It’s time for #HealthForAll

Gavino Maciocco

L’idea dell’Universal Health Coverage lanciata dalle Nazioni Unite nel 2012 non è riuscita a riparare i danni prodotti dalle ricette neo-liberiste: ancora la metà della popolazione mondiale non riesce ad accedere ai servizi sanitari essenziali.

Il prossimo 23 settembre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si riunirà per discutere di Universal Health Coverage: un’occasione importante per fare il punto sullo stato dell’arte riguardo all’ambizioso obiettivo della “copertura sanitaria universale”.   

Va ricordato che l’idea dell’ Universal Health Coverage (UHC) venne introdotta nella risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dedicata a Global Health and Foreign Policy e approvata il dicembre 2012. Nella risoluzione si raccomandava che “tutte le persone abbiano accesso, senza discriminazioni all’insieme dei servizi preventivi, curativi e riabilitativi, definiti nazionalmente, e ai farmaci essenziali, sicuri, economici, efficaci e di qualità, con la garanzia che l’uso di questi servizi non esponga i pazienti – particolarmente i gruppi più poveri e vulnerabili – alla sofferenza economica” e invita gli Stati Membri a “far sì che i sistemi di finanziamento della sanità impediscano il pagamento diretto delle prestazioni da parte dei pazienti e introducano sistemi di prepagamento e di distribuzione del rischio per evitare spese catastrofiche a causa delle cure mediche e il conseguente impoverimento delle famiglie”[1].

L’UHC è entrata infine negli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile lanciati dalla Nazioni Unite nel 2016 , dove nell’Obiettivo n. 3 dedicato alla Salute (Health) si legge: Achieve universal health coverage, including financial risk protection, access to quality essential health-care services and access to safe, effective, quality and affordable essential medicines and vaccines for all.

Nella pagina web delle Nazioni Unite dedicata all’evento del 23 settembre compare un video che contiene una serie di informazioni sul grado di accessibilità ai servizi sanitari nel mondo.

Il dato più generale è il seguente: “Almeno la metà della popolazione mondiale non ha accesso ai servizi sanitari essenziali”.  Un dato che fa il pari con un’altra rilevazione tratta da un’altra pubblicazione[2], questa riguardante la soglia di povertà (che ha molto a che fare con la salute): è stato infatti calcolato che metà della popolazione mondiale – 3,7 miliardi di persone – vive con meno di 3 dollari al giorno (ritenuta la soglia minima etica).

Poi seguono dati più specifici su vari temi di sanità pubblica globale:

  • 5 milioni di persone non ricevono il necessario trattamento contro la tubercolosi
  • 17 milioni di persone non ricevono il necessario trattamento contro l’HIV/AIDS
  • 20 milioni di bambini non sono vaccinati contro difterite, tetano e pertosse
  • 204 milioni di donne non hanno accesso a servizi di pianificazione familiare
  • 1 miliardo e 100 milioni di persone vivono con l’ipertensione fuori controllo
  • 2,3 miliardi di persone sono prive di servizi igienici basici.

Vedi anche il video https://youtu.be/hanynbrATug

Informazioni più complete e dettagliate si trovano nel rapporto OMS – Banca Mondiale “Tracking Universal Health Coverage. 2017 Global Monitoring Report (vedi Risorse), dove sono evidenziate le conseguenze economiche dell’inaccessibilità ai servizi sanitari: ad esempio, circa 800 milioni di persone spendono più del 10% del loro bilancio familiare per pagare il conto di prestazioni mediche e ogni anno circa 100 milioni di persone vengono trascinate nella povertà assoluta a causa di ciò. La Figura 1 mostra cromaticamente un mondo diviso in due in termini di copertura sanitaria, sulla base di un UHC service coverage index[3]: i paesi con i gradi più chiari di verde, quelli con i servizi più inaccessibili, si trovano in Africa (quasi tutta), in buona parte dell’Asia (India compresa), ma anche (sia pur in misura molto ridotta) in Europa e nelle Americhe.

Figura 1. UHC service coverage index per paese, 2015

La Figura 2 mostra il livello crescente di popolazione coinvolta nell’eccesso di spese mediche, più del 10% o del 25% del loro budget familiare, che spesso impedisce di sopportare altre spese, come quelle dell’educazione dei figli, e in molti casi trascina le famiglie nella bancarotta.

Figura 2. Tendenze globali e regionali nelle spese catastrofiche.

Ciò che sorprende in questa chiamata delle Nazioni Unite a un rinnovato impegno per l’UHC sta nel forte richiamo a Alma Ata, a Health For All: il video si chiude infatti con questa frase “It’s time for #HealthForAll”. Si legge inoltre nella presentazione dell’evento del 23 settembre: “Primary Health Care (PHC) è alla base dell’UHC. Sistemi sanitari orientati alla PHC forniscono servizi di qualità che sono globali, continui, coordinati e centrati sulla persona. Con queste caratteristiche, insieme all’enfasi sulla prevenzione e la promozione della salute, la PHC riduce le diseguaglianze nella salute e si dimostra altamente efficiente e efficace particolarmente nella gestione delle malattie croniche, comprese le malattie mentali”.  Troppo poco e – soprattutto –  troppo tardi, si potrebbe dire.

Sarebbe bello poter riavvolgere il nastro della storia e tornare all’epoca dell’Health For All, quando la stessa Dichiarazione di Alma Ata (1978) affermava che difficilmente la PHC avrebbe avuto  successo senza l’istituzione di un Nuovo Ordine Economico Internazionale (New International Economic OrderNIEO) basato su una serie di punti: a) la tutela dei diritti di stati e di popoli sotto “dominazione coloniale”, con il completo risarcimento per il loro storico sfruttamento; b) controllo e regolamentazione delle compagnie multinazionali; c) trattamento preferenziale per i paesi a basso e medio reddito nelle aree di cooperazione economica internazionale; d) trasferimento di nuove tecnologie; e) la fine dello spreco di risorse naturali (vedi editoriale di Lancet dello scorso 26 agosto[4]). Il NIEO non ha fatto a tempo ad affacciarsi che è stato travolto dall’ondata dell’ideologia neo-liberista che, applicata spietatamente nei confronti dei paesi del Sud del mondo (poi verrà anche il turno del Nord…), ha ristretto – in molti casi chiuso – le porte di accesso ai servizi sanitari e costruito autostrade per la crescita globale del business in sanità.

L’idea dell’Universal Health Coverage lanciata dalle Nazioni Unite nel 2012 non è riuscita a riparare i danni prodotti dalle ricette neo-liberiste: ancora metà della popolazione mondiale non riesce ad accedere ai servizi sanitari essenziali. E se andiamo a vedere nel dettaglio la situazione dei paesi più poveri, quelli che avrebbero maggiore bisogno di una sanità più aperta e più equa, ci si rende conto della profondità della crisi, come dimostra un documento di Save the Children (Universal Health Coverage and Accountability index – vedi in Risorse). La maggior parte dei paesi dell’Africa sub-Sahariana ha livelli infimi di spesa sanitaria pro-capite, con i minimi in Repubblica Democratica del Congo (6 $) e in Repubblica Centro Africana (4 $) e altissimi livelli di spesa out-of-pocket.  E tra i paesi dell’Africa sub-Sahariana solo uno di loro, Botswana, ha introdotto una legge che vincola il governo a garantire la copertura sanitaria universale.

Risorse

Tracking Universal Health Coverage. 2017 Global Monitoring Report [PDF: 2,7 Mb]

Universal Health Coverage and Accountability Index[PDF: 888 Mb]

Maciocco G. Il surrogato dell’universalismo. Saluteinternazionale.info, 29.04.2019

Maciocco G. Da “health for all” a “universal health coverage”. Saluteiternazionale.info, 23.o6.2014

Bibliografia

  1. United Nations. General Assembly. Global Health and Foreign Policy resolution [PDF: 121 Kb]. A/67/L.36, 6 December 2012.
  2. Labontè R, Baum F, Sanders D. Poverty, justice and health. In Oxford Textbook of Global Public Health, Oxford University Press, 2015, p.90.
  3. Hogan R. et al. Monitoring universal health coverage within the Sustainable  Development Goals: development and baseline.  Lancet  Glob Health 2018; 6: e152–68
  4. Sanders D. et Al. From primary health care to universal health coverage-one step forward and two steps back. Lancet 2019; 394: 619-20

 

Un commento

  1. Vero, o troppo poco o troppo tardi o non ci sono affatto. Dove ci sono sono troppo spesso incompetenti infatti arrivano in ritardo quindi ha poco senso perché arrivare in ritardo significa aver sottovalutato un problema ed è grave oppure calcolano -pianificano con malafede- di arrivare in ritardo per curare un danno sopra al quale guadagno molto. Forse è meglio un contesto senza servizi dove chi fa da se fa per tre perché uno dei migliori medici siamo noi quando non c’è nessuno e quando si trovanole competenze si respira un aria più leggera, arriva una sensazione di sollievo. In Italia dovrebbero fare un intervento immediato verso le manipolazioni mentali che avvengono quasi quotidianamente distruggendo o quasi la salute delle persone raggirate soprattutto, distruggono il collante fondamentale ovvero le sane relazioni sociali ed il rapporto fiduciario, è criminalità organizzata. Quando avrò tempo vi scrivo una storia accaduta in un piccolo paese dell’alto maceratese dove c’è una setta che manipola tentando di rubare di tutto.

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