Ilva di Taranto. Glossario per capire

Franco Carnevale

Quanto accade a Taranto è il vero naufragio italiano, terribilmente reale, non metaforico, frutto di anni di abbandono, collusioni, incapacità e illegalità.

Tratto da: ILVA. 1897-1947

La nota che segue vuole essere principalmente informativa. Sono state raccolte in una sorta di glossario ordinato alfabeticamente alcune voci il cui contenuto si ritiene utile per approfondire termini o argomenti che entrano con forza in alcuni punti critici, nelle opinioni, nei quesiti che emergono quando si affrontano, come succede in questi giorni nella stampa specializzata e non, i problemi insieme di sanità pubblica, giuridici ed economici-sociali dell’area industriale di Taranto.

Per approfondire ulteriormente questi temi può essere consultato il sito della rivista “Epidemiologia e Prevenzione”.

 

 

Al breve glossario si fa precedere una serie, non esaustiva, di punti critici sulla materia in esame, trattati in maniera essenziale e volutamente problematica, non conclusiva:

  • Tutto il processo conoscitivo degli elementi in gioco, quelli dell’inquinamento e quelli sulla salute, deve essere necessariamente alimentato da conoscenze scientifiche che richiedono validazioni complesse non standardizzate, ispirate da logiche e procedure anche molto diverse tra di loro; lo stesso discorso si applica alla gestione tecnica dei rischi per la salute che emergono da quelle stesse conoscenze scientifiche.
  • Il Procuratore capo di Taranto ha ribadito una nozione giuridicamente incontrovertibile: “Nella nostra Costituzione c’è un solo diritto che, non solo ha valore assoluto, ma non accetta il minimo contemperamento anche in presenza di altri diritti tutelati dalla Carta, ed è il diritto alla vita, ovvero alla salute”. Il governo, i partiti ed i sindacati e una parte dei lavoratori, direttamente o indirettamente, rispetto ad un procedimento giudiziario incardinato (che comunque sarà molto lungo ed è tutto da svolgere), auspicano che i magistrati adottino criteri di opportunità e di equilibrio tra tutela della salute, difesa del lavoro e istanze produttive. Gli stessi mostrano di non aver dubbi sul fatto che i magistrati, superando un conflitto con la legislazione primaria italiana, debbano accogliere programmi di bonifica del ciclo lavorativo e dell’inquinamento ambientale graduali e subordinati a compatibilità economiche reali o solo in parte tali.
  • Qualcuno, senza paura di essere smentito, ha scritto che “Quanto accade a Taranto … è il vero naufragio italiano, terribilmente reale, non metaforico, frutto di anni di abbandono, collusioni, incapacità e illegalità.” In effetti indicatori di diseconomia interna (chiamiamoli così eufemisticamente) sono emersi e altri ne emergeranno nella storia ultracinquantennale del Centro siderurgico, sia nel suo periodo pubblico sia in quello privato. Questi indicatori chiamano pesantemente in causa le capacità delle istituzioni di ieri e di oggi di programmare e di controllare e quelle della proprietà di prevedere e, quindi, di evitare disfatte produttive e di credibilità come quella che si profila oggi per l’azienda di Taranto.
  • Le conoscenze epidemiologiche oggi disponibili sull’area di Taranto e anche i risultati degli studi condotti per rispondere ai quesiti del Giudice delle Indagini Preliminari (GIP) appaiono “eloquenti”, verificabili, con inferenze suffragate da rigore metodologico. Ulteriori approfondimenti sia epidemiologici sia ambientali dovrebbero essere avviati per cercare di stabilire l’esistenza di andamenti temporali degli effetti rilevati, specie (ma non soltanto) per quelli con latenza più breve; una tale preoccupazione è rilevante, e non solo da un punto di vista giudiziario, per decidere di responsabilità differenziate ed in particolare dell’efficacia degli investimenti fatti dall’azienda più di recente soprattutto in direzione delle emissioni misurabili. Ci si aspettava che i periti dell’azienda sarebbero intervenuti scientificamente per sviluppare questo e altri argomenti; da quella parte invece è stata prodotta  una campagna mediatica scarsamente credibile alternata ad un silenzio incomprensibile.
  • Spesso, e anche a Taranto, associato ad un impegno tendente a eliminare dalle radici l’inquinamento presente si fa strada un percorso lungo e complesso tendente principalmente al “ristoro” economico di tutti i danni alla salute dei lavoratori e delle loro famiglie, percorso questo che quasi sempre in Italia mostra risvolti tipicamente di previdenza e assistenza pubblici, in pratica alternativi all’espressione della fattiva responsabilità dell’azienda incriminata.

Glossario

AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale). Si tratta del riesame di un provvedimento autorizzativo già emanatoo nel 2011. Una commissione tecnica nominata dal Ministro dell’ambiente, con procedura che prevede ampie consultazioni, deve lavorare in tempi ristretti al fine di disporre l’adozione da parte dell’azienda, da subito, senza aspettare la scadenza del 2016 prevista dalla normativa europea, di più avanzate tecnologie risolvendo anche i problemi relativi ai parchi minerali ed al sistema di monitoraggio. Le indicazioni emanate ed eventualmente accolte dall’azienda, in pratica dal nuovo assetto dei custodi giudiziari nominati dal GIP così come reintegrato dal Tribunale del Riesame, potrebbero incorporare ed esaudire sia le prescrizioni impiantistiche e di sicurezza emanate dallo stesso GIP, sia quelle impartite in varie epoca dagli enti locali e dalle loro strutture tecniche.
Per la metà di ottobre del 2012 è prevista la conferenza di servizi che dovrebbe rilasciare definitivamente la nuova autorizzazione.

Comitato per Taranto. Di seguito viene riportata, in estrema sintesi e in via esemplificativa, la posizione espressa da uno dei movimenti dei cittadini di Taranto (Comitatopertaranto.blogspot.it):Il gruppo Riva ha … soltanto un obbligo, non solo morale, ma soprattutto economico di: risarcire a suon di miliardi questo territorio e i suoi cittadini. Punto. Il regno dell’acciaio è già finito, anche se in molti fanno finta di non averlo ancora compreso. La politica, invece, dovrà assolvere ad un solo compito: dare inizio al lungo iter della bonifica, ma soprattutto pretendere un risarcimento immediato da parte dello Stato, visti gli oltre 30 anni di avvelenamento statale della vecchia Italsider. Il doppio risarcimento sarà la base di partenza per progettare e finanziare tutte quelle alternative economiche che questo territorio da sempre offre. Ma che abbiamo sempre tenuto ben nascoste sotto il tappeto … Tutto il resto è solo una minestra riscaldata. E una pia illusione. O una favola. In cui avremo un’Ilva eco-compatibile, un’area a caldo che non inquinerà più, un’AIA nuova di zecca che sarà inflessibile e andrà rispettata in ogni virgola, la scomparsa di emissioni diffuse e convogliate, parchi minerali che diventeranno realmente paesaggi lunari, aria pulita e salute di ferro per tutti. Sì, proprio una bella favola.”

tratto da: ILVA. 1897-1947

ILVA. Ilva – denominazione più antica dell’Isola d’Elba – fu il termine assegnato agli inizi del Novecento ad una società costituita da alcuni grandi gruppi industriali. Nel 1945 la Finsider (il proprietario durante il fascismo è diventato pubblico) prevede il mantenimento di tre grandi impianti siderurgici a ciclo integrale: Bagnoli, Piombino e Cornigliano. Nel 1957 il governo decide di creare un quarto centro siderurgico a Taranto, mentre, in seguito, viene interrotta la realizzazione del quinto centro di Gioia Tauro che diventa un porto container.
 Nel giugno del 1961 nasce l’“Italsider alti forni e acciaierie riunite Ilva e Cornigliano” (dal 1964 più semplicemente “Italsider”) che deve gestire le acciaierie di Cornigliano, di Bagnoli e la nuova acciaieria di Taranto. 
Lo stabilimento di Bagnoli viene dismesso e nel 1995 il Gruppo Riva, ristabilendo la denominazione “Ilva”, acquisisce quello di Cornigliano (ridimensionato per motivi ambientali) e quello di Taranto (con circa 12.000 dipendenti) pensati in simbiosi produttiva. Secondo dati aziendali l’applicazione della normativa previdenziale relativa all’amianto ha portato a Taranto al pensionamento anticipato di 7800 lavoratori che sono stati sostituiti nel corso degli anni seguenti ( Ilvataranto.com). Il Gruppo Riva possiede 36 siti produttivi, di cui 19 in Italia (dove viene prodotto oltre il 62% dell’acciaio) e altri in Germania, Francia, Belgio, Spagna, Grecia, Tunisia e Canada. Cicli integrali dell’acciaio oltre a quello di Taranto sono quelli esistenti in Germania, Belgio e Tunisia ma tutti questi ultimi sono svolti con forni elettrici e quindi con più basso impatto ambientale ( Rivagroup.com)

Ordinanza del GIP.  Di seguito vengono riassunti e trascritti alcuni concetti caratterizzanti contenuti nella ordinanza del 27.07.2012. L’imponente dispersione di sostanze nocive nell’ambiente urbanizzato e non ha cagionato e continua a cagionare sia un grave pericolo per la salute (pubblica) sia un gravissimo danno per le stesse: il danno si è concretizzato in eventi di malattia e di morte. La gestione del siderurgico di Taranto è sempre stata caratterizzata da una totale noncuranza dei gravissimi danni che il suo ciclo di lavorazione e produzione provoca all’ambiente e alla salute delle persone: ancora oggi gli impianti dell’Ilva producono emissioni nocive che sono oltre i limiti. Chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza: la situazione impone l’immediata adozione, a doverosa tutela di beni di rango costituzionale che non ammettono contemperamenti, compromessi o compressioni di sorta quali la salute e la vita umana, del sequestro preventivo.
Sul sequestro della così detta “area a caldo” stabilita dal GIP con la stessa ordinanza è intervenuto il Tribunale del Riesame stabilendone l’incompetenza; il Tribunale del Riesame ha quindi annullato le decisioni del GIP relativamente al fatto che il sequestro non prevedeva la facoltà d’uso di quegli impianti; nella motivazione resa nota il 28 di agosto si legge: deve essere possibile “Individuare quelle soluzioni  che, nel giungere alla eliminazione delle emissioni inquinanti, consentano di pregiudicare il meno possibile gli ulteriori interessi in gioco“. Ciò presuppone il riconoscimento di piena autonomia decisionale ai custodi-amministratori i quali in questo particolare caso “hanno veri e propri compiti di gestione” e non “di mera conservazione” dei beni sequestrati.

Perizia epidemiologica (ordinata dal GIP e resa nota nel marzo 2012). Si riportano i risultati considerati più notevoli. L’esposizione continuata agli inquinanti dell’atmosfera emessi dall’impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell’organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte: 174 risultano essere i decessi causati dall’Ilva nel periodo 2004 al 2010, 83 di questi decessi sono attribuibili ai superamenti del valore limite delle polverosità ambientale (Pm10). Per i quartieri limitrofi al centro siderurgico il dato è relativamente più grave, le vittime arrivano a 91. Sono da considerare, inoltre, 648 ricoveri ospedalieri correlabili con i superamenti del valore limite: 193 per malattie cardiache e 455 per malattie respiratorie. Per gli operai che hanno prestato servizio presso l’impianto siderurgico negli anni 70-90 sono state  rilevate eccessi di mortalità per patologia tumorale (+11%), in particolare per tumore dello stomaco (+107%), della pleura (+71%), della prostata (+50) e della vescica (+69%). Tra le malattie non tumorali risultano in eccesso le malattie neurologiche (+64%) e le malattie cardiache (+14%). Anche i lavoratori con la qualifica di impiegato presentano eccessi di mortalità: per tumore della pleura (+135%) e dell’encefalo (+111%). L’esame delle malattie professionali denunciate dai lavoratori e quelle indennizzate dall’INAIL dal 1998 al 2010 testimonia come il rischio da amianto sia stato un problema reale all’interno dello stabilimento.

Perizia chimica (ordinata dal GIP nel 2010). Al quesito “Se dallo stabilimento ILVA si diffondano… sostanze pericolose per la salute dei lavoratori… e per la popolazione… di Taranto”, i periti concludono con risposta affermativa e riportano che nel 2010 Ilva ha emesso dai propri camini oltre 4 mila tonnellate di polveri, 11mila tonnellate di diossido di azoto e 11mila e 300 tonnellate di anidride solforosa oltre a 7 tonnellate di acido cloridrico, 1,3 tonnellate di benzene, 338,5 chili di IPA, 52,5 grammi di benzo(a)pirene, 14,9 grammi di composti organici dibenzo-p-diossine e policlorodibenzofurani.
Al quesito “Se all’interno dello stabilimento ILVA… siano osservate tutte le misure idonee ad evitare la dispersione incontrollata di fumi e polveri nocive alla salute dei lavoratori e di terzi”, la risposta dei periti è motivatamente negativa. Inoltre, a precisa domanda gli stessi rispondono che sebbene rispetto alle leggi nazionali e regionali i valori misurati dall’ILVA nel 2010 risultino conformi ai valori stabiliti dalle norme, le emissioni, dal 1999, dovevano essere presidiate da un sistema di un controllo automatico in continuo che invece manca. Per quanto concerne la conformità alle norme comunitarie delle prestazioni ambientali degli impianti ILVA, i periti evidenziano che nella maggioranza delle aree e/o delle fasi di processo, sono emesse quantità di inquinanti notevolmente superiori a quelle che sarebbero emesse in caso di adozione da parte di ILVA delle migliori tecnologie disponibili (BAT).

Ristrutturazione del ciclo produttivo. La cokeria (dove viene prodotto il carbone – coke – ottenuto dalla raffinazione del petrolio) è il settore più inquinante dell’impianto. Un’ipotesi avanzata è quella di chiuderla acquisendo il coke sul mercato continuando la produzione con i forni esistenti. La soluzione più radicale sarebbe la sostituzione degli impianti con modelli e cicli di nuova generazione, sicuramente meno inquinanti come succede nelle acciaierie costruite ex novo, anche nei paesi così detti emergenti, dove la riduzione del minerale di ferro si realizza nel corso della fusione (“Smelting reduction”) impiegando carbon fossile invece del coke. Complessa e molto costosa potrebbe risultare la copertura delle aree di stoccaggio dei minerali dai quali originano le polveri che sono trasportate nell’ambiente.

“Sentieri” (Studio Epidemiologico Nazionale Territori e Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento). È un progetto, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità realizzato in collaborazione con il Centro Europeo Ambiente e Salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio, il Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa e l’Università “La Sapienza” di Roma. Lo studio ha potuto valutare la mortalità della popolazione residente in 44 siti di interesse nazionale (SIN) per le bonifiche in un periodo di otto anni, prendendo in considerazione 63 cause di morte, tumorali e non, potenzialmente associate al fatto di abitare in prossimità di poli chimici, petrolchimici, raffinerie, stabilimenti siderurgici, centrali elettriche, miniere e cave, aree portuali, siti di smaltimento dei rifiuti ed inceneritori. Il quadro di mortalità è diversificato, ma quella osservata per tutte le cause e per tutti i tumori supera quella media regionale rispettivamente in 24 ed in 28 siti. In alcuni casi si osservano incrementi della mortalità per cause per le quali il nesso causale con l’inquinamento ambientale è “(fortemente) sospettato”. Nel polo siderurgico di Taranto risulta: una maggiore incidenza dei tumori (del 15%) con un picco del 30% in più per quelli al polmone; un eccesso compreso tra il 50% (uomini) e il 40% (donne) di decessi per malattie respiratorie acute; un aumento de 10% nella mortalità per le malattie dell’apparato respiratorio. I risultati della ricerca anticipati nel 2011 dalla rivista “Epidemiologia e Prevenzione” (vedi Risorse) verranno presentati, ufficialmente e con un certo clamore annunciato dal ministro della salute, il 18 settembre prossimo.

Franco Carnevale, Fondazione Michelucci

Risorse
SENTIERI. Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento: risultati [PDF: 3 Mb]. Epidemiol Prev 2011; 35 (5-6) Suppl. 4: 1-204 .

 

 

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