo molte ricerche – transita in gran parte dai posti di frontiera ufficiali.

Perciò il muro – o la barriera d’acciaio per cui Trump chiede i soldi al Congresso – in questo senso non servirebbe molto.

Figura 1. Immigrazione illegale dal Messico dal 2000 al 2017,

Fonte: [6]

Ma le cifre ufficiali offrono anche altri dati che è bene tenere in mente:

  • è aumentato il numero di minori non accompagnati e di famiglie di immigrati e richiedenti asilo in arrivo negli Stati Uniti;
  • ed è vero che l’amministrazione fatica a gestirli. Stando alle testimonianze raccolte dalle uniche persone che hanno accesso ai centri di detenzioni (membri del Congresso e pochi altri) le loro condizioni sono a estremamente difficili, per la carenza di spazi adeguati.

Nella loro replica al messaggio del presidente, i democratici hanno denunciato le politiche migratorie di Trump: separare le famiglie di migranti e riempire i centri di detenzione, dove oggi si trovano quasi 15 mila ragazzi e bambini. “Trump gioca sulle paure”, ha detto la presidente della Camera Nancy Pelosi, secondo cui il presidente chiede soldi agli americani per risolvere una “crisi” creata anche dalle sue stesse politiche sull’immigrazione. Stando ai democratici, è invece necessario separare lo shutdown dal braccio di ferro sulla questione del finanziamento del muro al confine.

I primi a pagare le conseguenze dello scontro tra Casa Bianca e Congresso (la Camera a maggioranza democratica) sono i circa 800mila lavoratori federali coinvolti ormai da 20 giorni nello shutdown. Metà di loro lavora gratis, l’altra metà è in congedo obbligatorio. Interessante notare che dietro questo “braccio di ferro”  – o come si dice qui, “gioco politico del più forte” – si nascondono implicazioni molto serie, anche sul tema salute. Nella complessità del sistema politico americano, infatti, parte dei fondi del HHS – Department of Health and Human Services –, assieme al NIH – National Institutes of Health derivano dal FDA –, Department of Agriculture, and Food and Drug, attualmente in stallo per la crisi in corso. Lo shutdown coinvolge anche l’IHS – il Servizio per la Salute dedicata agli Indiani, soprattutto per i fondi collegati ai programmi preventivi di salute nelle terre tribali[3].

I democratici stanno cercando di riaprire subito le attività federali. Ma restano caparbiamente intransigenti sul finanziamento al Muro. Non lo vogliono.  Sulla necessità di garantire sicurezza al confine quindi si dicono d’accordo anche i democratici. Sul muro, no. Ed è proprio su questo muro che si legge: “Frontiere: cicatrici nella terra”, una scritta di protesta dipinta sulla barriera[4]. Vale forse la pena soffermarsi su di una riflessione di fondo, non certo nuova, ma legittima in questo caso. Ossia la continua sovrapposizione di significato tra “border security” e “migration” – ossia tra sicurezza al confine e migrazione. Riportando la voce di Victor Manjarrez – direttore associato del Centro per la legge e il comportamento umano all’Università del Texas, a El Paso, intervistato dall’emittente NPR -: “c’è confusione tra i due termini, appunto, che non sono affatto la stessa cosa”[5]. Da agente Border Patrol del confine operativo nei primi anni 2000, ora in pensione, precisa che i report del Dipartimento di stato non offrono nessuna evidenza credibile rispetto al movimento di terroristi (indicato anche dalla Casa Bianca, ma che avviene soprattutto da altri ingressi) e dei più pericolosi narcotici lungo il confine del Sud, che piuttosto vengono introdotti illegalmente attraverso auto che transitano per i porti di ingresso ufficiali. Ed è crisi emergenziale proprio nell’anno in cui dal confine Usa con il Messico si riportano il minor numero di ingressi degli ultimi 10 anni?[6] Si commenta infine da sé la notizia della scorsa notte: secondo la CNN Trump dirotterà i fondi che erano stati stanziati per gli aiuti ai paesi colpiti dai recenti uragani – Texas e Porto Rico –  pur di dare il via alla costruzione della barriera. Una ulteriore prova di forza che potrà portare ad uno scontro politico duro e che coinvolgerà anche le popolazioni colpite dai disastri climatici.

In questi mesi le domande di media e osservatori si sono incentrate sull’esito della carovana, sui dati veri o reali collegato ai migranti e alla criminalità, sulle paure che dividono e quelle che uniscono… invece, la questione che bisognerebbe porsi è: perché partono? Quali storie hanno? Perché la carovana rappresenta solo il picco di un esodo che è continuo? Quali le responsabilità dei Paesi di partenza e anche degli Stati Uniti che alzano muri senza fare una valutazione sulle loro macro politiche, remote o più recenti? Che finalità hanno davvero i toni della paura?

Marzia Ravazzini. Antropologa culturale e medica, ha come interessi scientifici povertà, salute e vulnerabilità. Nel no profit e nella cooperazione internazionale da oltre 15 anni, da tre anni vive a Wahington DC e collabora con la Georgetown University (Health Law Initiative) e la Fondazione FBK ad un progetto di Salute Globale e nuove tecnologie digitali.

Note

1. President Trump argues for border wall funding: full speech on January 8, 2019

2. Trump’s Speech to the Nation: Fact Checks and Background. Nytimes.com, 09.01.2019

3. Editorial: 2019 in the USA: shutdowns and showdowns. The Lancet 2019; 393:103

4. Luzzato S. Quel muro messicano che separa il sogno dal bisogno. Il Sole24ore, 14.11.2009.

5. www.npr.org in Monica Ortiz Uribe, Border Residents Remain Skeptical About The Need For An Expanded Wall January 9, 2019 – “We confuse border security and immigration as one and the same,” said retired Border Patrol agent Victor Manjarrez. “And they’re not.”

6. 2017, Border Security Report – vd allegato qui di seguito.

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