L’istruzione alla lunga vita

Giacomo Galletti 

La prospettiva più avvincente dell’articolo è quella di poter considerare il livello di istruzione direttamente come un problema di salute, ovvero come un fattore di rischio diretto e non come un semplice determinante sociale. L’istruzione diventa un “investimento diretto in salute”.

Istruzione alla lunga vita! è uno slogan ribaltato, cacofonico e apparentemente poco sensato. Eppure è il modo più semplice ed intuitivo per riassumere i risultati e le implicazioni di uno studio apparso lo scorso aprile sulla rivista americana Aging. L’articolo in questione tratta di temi piuttosto complessi, e non tutti, ad essere sinceri, rientrano a pieno nelle mie corde interpretative. Eppure mi sembra di intravvedervi degli spunti di riflessione che valgono l’azzardo di una (pur semplificata) trattazione. Il titolo, Socioeconomic position, lifestyle habits and biomarkers of epigenetic aging: a multi-cohort analysis[1], mi solleva un sottile velo d’ansia, e mi spinge a ricorrere una prima volta a Wikipedia per comprendere sommariamente il concetto di epigenetic aging. La seconda consultazione dell’enciclopedia online mi si rivela necessaria poco dopo, durante la lettura dell’abstract, a proposito di quel “metilazione del DNA” che sembra quasi lampeggiare sulla terza riga.

L’abstract è però promettente: preannuncia come le differenze nello stato di salute per condizione socioeconomica tendano a risaltare maggiormente nelle età più avanzate, anche grazie all’azione di un meccanismo biologico che reagisce alle esposizioni deleterie accumulate nel corso della vita. Queste “esposizioni deleterie” sarebbero evidenziate da quattro biomarcatori dell’invecchiamento biologico, che farebbero capo alla metilazione del DNA, ma che soprattutto sarebbero “colpevoli” di conservare la memoria dello stress endogeno ed esogeno sofferto nel corso degli anni. La cosa che reputo personalmente interessante è l’associazione dei quattro biomarcatori al livello di istruzione della popolazione in studio. Il (basso) livello di istruzione, qui in veste di proxy della posizione socioeconomica, agirebbe sul “cattivo invecchiamento” in modo indipendente rispetto agli altri risk factor cui può essere paragonato per intensità di impatto, quali in particolare quelli legati allo stile di vita, come l’obesità e il consumo di alcol.

Essendomi già confrontato con altri studi con focus sulle relazioni tra stato di salute, determinanti sociali, fattori di rischio e stili di vita, mi sembra in questo caso di cogliere due messaggi chiave che darebbero all’articolo di Aging una certa originalità e rilevanza. Da una parte, infatti, il livello di istruzione viene considerato come un vero e proprio risk factor, oltre che come predittore dell’accelerazione dell’ invecchiamento biologico (epigenetico); dall’altra, poi, trovo affascinante l’idea di poter utilizzare le potenzialità degli “orologi epigenetici” nel segnalare i percorsi biologici che sottendono le disuguaglianze sociali all’invecchiamento e alla longevità (in buona salute).

Insomma, la prospettiva più avvincente dell’articolo è quella di poter considerare – e trattare – il livello di istruzione direttamente come un problema di salute, ovvero come un fattore di rischio diretto e non come un “semplice” determinante sociale. In altri termini, l’istruzione non è più uno di quei parametri che vanno a comporre indici particolari (seppur bistrattati) come quello di deprivazione, che a loro volta modulano e soppesano altre cose, come ad esempio l’accesso alle cure. E non è nemmeno più quel concetto che tende ad essere declinato come un investimento economico o culturale nel perseguimento diretto del benessere personale o sociale. Qui, l’istruzione diventa un “investimento diretto in salute” o un fattore diretto di rischio per la salute, senza ulteriori mediazioni se non quello di un eventuale conseguimento alternativo di un’elevata posizione socioeconomica. Se questa è la visione, allora le implicazioni sociosanitarie del conseguimento di un certo livello di istruzione, rafforzate dall’approccio epigenetico, sono chiare; a livello pratico, ovvero di policy, la faccenda appare però molto più complicata.

Ragionando infatti per risk factor, è chiaro che non possiamo considerare e trattare il basso livello di istruzione alla stregua di quelli stili di vita che hanno un effetto (diretto) sulla salute[2] assimilabile a questo. A tal proposito, gli autori (a pag. 2053!!!), nel rilevare come la posizione socioeconomica risulti associata a diversi biomarker dell’invecchiamento (epigenetico) i quali  a loro volta rappresenterebbero degli aspetti complementari del processo naturale di invecchiamento, affermano che l’impatto della low education (che, ricordiamo, della posizione socioeconomica è una proxy) è in media comparabile a quelli di altri fattori di rischio con l’esclusione, ovviamente, del fumo. Tuttavia, un conto è promuovere (o regolamentare) un intervento preventivo di comportamenti che conducano all’obesità, altra cosa incentivare il conseguimento di alti livelli di istruzione[3](con conseguimento di una posizione socioeconomica più vantaggiosa). Eppure se ha senso pensare all’istruzione come ad un qualcosa che non riguarda più solamente il futuro professionale, economico e culturale dei nostri figli e delle nostre figlie, ma anche il loro invecchiamento in buona salute, allora l’incentivo al miglioramento può ulteriormente essere rafforzato.

Quello che per ora si può sicuramente fare a proposito di istruzione, e lo studio ce lo dice chiaramente, è valorizzarne l’aspetto predittivo. Sembra poca cosa ma non lo è: infatti se il livello di istruzione non è causa diretta dello stato di salute futura, sicuramente ne è un importante predittore. Non potendo infatti prevedere come invecchieranno i giovani di oggi in funzione degli stili di vita che si consolideranno solamente negli anni a venire, possiamo tuttavia azzardare previsioni meno volatili sulla base dei livelli di istruzione che vengono attualmente conseguiti. Qualcuno a questo punto si troverà a citare John Maynard Keynes a proposito di quel tipo di previsioni che, estendendosi al lungo periodo, sono poco utili, dal momento che in quella prospettiva saremo tutti morti. Eppure, visti i tempi, non sarebbe male utilizzare tutte le risorse informative disponibili per tentare di individuare almeno le tracce di base di quelli che saranno gli scenari futuri, specialmente se si tratta di salute.

Potrei chiuderla qui, ma non voglio fare il solito gufo.

C’è infatti un altro aspetto di questo studio che è assolutamente degno di segnalazione, anche se ha a che fare con il progresso della conoscenza piuttosto che con l’istruzione nuda e cruda (pur essendo le due cose ovviamente collegate).

Basta aprire il link all’articolo e scorrerlo velocemente per rendersi conto – quasi a colpo d’occhio – di una cosa non del tutto ordinaria:

  • 18 coorti analizzate
  • … più di 16 mila casi analizzati (o meglio: meta-analizzati…)
  • … attraverso 12 nazioni
  • … per un lavoro che ha coinvolto una vera e propria multinazionale di 53 (cinquantatré!) autori,
  • … distribuiti tra 39 (trentanove!) Istituti di ricerca universitari e non, tutti di un certo prestigio (ebbene sì, c’è pure un nutrito gruppo di istituzioni italiani!)…
  • … attraverso quattro continenti!

Se per incentivare il perseguimento di un alto livello di istruzione può essere utile ricorrere ad esperienze positive sul valore e sul progresso della conoscenza, beh, allora il lavoro di questa collaborazione intercontinentale potrebbe costituirne, a buon diritto, un vero e proprio manifesto. E per quanto riguarda lo slogan per lanciarlo: Lunga vita all’istruzione o L’istruzione alla lunga vita, scegliete pure voi.

Giacomo Galletti (le cui opinioni espresse nell’articolo sono da ritenersi strettamente personali). Agenzia Regionale di Sanità Toscana.

Bibliografia

  1. Fiorito G, McCrory C , Robinson O, et al. Socioeconomic position, lifestyle habits and biomarkers of epigenetic aging: a multi-cohort analysis. Aging (Albany NY). 2019; 11:2045-2070. https://doi.org/10.18632/aging.101900
    … che suona più o meno come Posizione socioeconomica, stili di vita e biomarcatori dell’epigenetica dell’invecchiamento: un’analisi multi-coorte.

  2. Tra questi gli autori sottolineano come il fumo faccia storia a sé…

  3. Ora come ora, dato l’attuale contesto, l’intervento potrebbe richiedere addirittura la creazione dei presupposti di una sorta di “rivoluzione culturale”…

2 commenti

  1. Sono stata una lavoratrice-studentessa e nella p.a. italiana ti creano problemi anche per questo perché la disorganizzazione interna comporta un inadempienza contrattuale costante infatti hanno ricevuto anche una diffida ma a mio avviso non è sufficiente. Grazie alle mie virtù personali sono stata in grado di terminare un percorso di studi universitari di primo livello e mi ero iscritta ad un percorso di studi di 2°livello in studi politici internazionali ma a causa delle costanti inadempienze contrattuali ed organizzative mi prese una tendinite atroce agli arti superiori ed iniziò un lungo periodo di malattia e riabilitazione che mi ha portato a firmare delle dimissioni per giusta causa un anno fa perché neanche la medicina del lavoro correlata ha rispettato il ccneell pertanto è fondamentale contestualizzare. Gli studi e la ricerca per me sono sempre stati importanti perché li ritengo utili e stimolanti soprattutto se ci si trova in mezzo alla massoneria. Studiare e cercare da stimoli al cervello che con gli anni aguzza l’ingegno, ti stimola ad allontanarti da certi contesti, ti apre mille opportunità. In italia non sono abituati-e a rendicontare per iscritto il proprio lavoro ed è un aspettomolto grave che ha generato caos e conflittualità costanti, non conoscono la trasparenza amministrativa, ho esercitato con equipe prevalentemente femminili e sono sconcertanti, anche con titoli universitari. Non sanno scrivere e sanno usare poco la tecnologia che è oramai fondamentale. Hanno dei cliché arcaici e li trasportano anche nei contesti professionali, qualcuna di loro non aveva mai letto neanche un libro, al massimo leggono riviste di gossip, estetica, arredamento ecc perché è la cultura prevalente.
    Spero di poter riattivare la laurea di 2 livello che ho sospeso anche per dare spazio a verifiche su truffe che mi hanno fatto anche sulle fonti energetiche, sono classe 1973 e sono abituata soprattutto all’autonomia perché è stata la mia educazione di base e rimango basita difronte all’uso esagerato della cd delega, la tecnologia facilita l’autotutela e snellisce la burocrazia vecchia e corrotta. Anche questo fa parte dell’istruzione.

  2. Grazie mille della segnalazione, del riassunto e dei commenti a questo articolo molto interessante.
    Ho seguito il link sull’articolo e ho letto anche che “The observed associations were still significant after the inclusion of smoking, BMI, alcohol and physical activity in the regression models, but the estimated effects were moderately reduced. (…) Interestingly, the intermediate education group ranked between the high and low education group supporting a dose-response effect.”
    Davvero molto potente. Ma non mi sembra che abbia ricevuto molta attenzione da parte dei media. Ma potrei sbagliarmi, anche perchè i media solitamente sono molto attenti alla questione anti-aging… Certo, qui siamo di fronte ad un intervento sociale che ringiovanisce, e solitamente questo tipo di intervento risulta meno “appetibile” di quello farmacologico.
    Per esempio mi pare invece che abbia già ricevuto una certa attenzione la presentazione a New York, la settimana scorsa (12.7), di uno studio su 9 (nove) persone (tutti maschi) in cui la somministrazione per 12 mesi di un cocktail di farmaci (metformina, DHEA e ormone della crescita), avrebbe riportato indietro di due anni e mezzo l’orologio della vita.
    Il titolo della presentazione era “Reversing Human Aging Right Now!” di Gregory “Greg” Fahy direttore medico di Intervene Immune, una azienda farmaceutica californiana.
    Lo studio, denominato TRIIM, non è stato ancora pubblicato ma è già stato ripreso dai media (ho letto un’articolo su Die Zeit, ho sentito la notizia alla radio).
    https://www.adhocnews.it/i-ricercatori-americani-affermano-di-aver-vinto-linvecchiamento/
    Insomma da un lato uno studio molto solido e convincente, dall’altro una sperimentazione su 9 persone, non pubblicata, molto discutibile (a lungo termine l’ormone della crescita potrebbe favorire anche la crescita tumorale), con evidenti conflitti di interesse. Però è questo tipo di studio a catturare l’interesse generale…
    Insomma, la tecno-scienza capitalista riesce sempre a generare speranze e interesse (alimentando lo “scarcity loop*), mentre la promozione della salute fa fatica a bucare lo schermo.
    Quindi grazie ancora a Giacomo Galletti e a Saluteinternazionale.

    * Vedi l’articolo “Escaping the scarcity loop”, Lancet, 13 July: https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(19)31556-9/fulltext

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