L’infinito dramma dei Rohingya

Maurizio Murru

Dall’agosto 2017, oltre 700 mila Rohingya sono scappati dal Myanmar per sfuggire a violenze e persecuzioni. Ma chi sono i Rohingya e cosa sta succedendo fra il Myanmar e il Bangladesh?

Anche se vivono fra i pavoni, i corvi non possono diventare pavoni[1]. Con questa non brillante metafora le autorità militari del Myanmar hanno sottolineato che, anche se vissuti per secoli assieme ai Birmani, (i “pavoni”) i Rohingya (i “corvi”) non potranno mai essere “assimilati”. L’onnipotente esercito Birmano, il Tatmadaw, ha suddiviso la popolazione del paese in otto gruppi etnici (Bamar, Chin, Kachin, Karen, Kayah, Mon, Rakhine e Shan) a loro volta suddivisi nelle 135 “razze nazionali” i cui appartenenti sono riconosciuti come legittimi cittadini del Myanmar (Birmania fino al golpe del 1989). I Rohingya non fanno parte di nessuna di queste “razze nazionali”. La non logica conseguenza è che non hanno libertà di movimento, non possono iscrivere i figli alle scuole governative, devono accedere a reparti “separati” nelle unità sanitarie, devono chiedere il permesso governativo per sposarsi e possono avere un solo figlio, pena severe sanzioni[2].

Ufficialmente, in Myanmar, i Rohingya nemmeno esistono. Gli appartenenti a questa minoranza islamica vengono definiti “Bengalesi”, ritenuti originari del Bangladesh e a quel paese appartenenti. In realtà, esistono documentate prove della loro presenza nello Stato del Rakhine, nel nord-ovest del Myanmar, fin dal 1400[3,4]. Questa secolare e documentata presenza è interessante sotto il profilo storico ma irrilevante sotto quello dei diritti e della giustizia. È ovvio che i crimini compiuti contro i Rohingya non sarebbero giustificabili nemmeno se essa non fosse documentata. È ovvio ma vale la pena sottolinearlo visti gli sforzi fatti per negare tale presenza come se da essa dipendessero i diritti di questa comunità.

Dal 1886 il territorio dell’odierno Myanmar ha fatto parte della Provincia Indiana dell’Impero Britannico. Divenne una “colonia autonoma” nel 1937 ed indipendente nel 1948. Secondo il censimento del 2014, l’87,9% dei Birmani è Buddista, il 6,2% Cristiano e il 4,3% Musulmano. I Bamar, quasi tutti Buddisti, costituiscono circa il 70% della popolazione totale. Il paese è tormentato da numerosi conflitti etnici combattuti da vari gruppi armati. Nello Stato di Rakhine se ne contano due: l’Arakan Army (ostile sia al governo che ai Rohingya) e l’Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA). “Arakan” è l’antico nome di questo territorio. L’ARSA è comparso sulla scena nel 2016. I suoi componenti sono poco numerosi, poco armati e peggio addestrati. Il 25 agosto 2017 hanno attaccato diversi posti di polizia facendo una dozzina di morti. La reazione dell’esercito, “aiutato” da vari gruppi di “milizie civili”  è stata devastante.  Secondo Médecins Sans Frontières, in poche settimane, sono state uccise quasi 7000 persone e altre 3000 sarebbero morte di stenti, malattie o annegate nel tentativo di fuggire verso il Bangladesh, attraversando il fiume Naf[5]. In poche settimane, circa 720.000 Rohingya sono fuggiti in Bangladesh, nei due sotto-distretti di Ukhiya e Teknaf, parte del Distretto di Cox’s Bazar.  Qui vivevano già circa 200.000 Rohingya, anche loro fuggiti dal Myanmar a causa di violenze ed abusi, nel 1978, 1991 e 2012. Si stima che in Myanmar ne vivano, o sopravvivano, circa 250.000, la metà dei quali in campi per sfollati che sono, in realtà, campi di concentramento[6].

Il 24 marzo 2017 il Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha istituito una “Commissione di Inchiesta Internazionale Indipendente” col compito di stabilire i fatti legati alle violazioni dei diritti dei Rohingyia in Myanmar. La Commissione ha pubblicato un Rapporto di 440 pagine la cui lettura, dove descrive le atrocità commesse ai danni dei Rohingya da esercito, polizia e milizie, dovrebbe essere riservata a “stomaci forti”[7,8]. Il Rapporto accusa apertamente di “atti di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità” non solo i vertici dell’esercito ma anche quelli della Polizia di Frontiera oltre a milizie, politici e monaci buddisti (si potrebbe parlare molto della violenza dei buddisti, monaci e no, ma non è questa la sede). Non vengono risparmiate aspre critiche ad Aung San Suu Kyi, figlia del “Padre della Patria”, Premio Nobel per la Pace nel 1991 e attuale “Consigliere di Stato”, per il suo colpevole silenzio sui crimini descritti nel Rapporto. Infine, vengono citate anche le responsabilità delle varie Agenzie delle Nazioni Unite presenti nel Myanmar per avere adottato una attitudine passiva che sconfina nel “quieto vivere” e che, palesemente, non ha prodotto buoni risultati.

Il 7 maggio scorso, come è consuetudine in occasione dell’approssimarsi del nuovo anno Birmano, il governo del Myanmar ha amnistiato più di 6.500 detenuti. Fra loro, anche due giornalisti delle Reuters arrestati più di un anno fa per avere messo a rischio la sicurezza nazionale rivelando alcuni dei crimini commessi contro i Rohingya. Questo non significa affatto che Aung San Suu Kyi abbia “riconosciuto il genocidio” come alcuni giornali hanno scritto[9]. 

Attualmente, il Bangladesh ospita circa 920.000 Rohingya. Nemmeno qui vengono chiamati “Rohingya”: vengono definiti “Forcibly Displaced Myanmar Nationals” anche se non hanno la nazionalità del Myanmar. A parte circa 15.000 che vivono da decenni nei villaggi locali, gli altri vivono in 34 campi, 26 in Ukhiya e otto in Teknaf. Nelle prime settimane del loro massiccio arrivo sono stati accolti con generosità e solidarietà. Da varie città partivano convogli di camion carichi di cibo, coperte e vestiti. Col tempo la solidarietà ha lasciato il posto prima all’indifferenza poi ad una malcelata ostilità. In teoria, i rifugiati (li chiameremo così per comodità, anche se tali non sono né come tali vengono riconosciuti dal governo Bengalese) non possono uscire dai campi. In pratica lo fanno. Cercano lavoro e, quando lo trovano, accettano, per forza di cose, retribuzioni miserevoli. Questo accentua l’ostilità nei loro confronti da parte dei numerosi sottoccupati locali, soprattutto impiegati nel settore agricolo e in quello edilizio.

Nonostante questa ostilità crescente, occorre riconoscere che il Bangladesh (160 milioni di abitanti su di una superficie che è meno della metà di quella italiana) ha fatto molto per accogliere questo massiccio influsso di rifugiati. Nelle aree attualmente occupate dai campi, fino all’Agosto 2017 c’era una foresta abitata da animali, specialmente elefanti. I primi rapporti sulla situazione descrivevano numerosi “incidenti fra umani ed elefanti”. Nel giro di poche settimane più di 4.000 ettari di terreno sono stati disboscati per far posto ai tuguri che i Rohingya riuscivano a costruire per ripararsi. C’erano, sul posto, cinque organizzazioni delle Nazioni Unite e cinque ONG internazionali. In pochi mesi si è riusciti a dare una organizzazione logistica e sociale a questa massa di disperati. L’Esercito Bengalese ha costruito strade, organizzato il territorio in campi e settori e nominato amministratori responsabili della loro gestione. Le organizzazioni delle Nazioni Unite hanno rapidamente raggiunto il numero di 15 e le ONG, nazionali ed internazionali, sono più di 200. Impossibile averne un censimento accurato dal momento che, accanto a quelle serie e preparate, ce ne sono molte velleitarie, impreparate o, nel peggiore (e frequente) dei casi, semplicemente opportuniste, che compaiono e spariscono nel giro di poche settimane.

I campi sono sovraffollati e le condizioni igieniche sono precarie. I problemi ambientali sono numerosi, gravi e ingravescenti. Ogni mese vengono raccolte circa 6.800 tonnellate di legna per riscaldarsi, costruire e cucinare. La falda acquifera si sta abbassando. L’area è ad alto rischio di inondazioni e frane e i cicloni sono frequenti[10]. Ogni giorno vengono prodotte circa 420 tonnellate di feci e 330 di rifiuti solidi. A dicembre 2018, le latrine erano circa 48.000 di cui 41.000 funzionanti e solamente 9.000 situate a non più di 100 metri da un sito per lo smaltimento del materiale fecale[11,12]. La sicurezza all’interno dei campi è un altro problema che si aggrava di mese in mese specialmente nelle ore serali. Gli stranieri e le ONG non possono restare dopo le 17 e la polizia locale è soprattutto impegnata a proteggere le comunità locali che vivono ai confini dei campi[13]. Nel dicembre 2017 il Ministro degli Interni Bengalese ha affermato che molti Rohingya sono coinvolti nel contrabbando di droga e armi[14]. Dal momento che non possono lavorare legalmente, molti Rohingya sono facile preda di piccole e meno piccole gang criminali attive anche nel traffico di esseri umani.

Nel settore sanitario, sono attive circa 200 organizzazioni e si contano circa 200 unità sanitarie di tipo e qualità molto variabili. Attualmente le strutture ospedaliere (vale a dire fornite di laboratorio, radiologia, sala parto e sala operatoria) sono cinque. Erano sei fino alla fine di dicembre 2018 ma il Comitato Internazionale della Croce Rossa se ne è andato poiché “la situazione non è più una emergenza” e, di conseguenza, è al di fuori del suo mandato. Solamente due ospedali si trovano all’interno dei campi. Gli altri sono nelle vicinanze. Questo è un aspetto importante dal momento che gli stranieri non possono restare all’interno dei campi dopo le 17 e tutti i chirurghi sono stranieri. Le unità sanitarie di primo livello sono gestite da medici bengalesi, per lo più giovani e senza esperienza. Analizzando i registri ambulatoriali si trovano molte “diagnosi” che, in realtà, sono la descrizione di sintomi e segni: febbre, tosse, dolori diffusi, stanchezza. I farmaci sono acquistati in loco dal momento che la produzione farmaceutica locale è ritenuta sufficiente dal governo e per l’importazione occorre un permesso. Sono disponibili ambulanze per il trasporto dei casi più seri. Sono veicoli noleggiati dalle organizzazioni che gestiscono le unità e adibiti al trasporto dei pazienti.

La distribuzione delle unità sanitarie non risponde a criteri di razionalità: alcuni campi sono serviti oltre il necessario mentre altri sono sotto serviti o, in un paio di casi, totalmente privi di servizi. Una razionalizzazione è tanto necessaria quanto difficile. Molte unità sanitarie erogano servizi di bassa qualità, sono vicine le une alle altre e dovrebbero essere chiuse. La costruzione di nuove strutture, sanitarie o educative, latrine, strade, è resa difficile dalla mancanza di spazio: per costruire nuove strutture occorre demolirne di esistenti, per lo più, abitazioni. Ma non solo. Alla fine di gennaio 2019 la Commissione Nazionale Per i Rifugiati ha approvato la costruzione di nuove strade all’interno dei campi e questo porterà alla demolizione non solo di abitazioni (i cui occupanti verranno trasferiti) ma anche di alcune strutture sanitarie.

I governi di Bangladesh e Myanmar hanno stipulato più di un accordo per il rimpatrio dei Rohingya ma nessuno di essi ha sortito risultati. Il governo Bengalese intende trasferire almeno 100.000 rifugiati sull’isolotto di Bashan, nel Golfo del Bengala, contro il parere di tutte le Organizzazioni Umanitarie. È evidente che queste centinaia di migliaia di disperati resteranno dove sono per decenni. Molti funzionari governativi Bengalesi lo ammettono anche se solo privatamente. Governo Bengalese, Paesi donatori  e Organizzazioni Umanitarie devono pianificare l’assistenza ai Rohingya nel lungo termine. Molto lungo.

Maurizio Murru, medico di sanità pubblica e Strategic advise for UNICEF’s Health Emergencies for mid and long term – Cox’s Bazar, Bangladesh

Bibliografia

  1. Human Rights Watch, September 18th 2018, Human Rights Council should create accountability mechanism for Myanmar atrocities
  2. Amnesty International, 2017, Caged without a roof, apartheid in Myanmar’s Rakhine State,
  3. Ibrahim A, 2018, The Rohingyas, inside Myanmar’s genocide, Hurst and Company, London, 2018
  4. Abdul Bari M, The Rohingya Crisis, a people facing extinction, Kube Publishing Ltd, Markfield Conference Centre, Ratby  Lane Markfield Leicestershire, LE67 9SY United Kingdom
  5. Médécins Sans Frontières, 2018, No one was left. Death and violence against the Rohingya in Rakhine State, Myanmar
  6. International Crisis Group, May 16th 2018, The Long Haul Ahead for Myanmar’s Rohingya Refugee Crisis, Asia Report N° 296
  7. Human Rights Council, September 17th 2018, Report of the detailed findings of the Independent International Fact-finding Mission on Myanmar, Human Rights Council Thirty-ninth Session, 10-18 September 2018, Agenda Item N° 4
  8. Human Rights Council, September 12th 20918, Report of the detailed findings of the Independent International Fact-finding Mission on Myanmar, Advanced edited version
  9. La Repubblica, 8 maggio 2019, Liberi I giornalisti che svelarono il massacro dei Rohingya
  10. UNDP et al, September 18th 2018, Environmental Impact of Rohingya Influx
  11. UNDP, October 16th 2018, Solid waste management essential to save Cox’s Bazar
  12. ISCG, October 11th 2018, Situation Report, Rohingya Refugee Crisis
  13. International Crisis Group, April 25th 2019, Building a better future for Rohingya Refugees in Bangladesh, Asia Briefing N° 155
  14. Dhaka Tribune, December 6th 2017, Inu: The Rohingyas are making Chittagong an “economic zone of drugs”

 

2 commenti

  1. Grazie a Maurizio Murru per il suo contributo, molto informativo e ben documentato, che ci permette di avere una maggiore consapevolezza di un dramma di una minoranza perseguitata che va oltre ogni nostra immaginazione.
    Rimane il dubbio se, stante la situazione politica birmana, Aung San Suu Kyi, una donna di cui abbiamo ammirato l’impegno civile, avrebbe potuto (e dovuto) fare di più.

  2. Nel Myanmar il vero detentore del potere, in ultima analisi, è ancora l’esercito. Una campagna propagandistica pluridecennale, condotta anche da numerosi ed influenti monaci buddisti, ha fatto sì che i Rohingya siano invisi ad una gran parte della popolazione. Dunque, sicuramente, Aung San Suu Kyi non avrebbe potuto (e non potrebbe) fare molto per fermare il genocidio dei Rohingya. Avrebbe potuto, se lo avesse voluto, denunciare abusi, soprusi e massacri e, magari, tornarsene agli arresti domiciliari. Per la sua reputazione e per la sua statura morale sarebbe cambiato molto. Per i Rohingya non sarebbe cambiato niente.

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