Una finestra sulla Palestina. Il Rapporto Goldstone

di Angelo Stefanini
Rapporto_GoldstoneIl Rapporto Goldstone contiene la descrizione approfondita e circostanziata delle violazioni del diritto internazionale avvenute, soprattutto, ma non soltanto, nella Striscia di Gaza, nel periodo luglio 2008 – agosto 2009.


Giovedi 5 novembre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato a favore della mozione dei paesi arabi che sollecita lo Stato di Israele e il movimento di Hamas a condurre indagini credibili e indipendenti per fare luce sulle accuse di crimini di guerra commessi durante il conflitto nella Striscia di Gaza del dicembre 2008 – gennaio 2009 contenute nel cosiddetto Rapporto Goldstone. Anche se legalmente non vincolante e verosimilmente di scarso effetto sull’immediato futuro del conflitto israelo-palestinese, l’esito del voto rappresenta un indubbio successo d’immagine per il mondo arabo e pro-palestinese e un imbarazzo internazionale per Israele. Reso noto al pubblico il 15 settembre[1], il Rapporto Goldstone contiene il resoconto dell’inchiesta conoscitiva commissionata dal Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (UNHRC).

Soltanto pochi giorni fa ci si chiedeva: è possibile che la realpolitik possa suggerire di spazzare sotto il tappeto fatti di una gravità inconcepibile? Questo è quanto infatti sembrava stesse succedendo al controverso documento che accusa sia Israele che Hamas di crimini di guerra.

La reazione israeliana all’uscita del Rapporto, pur nella sua violenza, era stata talmente ben concertata da fare inizialmente rinviare la discussione ed eventuale ratifica del documento alla seduta dell’UNHRC del marzo 2010. Questo era potuto accadere anche grazie alle pressioni esercitate dagli USA sul Presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) il quale aveva addirittura acconsentito all’affossamento del Rapporto. Un tale comportamento aveva tuttavia suscitato tra gli stessi palestinesi e il mondo arabo un tale scandalo da indurre varie organizzazioni a chiedere le dimissioni del Presidente.

Venerdì 16 ottobre, nella sua XII Sessione Speciale, l’UNHCR poteva finalmente discutere il testo della Commissione Goldstone ratificandone i contenuti con 25 voti favorevoli, sei contrari (tra cui gli USA, al cui Presidente Obama era stato da pochi giorni assegnato il Premio Nobel per la pace, e l’Italia), 11 astenuti e 5 non votanti, tra cui Gran Bretagna e Francia. La risoluzione (A/HRC/RES/S-12/1) [2] adottata in quella sede non si limita a convalidare il Rapporto Goldstone ma si spinge fino a condannare la violazione dei diritti umani che avvengono tuttora a Gerusalemme Est (come confisca e demolizione di abitazioni, continua costruzione del muro di separazione e di colonie). Il documento contiene inoltre la condanna di Israele, quale potenza occupante, per il suo rifiuto di collaborare con la commissione d’inchiesta, mentre Hamas, oltre ad avere cooperato, si e’ addirittura impegnato a soddisfare la richiesta di condurre un’indagine interna sui crimini attribuitigli. Per quanto sia difficile credere che tale impegno verrà mantenuto, Israele non si è spinto a tanto. L’ulteriore condanna di Israele, contenuta nella risoluzione, per le restrizioni imposte ai Palestinesi “sulla base dell’origine nazionale, religione, sesso, età o qualsiasi altro motivo di discriminazione”, come “grave violazione dei diritti civili, politici, economici e culturali”, costituisce un’ammissione internazionale della natura razzista delle politiche israeliane. Il fatto tuttavia che la risoluzione non contenga la condanna di Hamas per i suoi presunti crimini ha generato non poche critiche.

Il Rapporto Goldstone è un documento di notevoli dimensioni (575 pagine), la cui lettura (non sono ancora arrivato a metà) richiede uno stomaco di ferro e il cui executive summary (38 pagine)[3] offre soltanto un’idea di cosa aspettarsi. Vi è contenuta la descrizione estremamente approfondita e circostanziata delle violazioni del diritto internazionale avvenute soprattutto, ma non soltanto, nella Striscia di Gaza tra l’inizio della tregua tra Israele e Hamas il 18 luglio 2008 e agosto 2009. Particolare attenzione viene posta al periodo della cosiddetta Operazione Piombo Fuso, dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009. Le sue conclusioni sono che “Israele ha commesso azioni che possono essere definite crimini di guerra, e in qualche caso probabilmente crimini contro l’umanità’ e che “esistono prove che anche gruppi armati palestinesi hanno commesso crimini di guerra e probabilmente crimini contro l’umanità’” lanciando razzi su città nel sud di Israele.

Vi si raccomanda che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite richieda ad Israele di condurre entro tre mesi una sua inchiesta “credibile” sul conflitto. Se ciò non avvenisse il Consiglio di Sicurezza dovrà incaricare il pubblico ministero del Tribunale sui Crimini Internazionali ad assumere esso stesso l’iniziativa entro sei mesi.

Altre organizzazioni per i diritti umani (Amnesty International, Human Rights Watch e vari gruppi israeliani e palestinesi) avevano anche in precedenza condannato l’esercito israeliano per i fatti di Gaza. Trenta militari israeliani coinvolti nell’operazione Piombo Fuso avevano ammesso, in un documento dal titolo “Rompere il silenzio”, come la ragione delle quasi inesistenti precauzioni adottate per evitare vittime civili fossero state le deboli regole d’ingaggio stabilite dai loro comandanti.

Il documento non dice molto che già non si sapesse, ma lo dice in termini assolutamente dettagliati e completi. Il mio post del 30 aprile[4] offriva già un primo campionario dei contenuti descritti nel Rapporto: il bombardamento di abitazioni civili, di ospedali, di moschee e di scuole, l’uso di armi proibite in quelle circostanze come le flechette e il fosforo bianco, gli ostacoli opposti ai soccorsi ai feriti, l’uccisione di civili in fuga con la bandiera bianca, l’uso di scudi umani, e altro ancora. Quello che si trova in più nel Rapporto sono i dettagli agghiaccianti, compresa la conferma del numero delle vittime in 1387 (1417 secondo altre stime) soprattutto civili, tra cui oltre 300 bambini.

Le testimonianze raccolte (188 interviste, 30 rapporti esaminati per un totale di 10.000 pagine, 30 video e 1.200 fotografie) sono talmente ampie e coerenti da non potere dare adito, a mio avvisio, neppure a ragionevoli dubbi. Il documento prende in considerazione tutti gli aspetti della guerra, il suo immediate seguito, la documentazione completa delle violazioni compiute da Hamas, dei crimini dell’esercito israeliano, le raccomandazioni e gli obblighi connessi alla riparazione e al risarcimento dei danni subiti dalla popolazione, oltre a quanto è successo all’interno di Israele durante il violento conflitto.

E’ stato fatto notare come il Rapporto non metta in discussione il diritto di Israele a difendersi e quindi in pratica la legittimità dell’assalto compiuto nei confronti di Gaza, ma contesti sostanzialmente la mancanza di proporzionalita’ della risposta e l’uso eccessivo e indiscriminato della forza. Va ricordato infatti come la giustificazione ufficiale all’inizio dei bombardamenti su Gaza fu la rottura della tregua da parte di Hamas e il lancio di missili Khassam sulle città limitrofe in territorio israeliano, in particolare Sderot. In realtà lo stesso rapporto riconosce come fu Israele il primo a riprendere le ostilità il 4 novembre bombardando la popolazione palestinese.

Fatta eccezione per i ‘soliti pacifisti’ ed ‘ebrei auto-lesionisti’, la reazione di Israele e dei gruppi pro-isreliani in tutto il mondo è stata furiosa e pressoché unanime nel condannare il Rapporto Goldstone come sbilanciato, sfacciatamente prevenuto e frutto inevitabile di quel bastione anti-israeliano che sarebbe l’UNHCR. La strategia di difesa utilizzata dalle autorità israeliane e dai suoi sostenitori non è nuova né molto diversa da quella in genere impiegata in situazioni simili: anziché entrare nel merito e controbattere con solide argomentazioni la tesi accusatoria si preferisce mirare dritto alla persona che rivolge l’accusa, in questo modo deviando l’attenzione del pubblico ‘dal messaggio al messaggero’, una vera e propria strategia di depistaggio. Secondo una tattica ben consolidata (anche in Italia), ci si concentra nel minare la credibilità del pubblico accusatore accusando lui stesso delle peggiori nefandezze, ottenendo così il risultato che i contenuti dell’accusa vengono a scomparire dalla attenzione pubblica.

Siccome tuttavia tutti i membri della Commissione possiedono eccellenti credenziali per occupare quel ruolo, l’attacco è stato rivolto su di un altro fronte. Quale peggiore accusa per screditare chiunque si occupi di Israele che quella di antisemitismo? Ironia della sorte il presidente della Commissione, il giudice Goldstone, oltre ad essere un eminente giurista, pubblico ministero nei Tribunali Criminali Internazionali della ex-Yugoslavia e del Rwanda, unanimemente riconosciuto come persona di grande integrità ed equilibrio politico, inizialmente restio ad accettare la carica che gli era stata assegnata in questo caso, è anche un ebreo convinto, ex-Rettore dell’Universita’ ebraica di Gerusalemme, descritto dalla propria figlia come “un sionista che ama Israele.”[5] Accusare il giudice Goldstone di anti-semitismo, hanno obiettato alcuni, e’ come usare la stessa accusa contro l’ebreo René Cassin, uno dei primi estensori della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948.

Anche i nostri media italiani hanno fatto del loro meglio per dare il colpo di grazia alla percezione dei problemi descritti dal Rapporto Goldstone. Prendiamo ad esempio il sondaggio lanciato dal TG1 in cui alla domanda “Secondo voi chi ha violato il diritto internazionale nella guerra a Gaza?” Vengono offerte le seguenti possibilità di risposta:

  1. Israele, con le bombe al fosforo in centri urbani
  2. Hamas usando civili, donne e bambini, come scudi umani
  3. Tutti e due i contendenti
  4. Nessuno dei due

Mi verrebbe da chiedere al giornalista che ha formulato queste domande (e al cui stipendio anch’io contribuisco) cosa in effetti sappia di quanto è accaduto a Gaza, non solo nel periodo di bombardamenti e invasione armata, ma anche a causa delle sanzioni in atto fin dal giugno 2007. Di fronte al numero e alla enormità morale delle violazioni commesse dall’esercito israeliano viene indicato soltanto l’uso delle bombe al fosforo da contrapporre all’uso di scudi umani da parte di Hamas (peraltro, secondo il Rapporto, non dimostrabile con certezza). Anche a prescindere dalla esposizione agli avvenimenti di Gaza che i telespettatori del TG1 possano avere avuto, è comprensibile come la stragrande maggioranza di loro abbia risposto con 2).

Cosa succederà ora al Rapporto Golstone, alla sua potente denuncia dei fatti accaduti a Gaza e alla sua ratifica da parte dell’UNHRC? Basterà l’ennesimo veto americano in sede di Consiglio di Sicurezza (se mai arriverà in tale sede) a riazzerare le responsabilità dello Stato di Israele, membro a tutti gli effetti (in diritti e doveri) delle Nazioni Unite? Riuscirà il Rapporto a rafforzare il movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele visibilmente già in fase di crescita? Riuscirà la risposta internazionale al Rapporto a compiere il miracolo di convincere i governanti israeliani che ‘”l’era dell’impunita’” è finita? Ci sarà bisogno di un’altra guerra, di un altro massacro, per sapere se Israele ha imparato la lezione? Molto dipenderà da quanto il Rapporto verrà letto, discusso, disseminato a tutti i livelli e conservato a futura documentazione della terribile violenza di questo conflitto sia da parte israeliana che palestinese, e a modello di quanto vada fatto per prevenire tragedie simili in futuro. Nel frattempo “migliaia di palestinesi affamati, disperati ma determinati, continueranno a Gaza a vivere nelle loro tende improvvisate, sopra le macerie che un tempo chiamavano casa, in attesa di cibo, cemento e giustizia internazionale.”[6]

Bibliografia

  1. United Nations. UN Fact Finding Mission finds strong evidence of war crimes and crimes against humanity committed during the Gaza conflict; calls for end to impunity. Press Release, 15 September 2009
  2. United Nations. Resolution adopted by the Human Rights Council S-12/1. The human rights situation in the Occupied Palestinian Territory, including East Jerusalem, A. Human  Rights Council, Twelfth special session, 15 – 16 October 2009 (A/HRC/RES/S-12/1) 21 October 2009. Visitato il 18.10.09. [PDF: 31 Kb]
  3. AIC. The Alternative Information center Palestine/Israel. Il rapporto Goldstone delle Nazioni Unite. La missione di fact finding sul conflitto a Gaza. La versione italiano dell’Executive Summary. Visitato il 18.10.09.
  4. Angelo Stefanini. Una finestra sulla Palestina. Ancora sull’operazione “Piombo fuso”. Saluteinternazionale, 30.04.2009. Visitato il 18.10.09.
  5. Richard Goldstone. Wikipedia, Visitato il 18.10.09.
  6. Ramzy Baroud. Justice This Time Around: Will Goldstone’s Report Deliver?. Global Research, 24.09.2009 Visitato il 23.10.09.

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