La malattia che insidia l’anima

Giacomo Galletti

“La povertà non è uno stato economico. È una malattia che insidia l’anima.
La povertà consuma le vite, erode le risorse mentali, limita le capacità cognitive e distrugge le prospettive di vita. La salute universale non sarà mai perseguibile finché la povertà non sarà sradicata”.

“In questo gioioso tempo dell’anno, signor Scrooge” – disse il gentlemen sollevando la penna – “è più che mai auspicabile far qualcosa, anche poco per i poveri e gli indigenti, la cui sofferenza in questo periodo è gravosa. Molte migliaia sono coloro che non riescono a far fronte alle più  comuni necessità; centinaia di migliaia scarseggiano dei più comuni beni di conforto.”
“Non ci sono le prigioni?”, chiese Scrooge.
“È pieno di prigioni”, disse il gentleman abbassando di nuovo la penna.

È la vigilia di Natale del 1843 ed Ebeneezer Scrooge[1], di fronte alla richiesta di carità per i poveri da parte del rappresentante di un’associazione di beneficienza che dirige un improvvisato coro natalizio di strada, puntualizza un concetto che fa rabbrividire: la povertà deve essere punita per legge.

“Beh – penserà il lettore, storcendo il naso verso lo sterile indulgere su temi letterari che ben poco aiutano a comprendere a fondo la complessità delle sfide che oggi, nel 2019, gli approcci alla salute globale richiedono – in fondo stiamo parlando del 1843…” Il lettore avrà ragione: risulteranno sicuramente inappropriati i parallelismi tra epoche storiche tanto diverse tra loro quanto potrebbero esserlo un PC e una macchina da scrivere Underwood. Eppure, non riesco a sfuggire alla tentazione di immaginare di coinvolgere, nella discussione tra il rancoroso Scrooge e l’uomo della Charity, un molto più contemporaneo giudice britannico. Costui, a compendio della battuta di Scrooge sulle prigioni, potrebbe commentare: “E a tal proposito, sappiate che sto per mandare in prigione un uomo per aver richiesto con insistenza del cibo, essendo egli affamato” disse il giudice accennando ad un senzatetto che si riparava dalla neve nel rientro di un portone.

Beh, a questo punto il lettore che ha storto il naso precedentemente, potrebbe sgranare gli occhi ora, leggendo la citazione sul giudice in questione, che, virgolettata, introduce l’articolo del Lancet (Volume 394 del 3 agosto 2019,  sezione Perspectives).

La politica sociale punitiva: un determinante di salute controcorrente. Questo il titolo[2]. Elias Nosrati, University of Oxford e (Sir) Michael Marmot[3], University College London. Questi gli autori.

Il giudice in questione, affermano gli autori, avrebbe condannato il senzatetto a quattro mesi di reclusione per insistenza nel chiedere l’elemosina. Il caso non sarebbe peraltro isolato, ed andrebbe ad aggiungersi ad altri esempi di intervento istituzionale punitivo verso comportamenti socialmente indesiderabili da parte di chi versa in condizioni di deprivazione. Il punto è che – per gli autori – una politica sociale punitiva combinerebbe lo smantellamento del welfare state con l’espansione del “penal state”, riflettendo lo spostamento delle preoccupazioni pubbliche dall’offerta di supporto sociale ai poveri alla soppressione della loro sconveniente e cospicua presenza nella sfera pubblica.

Da qui al raffronto con la situazione penale americana, così come riportata nell’articolo, il passo è breve: dagli anni Settanta in poi, il tasso di carcerazione è esploso fino ad arrivare a raggiungere il picco di 8 carcerati su mille abitanti, con un numero assoluto superiore ai 2,3 milioni di carcerati nel 2006. L’andamento delle carcerazioni non è tuttavia correlato all’aumento dei crimini, dal momento che il tasso nelle aree più svantaggiate è più di tre volte maggiore di quello nelle aree con un simile livello di criminalità. Con dinamiche più temperate, e nel comune contesto delle politiche di austerità e dell’acuirsi delle diseguaglianze socioeconomiche, anche in Europa la pressione politica sul welfare state si è accompagnata al trattamento punitivo verso coloro imbrigliati nelle categorie socioeconomiche più basse, in particolare i migranti “post-coloniali” e i loro discendenti. Le prigioni europee, tra l’altro, vengono attualmente impiegate al limite delle loro capacità di accoglienza con una densità di occupazione che dal 2009 rasenta il 100%. “Le prigioni ci sono ancora  – si potrebbe rispondere a Scrooge – ma, essendo tutte piene, ne andrebbero costruite di nuove!”

Per spiegare infine come questi sviluppi si relazionino alle questioni di salute e benessere, gli autori si rifanno alle sei raccomandazioni[4] per una società giusta e una vita in salute della Marmot Review[5] del 2010, notando come ognuna di esse venga colpita dall’atteggiamento punitivo conseguente all’aggravamento delle condizioni economiche e, in definitiva, delle diseguaglianze di salute.

A questo punto non mi focalizzerei tanto sulle relazioni tra i fenomeni quanto piuttosto sugli atteggiamenti che le sottendono, e noterei come l’approccio “punitivo” si aggiunga a recenti letture sul tema “salute e povertà” da parte delle riviste scientifiche, e in particolare del Lancet. Quest’ultimo, poco meno di un anno fa aveva raccontato la povertà come una vera e propria “scelta politica”. Nel commentare quell’articolo, sempre su questo blog (La povertà come scelta politica,  mi affidavo al concetto di “aporofobia” inteso come il disprezzo verso chi, essendo povero, non ha niente da offrire (ma solo da chiedere…), e va quindi in qualche modo emarginato dalla possibilità di essere destinatario delle politiche socio economiche.

Ma il Lancet rilancia: una settimana prima dal citato intervento di Marmot ed Elias, punta il dito sull’indifferenza verso la povertà. Il nuovo J’accuse, questa volta:

  • si può leggere alla sezione Comment del Vol 394;
  • è a firma di Richard Horton[6], redattore capo della rivista;
  • si intitola L’indifferenza della Salute globale verso la povertà deve finire[7];
  • occupa soltanto una paginetta;
  • si conclude così:

“La povertà non è uno stato economico. È una malattia che insidia l’anima.  La povertà consuma le vite, erode le risorse mentali, limita le capacità cognitive e distrugge le prospettive di vita. La salute universale non sarà mai perseguibile finché la povertà non sarà sradicata[8].”

Mi piacerebbe soffermarmi più a lungo sui punti toccati da Horton nello spazio denso di una pagina, su come la povertà a suo parere andasse di moda nell’era dei Millenium Development Goal 2000 – 2015, su come il Manifesto di quegli obiettivi di sviluppo fosse rappresentato dal rapporto della Commissione Sachs (The Commission on Macroeconomics and Health[9]) che, nel 2001, affermava come “i legami di salute tra la povertà e la crescita economica di lungo periodo sono potenti, più forti di quanto venga comunemente compreso”…… e su come tale moda negli ultimi anni sia cambiata, declassando il tema della povertà al livello dell’indifferenza.

Approfondirei quindi i numeri, gli indici citati da Horton a proposito della diffusione della povertà (è ovunque, sia tra i Paesi poveri che tra quelli più sviluppati) e delle sue caratteristiche (è multidimensionale). Declinerei meglio il concetto secondo cui la salute universale, se si rinuncia a sradicare la povertà, rimane una Chimera.  Eppure, ogni brillante ragionamento espresso dall’autore prima delle sei righe conclusive rimane quasi sospeso, sfumato, un rumore di fondo che mi distrae da ciò che sento essere aver davvero condizionato a fondo il mio modo di percepire il tema povertà e salute.

Finisce così che prendo Horton, lo trascino indietro nel tempo per poco meno di 176 anni, lo pongo davanti a Scrooge, al giudice e all’uomo dell’associazione di beneficienza, e lo ascolto pronunciare la sua battuta. Gli chiedo tuttavia di recitarla come si trattasse del To be or not to be dell’Amleto, o del Winter of Our Discontent del Riccardo Terzo, o, perché no, sempre rimanendo in tema scespiriano, del We few, we happy few, we band of brothers dell’Enrico Quinto. E lo ascolterei mille volte rispondere alla domanda di Scrooge sulle prigioni scandendo, con enfasi mirata, queste parole:

 

“Poverty is not an economic state. It is an insidious disease of the human soul. Poverty consumes lives, eroding mental resources, diminishing cognitive capacities, and destroying life possibilities.
Universal health will never be achieved unless and until poverty is eradicated.”

Giacomo Galletti, Agenzia regionale di Sanità, economista e coach, qui, come sempre, in versione decontestualizzata.

Bibliografia

  1. Ci stiamo ovviamente riferendo a “A Christmas Carol, in Prose. Being a Ghost-Story of Christmas”, C. Dickens, 1843, comunemente conosciuto come Canto (o Cantico) di Natale. Lo scambio di battute, in originale, è qui riportato: In Stave One of A Christmas Carol (December 1843) charity collectors approach Scrooge: “At this festive season of the year, Mr. Scrooge,” said the gentleman, taking up a pen, “it is more than usually desirable that we should make some slight provision for the Poor and Destitute, who suffer greatly at the present time. Many thousands are in want of common necessaries; hundreds of thousands are in want of common comforts, sir.”
    “Are there no prisons?” asked Scrooge.
    “Plenty of prisons,” said the gentleman, laying down the pen again.
  2. Cui la traduzione italiana non rende giustizia (Punitive social policy: anche upstream determinat of health)
  3. Che non necessita più di tanto di presentazioni, ma la cui menzione su Wikipedia vale la pena rimarcare: Michael Marmot
  4. Così tendenzialmente traducibili: consentire ad ogni bambino che inizi la propria esperienza di vita nel miglior modo possibile; consentire alle persone di esprimere al massimo le proprie capacità e avere il controllo della propria vita; creare un ambiente di lavoro virtuoso; assicurare standard di vita salutari; creare e sviluppare comunità “sane e sostenibili”; rafforzare il ruolo e l’impatto della prevenzione.
  5. Marmot Review report – ‘Fair Society, Healthy Lives
  6. Anche per Horton merita segnalare la pagina Wikipedia: Richard Horton
  7. Richard Horton. Offline: Global health’s indifference to poverty must end. The Lancet 2019; 394 (10195):286
  8. In originale: “Poverty is not an economic state. It is an insidious disease of the human soul. Poverty consumes lives, eroding mental resources, diminishing cognitive capacities, and destroying life possibilities. Universal health will never be achieved unless and until poverty is eradicated.”
  9. Si suggerisce al proposito la lettura di: Das P, Samarasekera U. The Commission on Macroeconomics and Health: 10 years on. The Lancet. World report 2011; 378 (9807):1907-1908. DOI: https://doi.org/10.1016/S0140-6736(11)61828-X

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