Quando i giudici non credono alle prove

Gavino Maciocco

Ai medici si chiede, anzi si pretende, il massimo dell’appropriatezza. Ai giudici si concede la massima discrezionalità anche di fronte schiaccianti prove scientifiche. Attenzione: questa evidente asimmetria può generare dei mostri. I casi delle cellule staminali sviluppate con il metodo Stamina e dell’artefatta relazione tra vaccinazione antimorbillosa e autismo.


Di fronte alla questione della spending review in sanità e della progressiva riduzione delle risorse disponibili (e della crescente imposizione di ticket ai pazienti), Nerina Dirindin, in un’intervista a Care, afferma: “L’imperativo dovrebbe essere spendere meglio e non semplicemente spendere meno. Può sembrare paradossale, ma spendere meglio, ovvero garantire tutto e solo ciò che effettivamente serve alle persone, porta anche a spendere meno. A tal fine è fondamentale evitare di concentrarsi solo sui risparmi possibili attraverso l’abbattimento dei costi di acquisto di beni e servizi: il problema è comperare solo ciò che serve (ovvero ciò che è di efficacia dimostrata, è utilizzato in modo appropriato e ha il miglior rapporto costo/efficacia); guardare solo al prezzo di acquisto può indurre ad acquistare a buon prezzo ciò che in realtà non serve”.

Il rispetto dell’appropriatezza riguarda l’intera piramide del sistema sanitario: dallo stato centrale (Parlamento e Governo) alle Regioni e alle Università, dagli amministratori delle ASL agli operatori che sono a diretto contatto con i pazienti. Ma gli occhi, a torto o a ragione, sono puntati soprattutto sui medici perché sono dotati di una larga autonomia nell’attività prescrittiva: farmaci, attività diagnostiche, ricoveri.  La consapevolezza di questo carico di responsabilità ha portato i medici a introdurre nel loro codice deontologico questo specifico punto: “Il medico agisce secondo il principio di efficacia delle cure nel rispetto dell’autonomia della persona tenendo conto dell’uso appropriato delle risorse” (art. 6).

Sappiamo che le prove di sicura efficacia riguardano solo una parte dell’attività sanitaria e che il medico nel rapporto col paziente, per fare un uso appropriato delle risorse,  deve contare sulla sua capacità di discernimento,  sulla sua scienza e sulla sua coscienza.

Sappiamo anche che nelle malattie molto gravi, nelle patologie rare,  nelle fasi terminali di una malattia,  la capacità di discernimento del medico è messa a dura prova perché – come scrive Carlo Hanau – “Le azioni dell’uomo sono sostenute da pensiero razionale e da pensiero magico. Il paziente e i suoi familiari riducono la parte razionale in proporzione alla gravità del male.
 Quando si è disperati si cerca ovunque un appiglio e una speranza. Su queste basi i venditori di illusioni prosperano”.

I due post che presentiamo in questa newsletter  parlano di malattie gravissime, di disperazione delle famiglie, di venditori di illusioni e di autentiche frodi.  Parlano anche di giudici chiamati a esprimersi e a emanare sentenze.

Il post di Nino Cartabellotta parla del caso di una bambina affetta da atrofia muscolare spinale (SMA) di tipo I, trattata con trapianti di cellule staminali mesenchimali adulte. Ministero della salute e AIFA negano il trattamento perché mancante di dati scientifici sulla sua efficacia.  Un giudice chiamato a esprimersi d’urgenza invece lo ammette.

Il caso richiama la vicenda della terapia Di Bella. Era il 16 dicembre 1997 quando il pretore di Maglie firmava il decreto col quale obbligava l’Asl Lecce 2 a somministrare la somatostatina a un bambino di due anni affetto da un tumore al cervello. A distanza di 15 anni, nel febbraio 2012 – dopo tutto quello che è successo nel frattempo(1) – ancora un giudice, del Tribunale di Bari, accoglie il ricorso presentato da un malato di cancro che chiede di essere curato con il metodo  Di Bella.

Il post di Guendalina Allodi parla di una sentenza di risarcimento di un danno decisa da un giudice di Rimini nel febbraio 2012, che ammette il legame tra vaccinazione antimorbillosa e autismo.  Un legame ipotizzato nel 1998 con l’uscita di un articolo su Lancet.  Nel 2010 si è avuta la definitiva conferma che quell’articolo era frutto di una frode, e quindi ritirato dalla rivista inglese, la tesi ritrattata e il suo principale autore espulso dall’ordine dei medici.

Rispetto al comportamento dei magistrati, i due casi hanno in comune l’indipendenza di giudizio (e alla fine un giudizio contrario) rispetto a quanto acquisito dalla comunità scientifica.

Nella sostanza i due casi differiscono. Nel primo la giustificazione del contrasto è motivata dai fini “compassionevoli”, nel secondo i motivi del contrasto sembrano stare più nell’ignoranza dei fatti, nella mancata conoscenza di come è andata a finire quella storia.

In un tempo come questo – dove i cittadini ricevono meno servizi e si restringono gli spazi dei loro diritti – pullulano i venditori di illusioni e si crea l’ambiente ideale per l’azione e la riproduzione di tanti avvocati Barr (vedi caso MMR-autismo).

Nota

  1. Contestata dalla comunità scientifica oncologica, bocciata dagli esiti della sperimentazione ufficiale e, nel 2008, anche dalla Cassazione, la cura anti-cancro fu messa a punto alla fine degli anni ’90 dal professor Luigi Di Bella, fisiologo dell’Università di Parma.

2 commenti

  1. Il concetto di “schiaccianti prove scientifiche” che mi sfugge.
    Quando si parla di malattie rare (per tanto poco studiate) o malattie incurabili (e pertanto prive di soluzione scientifica) il metro di misura, a mio avviso, non può essere che l’osservazione clinica del paziente. Se la comunità medica non accetta questo aspetto non possono che essere alimentati i dubiti in merito all’imparzialità!
    Francescoboni56@gmail.com

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