Debito e salute

Gavino Maciocco

“Come il prigioniero terrorizzato che rivela i nomi dei compagni e abiura la sua fede, capita che le società sotto shock si rassegnino a perdere cose che altrimenti avrebbero protetto con le unghie e con i denti”.  Dalla rilettura del libro di Naomi Klein,  “Shock economy, l’ascesa del capitalismo dei disastri”, qualche riflessione sulle vicende di oggi. 


In questi mesi, nei post di Salute Internazionale che trattavano degli effetti della crisi sui sistemi sanitari e del conseguente assalto all’universalismo più di una volta è stata citata una fulminante frase di Naomi Klein – “Quelli che si oppongono al welfare state non sprecano mai una buona crisi”- contenuta nel libro “Shock economy, l’ascesa del capitalismo dei disastri” (Rizzoli).

Il libro è stato pubblicato nel 2007, quindi scritto prima dell’attuale crisi economico-finanziaria esplosa nell’estate del 2008, ma i suoi contenuti ci aiutano a riflettere sugli avvenimenti dei tempi più recenti.

“Questo libro – scrive la Klein nell’introduzione – è una sfida alla pretesa centrale e più cara alla storia ufficiale: che il trionfo del capitalismo senza regole sia nato dalla libertà, che il liberismo sfrenato vada a braccetto con la democrazia. Al contrario, mostrerò che questo fondamentalismo capitalista è stato invariabilmente partorito dalle più brutali forme di coercizione, inflitte sul corpo politico collettivo come su innumerevoli corpi individuali”.

La Klein racconta come il “fondamentalismo capitalista” (artefice Milton Friedman) abbia negli ultimi trent’anni soppiantato il modello di economia mista, regolata, fondato da John Maynard Keynes.

Da Keines a Friedman

J.M. Keynes

La storia ha inizio in America negli anni Trenta del XX secolo, gli anni della Grande Depressione e del New Deal. In primo piano due figure: il presidente (democratico) degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt e l’economista inglese John Maynard Keynes. La risposta alla catastrofe economica e sociale avvenuta dopo il crollo di Wall Street nel 1929 fu assolutamente “eretica” rispetto alla teoria economica dominante che voleva uno stato “non interventista” nell’economia e nelle politiche sociali. Lo stato intervenne pesantemente, finanziando opere pubbliche per dare ossigeno all’occupazione e impiantando per la prima volta negli USA un articolato sistema di sicurezza sociale (Social Security Act del 1935) che prevedeva l’istituzione della pensione di vecchiaia, l’assistenza economica per gli anziani poveri, gli assegni familiari per i minori a carico, l’indennità di disoccupazione, la protezione materno-infantile e l’assistenza ai bambini disabili[a]. La legge fu finanziata attuando una severa politica fiscale. Fino ad allora le tasse rappresentavano un fattore quasi insignificante per i ricchi: l’aliquota massima dell’imposta sul reddito era appena del 24%. Con l’introduzione del New Deal i ricchi cominciarono a versare imposte decisamente più alte: l’imposta sul reddito salì al 63% durante la prima amministrazione Roosevelt e al 79% durante la seconda. Superata con successo la crisi degli anni Trenta i governi democratici di Roosevelt e, dal 1948, di Harry Truman affrontarono la fase bellica e post-bellica confermando il ruolo attivo del governo nell’economia, intervenendo sul mercato del lavoro, favorendo la perequazione dei redditi e lo sviluppo della presenza dei sindacati.

L’idea di fondo di Keynes – divenuta popolare e quindi praticata anche negli altri paesi industrializzati – è che un libero mercato dei beni di consumo può coesistere con una sanità pubblica, con scuole pubbliche, con un ampio segmento dell’economia – come una compagnia petrolifera pubblica – saldamente in mano statale.  Secondo Keynes inoltre è parimenti possibile che i governi tassino e ridistribuiscano la ricchezza di una nazione per mitigare le aspre diseguaglianze provocate dal libero mercato.

Trasformare il “politicamente impossibile” in “politicamente inevitabile”

Agli inizi degli anni ottanta con l’elezione di Margaret Thatcher in Gran Bretagna e di Ronald Reagan negli USA prende avvio  una nuova fase politica che si caratterizza per il seppellimento delle idee, delle teorie e delle politiche che avevano nutrito il New Deal e orientato le scelte dei governi dei paesi industrializzati dell’Occidente per oltre mezzo secolo.

M. Friedman

Le nuove parole d’ordine sono: deregulation, privatizzazioni, drastici tagli alla spesa pubblica. E se il New Deal si era poggiato sulle teorie economiche di Keynes, il nuovo corso ultraconservatore attinge alla idee di Milton Friedman, professore di economia a Chicago, premio Nobel per l’Economia nel 1976, noto anche per aver ispirato le scelte economiche del dittatore cileno Pinochet e per aver allevato una vasta schiera di economisti neoliberisti, noti come Chicago Boys, molti dei quali provenienti dall’America Latina, che ritornati nei Paesi di origine (soprattutto in Cile) ricopriranno rilevanti posizioni di governo e di potere.

 

Solo uno shock – provocato da un cataclisma naturale, da una crisi economica, da un colpo di stato o dalla violenza della guerra – può trasformare il “politicamente impossibile” in “politicamente inevitabile”, parole di M. Friedman. N. Klein nel suo libro descrive con dovizia di particolari, e una monumentale documentazione, tutti i casi in cui lo shock inferto a uno stato ha rappresentato il necessario e deliberato preambolo per rendere inevitabile l’impossibile, ovvero la rapida attuazione di politiche neo-liberiste all’interno di un paese.

Tra i vari tipi di shock quello del debito è stato usato – dagli anni 80 in poi – “come un’enorme pistola laser che sparava scariche elettriche gettando i Paesi poveri nelle convulsioni”.  Lo shock del debito fu denominato anche “Volcker Shoch”, dal nome (Paul Volcker) del presidente della Federal Reserve che nel 1981 decise di fare aumentare i tassi d’interesse fino al 21%. Per i paesi in via di sviluppo molto indebitati – a causa delle recessione mondiale, dell’aumento del prezzo del petrolio e del crollo del prezzo delle materie prime –  l’aumento dei tassi d’interesse significò rate sempre più alte per la restituzione dei prestiti e la necessità di chiedere altri prestiti. Era nata la spirale del debito!

È qui che entrano in azione la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, nel frattempo interamente colonizzati da parte della Scuola di Chicago. La colonizzazione  – scrive N. Klein – fu un processo in gran parte silenzioso, ma divenne ufficiale nel 1989 quando John Williamson presentò al pubblico quello che definiva il “Consenso di Washington”. Si trattava di una lista di 10 provvedimenti economici che venivano imposti ai paesi poveri e indebitati come condizione per poter ottenere prestiti e assistenza finanziaria. Una terapia shock basata su privatizzazioni, liberalizzazioni del commercio e delle importazioni, deregulation, taglio delle tasse e soprattutto drastica riduzione della spesa pubblica.  La ricetta applicata alla sanità è stata spietata, particolarmente per i paesi dell’Africa sub-sahariana che negli stessi anni dovevano affrontare la devastante epidemia di Aids: spesa sanitaria pubblica quasi azzerata, privatizzazione caotica,   servizi a pagamento ovunque, fuga all’estero in massa del personale sanitario.  Un solo dato, molto approssimativo ma che riassume bene i tragici effetti di queste politiche: nei paesi poveri,  dagli anni 80 del secolo scorso ad oggi, sono morti circa 300 milioni di bambini al di sotto dei 5 anni a causa di problemi neonatali, di denutrizione, di diarrea, polmonite e altre malattie infettive.

Nel frattempo la teoria della crisi di Friedman è diventata un perfetto circolo vizioso. Più l’economia globale seguiva le sue prescrizioni, con tassi d’interesse variabili, con somme illimitate di denaro libere di percorrere il globo a grande velocità e senza alcuna regola, con speculatori liberi di scommettere sul valore di qualsiasi cosa, e più il sistema diventava suscettibile di crisi, e produceva ancor più di quei crolli che Friedman aveva identificato come le uniche circostanze nelle quali i governi avrebbero seguito con più attenzione i suoi consigli radicali.

“In questo modo – conclude la Klein – la crisi diventa parte integrante del modello di capitalismo selvaggio proprio della Scuola di Chicago”.

Note

a. Nonostante i ripetuti tentativi di Roosevelt, rimase fuori dalla legge del 1935 l’istituzione dell’assicurazione nazionale contro le malattie; ciò fu dovuto all’intransigente opposizione dell’associazione dei medici americani (American Medical Association – AMA), contrari a ogni forma di assistenza mutualistica e di medicina socializzata. Roosevelt fu costretto a rinunciare all’introduzione di tale provvedimento per non compromettere l’approvazione della legge.

4 commenti

  1. Caro Gavino,
    grazie per questa carrellata storica. Ne è stata fatta della strada nella incorporazione sempre più serrata delle crisi-shock nei meccanismi strutturali di controllo sociale se oggi perfino Paul Volcker si ritrova incline ‘verso sinistra’ (si fa per dire) nel sostenere il ritorno alla netta separazione delle attività bancarie di deposito e commerciali da quelle di investimento e speculazione ! Dimostrazione tra tante di come la ‘rivoluzione permanente’ del capitalismo (questa sì che è una rivoluzione permanente, la ‘distruzione creativa’ incessante sostenuta dal motore del profitto massimo nel tempo minimo ) finisca come tutte le rivoluzioni per mangiare anche molti dei suoi figli. L’aspetto ovviamente più preoccupante è che , scendendo dal quadro di insieme alle sue conseguenze sulla sanità in Italia,siamo oggi al punto in cui nessuno è più in grado di rispondere con un buon grado di certezza alla domanda : potrà esistere ancora non tra cento anni ma, diciamo, nel 2020-25 un sistema sanitario nazionale con caratteristiche di universalità, solidarietà ed equità ? Cordialmente Rodolfo

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