La patrimoniale? Ma quando mai!

Gavino Maciocco

Nel libero mercato il rendimento dei capitali è maggiore della crescita economica di un paese e ciò – soprattutto nelle fasi di crisi – concentra la ricchezza nelle mani di chi già possiede molto, togliendola alla middle class e alle classi più povere. Per contrastare le crescenti diseguaglianze economiche servirebbe l’intervento pubblico, attraverso la tassazione progressiva dei patrimoni, la “patrimoniale”

Ogni anno, da alcuni anni, Oxfam (Oxford Committee for Famine Relief, il nome esteso in inglese) – confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale, attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo – produce un rapporto sulle diseguaglianze economiche nel mondo. Ogni anno è sempre peggio: la concentrazione della ricchezza è nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone: dall’analisi di Oxfam risulta, infatti, che 26 individui possiedono attualmente la stessa ricchezza dei 3,8 miliardi di persone che compongono la metà più povera dell’umanità; l’anno scorso erano 43.  Il rapporto Oxfam pubblicato lo scorso gennaio – dal titolo “Bene pubblico o ricchezza privata?” – analizza in particolare l’ineguagliabile potere che i servizi pubblici come istruzione e sanità hanno nella lotta alla povertà, alla disuguaglianza e all’ingiustizia di genere  (Vedi il rapporto Bene pubblico o ricchezza privata?).

Le diseguaglianze non nascono dal nulla, osserva Joseph Stiglitz (premio Nobel per l’economia) nel suo libro “The price of inequality”[1]. Esse sono il frutto dell’interazione tra forze del mercato e macchinazioni politiche. Negli anni i politici hanno plasmato il mercato in modo da avvantaggiare coloro che sono al top, a spese del resto della società. Il problema è esploso negli ultimi decenni: ancora agli inizi degli anni 80 – osserva Stiglitz – l’1% più ricco degli Stati Uniti deteneva il 12% della ricchezza nazionale, trent’anni dopo quell’1% più ricco detiene un terzo della ricchezza nazionale. Dagli anni 80 in poi si è assistito alla crescita esponenziale della ricchezza dell’1% – e più ancora dello 0,1% – più ricco della popolazione a scapito del resto della società come mostra la Figura 1.  La Figura 2, tratta dal Rapporto Oxfam 2019, mostra uno degli aspetti che hanno dilatato le diseguaglianze nella società: il taglio delle tasse ai più ricchi.

Figura 1. Diseguaglianze nell’incremento del reddito tra diverse fasce di ricchezza della popolazione USA. Anni 1979-2007.

Fonte: Bivens J, Mishel L. Occupy Wall Street are right about skewed economic rewards in the Unites States, October 26th, 2011

Figura 2. Riduzione della contribuzione fiscale dei ricchi e delle corporation in un campione di 20 paesi ricchi. Anni 1970-2015.

Gli anni ‘80, è utile ricordarlo, segnano l’inizio del processo di globalizzazione e del suo principale corollario: l’affermazione su scala planetaria delle politiche neo-liberiste in campo economico e finanziario.  “La globalizzazione dell’economia e della finanza – scrive David Coburn, in un articolo pubblicato nel 2000 su Social Science & Medicine[2] – sta portando a una nuova fase del capitalismo in cui aumenta il potere degli affari e diminuisce l’autonomia degli Stati: la conseguenza è lo strapotere delle dottrine e delle politiche del mercato. Il declino del potere della classe lavoratrice rispetto a quello del capitale “globale” è caratterizzato dall’attacco al welfare state, dal predominio degli interessi delle imprese. Tutto ciò è associato a una minore capacità di contrattare politiche egualitarie e universalistiche nel campo dell’istruzione, della previdenza e dell’assistenza sanitaria e determina inevitabilmente una più elevata disuguaglianza nel reddito, una minore coesione sociale e, direttamente o indirettamente, un peggiore stato di salute della popolazione”. Tutto ciò ha rappresentato, negli ultimi  anni, il terreno di coltura su cui si sono sviluppati e hanno avuto successo i movimenti  “sovranisti” e “populisti” in varie parti del mondo, Italia compresa.

OXFAM a Dimartedì

Lo sa Floris che l’80% della produzione di ricchezza prodotta lo scorso anno nel mondo, e anche in Italia, è andata a finire nelle mani dell’1% più ricco, l’ha detto Oxfam”, parola di Alessandro Di Battista, leader M5S, ospite della trasmissione Dimartedì su La7, dello scorso 12 febbraio[3]. Il concetto è stato espresso e ripetuto con particolare enfasi. A questo punto a Giovanni Floris si è accesa una lampadina: se il Numero 2 del principale movimento politico nazionale agita in modo così deciso la questione delle diseguaglianze economiche all’interno della società, avrà pure una soluzione, magari avrà letto il libro di Thomas Piketty che sostiene la necessità di introdurre una tassa progressiva sui patrimoni. Ed è per questo che Floris getta sul piatto la domanda: “State pensando a una patrimoniale?”. “Ma quando mai!”, risponde Di Battista.

Thomas Piketty e la formula r > g

L’economista francese Thomas Piketty, è autore del best seller internazionale “Le capital au XXI siècle“(2013)[4] che affronta  il tema della concentrazione della ricchezza negli ultimi 250 anni. La tesi di Piketty si riassume nella formula “r > g”, dove r,  il tasso di rendimento del capitale,  è maggiore di g, il tasso di crescita del prodotto interno lordo. Il libero mercato genera – soprattutto nei periodi di crisi – uno squilibrio tra i due tassi, a favore del rendimento del capitale, e ciò comporta un inasprimento delle diseguaglianze di reddito, concentrando la ricchezza nelle mani di chi già possiede molto e togliendola alla middle class e alle classi più povere. Per contrastare tali squilibri – sostiene Piketty – serve l’intervento pubblico, attraverso la tassazione progressiva dei patrimoni.

La patrimoniale? Ma quando mai! Esclama – a ragione – il rappresentante del M5S. Infatti il “Contratto per il governo del cambiamento” prevede l’esatto contrario di una tassa progressiva sui patrimoni. Prevede cioè la flat tax, come specificato nel “Contratto” a pag. 19: “Il nuovo regime fiscale si caratterizza come segue: due aliquote fisse al 15% e al 20% per persone fisiche, partite IVA, imprese e famiglie”. La flax tax, com’è arcinoto, avvantaggia i più ricchi, dilata del diseguaglianze e mette a serio rischio il gettito fiscale per finanziare i servizi pubblici, dalla sanità alla scuola. In sostanziale continuità con le politiche neo-liberiste che “sovranisti” e “populisti” a parole affermano di avversare.

Bibliografia

  1. Stiglitz JE. The price of inequality. New York: W.W. Norton & Company, 2012.
  2. Coburn D. Income Inequality, Social Cohesion and Health Status of Populations, Social Science & Medicine 2000; 51(1): 135-146.
  3. Trasmissione dello scorso 12 febbraio
  4. Edizione italiana: Piketty T. Il Capitale nel XXI secolo. Milano: Bompiani, 2016.

3 commenti

  1. Di Battista: un GENIO dell’economia internazionale! Come ha anche gia´ ben dimostrato con la brillante intuizione sul franco CFA. Come privarci di una simile mente ?

  2. se non ci fosse da piangere, la risposta di Di Battista alla domanda di Floris sembrerebbe una barzelletta.

  3. Caro Maciocco, chi non potrebbe essere d’accordo con la patrimoniale ma questo sano principio, come tutti quelli che lastricano la via dell’Inferno, non ha senso se non accompagnata da quella che noi potremmo chiamare evidence-based decision. Infatti per non essere punitiva dei “soliti noti” (leggi reddito fisso e pensionati) bisognerebbe 1. ridurre drasticamente l’evasione fiscale, 2. stabilire quale soglia scegliere per la tassa progressiva (già presente nel nostro ordinamento fiscale); 3. eliminare l’illusione che la patrimoniale dell’1% – e più ancora dello 0,1% – più ricco della popolazione a scapito del resto della società, possa essere sufficiente a ridurre le disuguaglianze. Personalmente punterei a ridurre prioritariamente le disuguaglianze di istruzione e culturali prima di quelle economiche o addirittura finanziarie (tipiche della patrimoniale)
    Cordiali saluti

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