Petrolio e salute: il caso del delta del Niger

Enrico Tagliaferri
L’estrazione del petrolio nel delta del Niger ha portato alle popolazioni locali inquinamento, violenza e malattie. La comunità medica dovrebbe far sentire la propria voce.


Secondo Amnesty International “Decenni di inquinamento e danni all’ambiente, causati dall’industria del petrolio, hanno portato alla violazione del diritto ad un livello di vita decente, inclusi acqua e cibo, del diritto al lavoro e alla salute”[1]. Il riferimento è alla situazione del delta del Niger in Nigeria.

La Nigeria è tra i dieci stati più ricchi di petrolio nel mondo e il primo in Africa[2].

La scoperta di giacimenti petroliferi risale al 1956, pochi anni prima dell’indipendenza. Le compagnie Royal Dutch Shell e Chevron iniziarono immediatamente le trivellazioni e la posa dei tubi sopra il terreno, non sotto, come in genere avviene. Le fuoriuscite di greggio sono frequenti a causa della corrosione dei tubi, dei guasti, dei sabotaggi, e dei furti. Le perdite di greggio che ne sono seguite negli anni hanno pesantemente inquinato tutto il delta rendendo l’agricoltura e l’allevamento impossibili e hanno causato incendi talvolta con gravissime conseguenze in termini di vittime e impatto ambientale. Buona parte della foresta di mangrovie, particolarmente suscettibile agli effetti del petrolio, è stata distrutta. Molte falde di acqua potabile sono state contaminate. Il sistema di estrazione del petrolio in Nigeria da luogo alla liberazione nell’atmosfera di grandi quantità di gas naturale, soprattutto metano, che aggrava l’effetto serra e il riscaldamento del pianeta[3].

Il delta del Niger è abitato da diverse etnie, tra cui la più colpita dagli effetti delle estrazioni è quella degli Ogoni, una minoranza etnica di circa mezzo milione di persone con scarso peso politico. Dagli anni ’70 agli anni 2000 il petrolio è diventato la risorsa economica più importante della Nigeria mentre la popolazione locale, per far posto ai pozzi o a causa dell’inquinamento, ha abbandonato l’agricoltura e la produzione dei tradizionali prodotti di esportazione, cacao, arachidi, gomma e cotone, è crollata.
Gli abitanti del delta del Niger non hanno beneficiato degli introiti dell’estrazione del petrolio e le loro proteste sono state spietatamente represse dai governi corrotti e le dittature militari che si sono succeduti. Nel 1994 in risposta ad un’ondata di proteste, l’esercito ha devastato 30 villaggi, arrestato centinaia di persone e fatto circa 2.000 vittime. Clamorosa fu, nel 1995, l’esecuzione sommaria di Ken Saro Wiwa, produttore televisivo e scrittore, leader del movimento di protesta degli Ogoni, autore di opere tra cui Foresta di fiori e Soza boy, disponibili anche in Italia, che aveva osato criticare apertamente il governo e denunciare le colpe delle compagnie petrolifere. Wiwa e gli altri 8 noti oppositori del regime impiccati nonostante la mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale, sono rimasti noti come gli Ogoni Nine.

Nel corso degli anni 2000 diversi gruppi armati si sono resi protagonisti di azioni di guerriglia, scontri con l’esercito, rapimenti di personale delle compagnie petrolifere, a cui di solito ha fatto seguito la risposta brutale del governo. La Nigeria ha incassato enormi introiti dai proventi del petrolio, ma i ricavati sono andati soprattutto alle etnie dominanti e ad una classe politica corrotta: gli indici economici della Nigeria sono peggiori adesso che 30 anni fa[4] ed è stato stimato dalla Banca Mondiale che la maggior parte degli introiti del petrolio sono finiti nelle tasche di meno dell’1% della popolazione[5]. Gli Ogoni sono ora più poveri che non all’inizio del boom petrolifero: la maggior parte dei villaggi del delta del Niger manca ancora di acqua potabile, energia elettrica, servizi sanitari e scuole e il 70% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno[6].

Il contatto con il petrolio e l’inalazione dei vapori provoca irritazione della pelle, delle congiuntive e delle vie respiratorie, e altri sintomi di intossicazione acuta, mentre gli effetti a lungo termine dell’inquinamento da idrocarburi sulla salute umana sono ancora in larga parte sconosciuti.

 

Uno studio recente ha studiato la situazione di un villaggio del delta del Niger, circondato da pozzi di petrolio, da decenni pesantemente colpito da inquinamento, violenze e violazioni dei diritti umani soprattutto per la repressione delle proteste contro il governo e le compagnie petrolifere, facendo il confronto con un villaggio della stesa regione ma lontano dai pozzi e risparmiato dall’inquinamento e dalle violenze. Nel primo villaggio la quasi totalità delle persone riferiva di aver subito o di aver assistito a stupri, pestaggi, mutilazioni ed altri atti di violenza, contro il 22% del secondo villaggio. Il 60% della popolazione del primo villaggio contro il 14% del secondo risultava affetta da post traumatic stress disorder (PTSD), detto anche nevrosi da guerra, un disturbo psichiatrico caratterizzato dalla tendenza a rivivere l’esperienza traumatica tramite sogni, flashback, pensieri intrusivi, evitare tutto ciò che viene associato all’evento traumatico. Anche altri studi hanno dimostrato un’elevata prevalenza di PTSD e altri disturbi psichiatrici in popolazioni colpite da conflitti. Ad esempio uno studio pubblicato nel 2004 riportava una prevalenza di PTSD del 42% in Afghanistan[7] e un altro condotto in Rwanda dopo il genocidio riportava una prevalenza di PTSD del 25%[8], mentre gli studi effettuati sulla popolazione generale riportano una prevalenza di PTSD tra l’1 e l’8%[9,10]. Alcuni autori hanno anche dimostrato come il contesto sociale, la rete delle relazioni, la percezione di un ordine morale condiviso, condizionano la risposta al trauma, riducendo l’incidenza di disturbi psichiatrici e attenuandone la gravità[11,12]. In altre parole si può ipotizzare che l’inquinamento, le violenze e le ingiustizie non vadano a colpire solo il singolo, ma anche la struttura su cui si basa la comunità.

Nel giugno 2009 la Royal Dutch Shell ha concluso un accordo con le famiglie degli Ogoni Nine per un risarcimento di 15,5 milioni di dollari, di cui 5 milioni andranno ad iniziative di sviluppo a favore della popolazione del delta. Si tratta di una somma relativamente piccola, ma simbolica.

È stato coniato il termine resource curse, letteralmente maledizione delle risorse, per indicare le ingiustizie e la violenza che spesso seguono la scoperta delle risorse naturali. Il passaggio ad un’economia basata su fonti di energia rinnovabili potrebbe disinnescare i conflitti per il possesso delle risorse naturali come il petrolio, ma sembra un processo ancora lontano da avvenire, ancora relegato tra le buone intenzioni. Rimane da sperare che quello che è successo nel delta del Niger non venga replicato ancora in altre regioni, ad esempio in Uganda, dove a breve inizierà l’estrazione del petrolio in una delle aree geografiche più belle e più fragili del pianeta: sulle sponde del Lago Alberto, parte del bacino del Nilo, una regione ricca d’acqua la cui economia si basa sull’agricoltura, l’allevamento, la pesca e la presenza di grandi parchi naturali.

In una lettera recente pubblicata su The Lancet, dal titolo “Injustice and health: is the health community listening?” gli autori dello studio sopra descritto sulla situazione del delta del Niger terminano affermando: la comunità ambientalista sta facendo la sua parte nel mettere in evidenza le colpe del governo e delle compagnie petrolifere perché si assumano le loro responsabilità; la comunità medica dovrebbe fare lo stesso, visto che le ingiustizie, la violenza e le violazioni dei diritti umani colpiscono la salute fisica e mentale delle persone[13].

 

Enrico Tagliaferri. Infettivologo, Azienda Ospedaliera-Universitaria Pisana
Bibliografia

  1. Amnesty International. Nigeria: petroleum, pollution and poverty in the Niger Delta.  (accessed Jan 18, 2011).
  2. U.S. Energy Information Administration (U.S. EIA). Nigeria Country Analysis Brief. December 1997.
  3. Gas flaring in Nigeria: a human rights, environmental and economic monstrosity (Climate Justice Programme and Environmental Rights Action/Friends of the Earth Nigeria)
  4. Carter P (2007). U.S. Department of State. Remarks on U.S. and International Cooperation in the Niger River Delta. Retrieved May 8, 2007.
  5. Junger S. Blood Oil. Vanity Fair.com, February 2007. (accessed May 2, 2007).
  6. Amnesty International. Human Rights Watch. 2005
  7. Lopez Cardoso B, Bilukha OO, Gotway Crawford CA, et al. Mental health, social functioning and disability in postwar Afghanistan. JAMA 2004;292(5), 575e584.
  8. Pham PN, Weinstein HM, Longman T. Trauma and PTDF symptoms in Rwanda. JAMA 2004; 292(5), 602e612.
  9. Fazel M, Wheeler J, Danesh J. Prevalence of serious mental disorder in 7000 refugees resettled in western countries: a systematic review. The Lancet 2005; 365, 1309e1314.
  10. Kessler RC, Sonnega A, Bromet E, Hughes M, Nelson CB. Post- traumatic stress disorder in the National comorbidity survey. Archives of General Psychiatry 1995; 52(12),1048e1060.
  11. Porter M, Haslam N. Forced displacement in Yugoslavia: a meta-analysis of psychological consequences and their moderators. Journal of Traumatic Stress 2001; 14(4), 817e834.
  12. Bonanno GA, Galea S, Bucciarelli A, Vlahov D. What predicts psychological resilience after disaster? The role of demographics, resources and life stress. Journal of Consulting and Clinical Psychology 2007; 75, 671 e 682.
  13. Braiser M. Injustice and health: is the health community listening? Lancet 2011; 377:381.

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