“Capovolgere” la facoltà di medicina? L’eredità di Giulio A. Maccacaro

maccararoAngelo Stefanini

L’insegnamento medico rimane in gran parte concentrato sulla biologia del corpo e legato a un approccio deduttivo basato su postulati di normalità anatomica e fisiologia di un uomo astratto e immutevole che nella realtà non esiste. Un modello di questo tipo fa sì che i determinanti sociali e strutturali delle malattie possano tacitamente essere ignorati. In questo modo lo sguardo dello studente non si spingerà lungo la catena eziologica che dal malato arriva, a monte, fino alle “cause delle cause” della sua condizione all’interno del sistema sociale, svelandone le responsabilità, ma si fermerà ben prima di doverlo mettere in discussione.


 

La formazione dei medici e dei professionisti della salute, così come avviene oggi in molte università italiane, continua a sfornare personale inadeguato a rispondere ai bisogni della popolazione, rimpinguando le fila di un esercito di professionisti sempre più indifesi di fronte alle lusinghe della medicina commerciale e al profondo conflitto di interessi di cui è pervasa. Un riflesso preoccupante di questa tendenza è l’esaurimento del ruolo sociale e politico, di “avvocato dei poveri” (diceva Rudolf Virchow) della professione medica.

In realtà il corso di laurea in medicina e chirurgia dei nostri giorni non si discosta molto da quello descritto negli anni 70 dallo studioso-militante Massimo Gaglio[1], già professore di medicina interna all’Università di Catania:“un insegnamento libresco e veterinario, un insegnamento spezzettato e ripetitivo che rifiuta ostinatamente di diventare critico con se stesso, che è avulso dal mondo circostante e dai suoi problemi: in breve, un insegnamento che nulla insegna sulla stessa medicina che lo studente dovrà praticare dopo la laurea”.

Negli stessi anni Giulio Alfredo Maccacaro (1924-1977), direttore dell’Istituto di Statistica medica e biometria all’università di Milano, fondatore delle riviste Sapere ed Epidemiologia e Prevenzione e del movimento per il diritto alla salute Medicina Democratica, auspicava una Facoltà di medicina “capovolta” affinché la formazione potesse cominciare “dalla realtà e non dalla teoria, dalla società viva e non dallo studio di un cadavere”[2]. La sua eredità si sta rivelando sempre più preziosa per accompagnare il crescente movimento interno all’università, e alla società intera, che chiede con forza un cambiamento nella formazione dei professionisti della salute.

L’ipotesi di lavoro di Maccacaro, declinata nella collana editoriale Medicina e Potere (editore Feltrinelli) da lui diretta, era che “la medicina, come la scienza, è un modo del potere”, che la scienza è una dimensione della storia e come tale “comprensibile e leggibile solo nell’ottica della dialettica dei poteri”.[3] Secondo Maccacaro, all’interno dello scontro sociale tra capitale e lavoro “alla medicina è affidato il compito di risolvere, nella razionalità scientifica, questa contraddizione del modo di produzione capitalista, che da una parte consuma e spegne la forza lavoro ma dall’altra ne ha bisogno per continuare ad alimentare se stesso.”[4]

Come continuiamo a osservare ai giorni nostri, nonostante il dimostrato impatto che i determinanti sociali hanno sulla salute della popolazione,[5] l’insegnamento medico rimane in gran parte concentrato sulla biologia del corpo e legato a un approccio deduttivo basato su postulati di normalità anatomica e fisiologia di un uomo astratto e immutevole che nella realtà non esiste. Una visione di questo genere lascia ai margini del percorso formativo proprio quelle discipline che più sarebbero in grado di analizzare il contesto sociale, come epidemiologia, sociologia, economia della salute (e non soltanto dei sistemi sanitari), ecologia umana, antropologia, medicina del lavoro.[6]

In effetti, la distinzione nel curriculum degli studi tra materie scientifiche fondamentali, (hard) di forte impatto accademico, e materie umanistiche (soft), non pienamente degne di appartenere all’olimpo scientifico, non è casuale. Secondo Maccacaro, è il frutto di scelte precise che tendono a occultare agli occhi del futuro medico, da una parte, la realtà sociale in cui la salute è creata e distrutta e, dall’altra parte, il luogo dove il professionista stesso andrà a esercitare e le strutture di potere che in esso operano. Un modello di questo tipo fa sì che i determinanti sociali e strutturali delle malattie possono tacitamente essere ignorati. Così la tubercolosi non nasce dalla malnutrizione e dall’insalubrità e sovraffollamento abitativo ma semplicemente del micobatterio di Koch; il cancro non proviene da un modo di produzione che socializza il rischio e privatizza il profitto ma da una specifica sostanza cancerogena o da uno stile di vita malsano di cui il soggetto è l’unico responsabile. In questo modo lo sguardo dello studente non si spingerà lungo la catena eziologica che dal malato arriva, a monte, fino alle “cause delle cause” della sua condizione all’interno del sistema sociale, svelandone le responsabilità, ma si fermerà ben prima di doverlo mettere in discussione.[7]

Ruolo della formazione

I medici formati in questa cornice concettuale finiscono quindi per concorrere all’opera di “occultamento sistematico di ciò che nell’organizzazione del lavoro e della vita sociale produce sofferenza e malattia e della conseguente frattura tra individuo e storia.”[8] Il senso dell’affermazione di Rudolf Virchow che “la politica è nient’altro che medicina su larga scala” risiede allora essenzialmente nel ruolo di normalizzazione e di legittimazione che la medicina svolge all’interno dell’organizzazione sociale, in quello che lo stesso Maccacaro chiamava la “medicalizzazione della politica”.

La formazione del medico appare in larga parte funzionale a questo disegno che pone il sapere medico in una posizione di compromissione con la logica che domina il modo di produzione e l’organizzazione della società. In tale senso l’università funzionerebbe come una “fabbrica di consenzienti[9] dove vengono fornite informazioni, anzi nozioni, avulse dal contesto della medicina reale che inevitabilmente ha sempre più luogo nel territorio, fuori dall’ospedale. Di conseguenza tali nozioni risultano inutilizzabili e servono soprattutto a spegnere il senso critico e ad alienare il futuro medico alla accettazione passiva dei dati “tecnici” forniti dai docenti e del falso mito della neutralità della scienza “pura” spacciata come indiscutibile obiettività. Un insegnamento quindi che produce un medico completamente estraneo alla realtà sociale in cui andrà a operare, ma perfettamente omologato alla logica di una corporazione orientata al profitto e assolutamente funzionale alla classe dominante. “Sembra in sostanza che l’insegnamento medico, pre- e post-laurea, sia davvero capace di produrre di tutto: dal propagandista farmaceutico al cardiologo… Ma un medico di base capace di inserirsi utilmente in una comunità urbana o rurale, di averne cura, di intenderne i problemi di malattia e difenderne il diritto alla salute, non c’è corso di laurea o scuola di specialità che lo produca. Non sarebbe un medico, ma qualcosa di più; e questo qualcosa di più non glielo si può concedere di essere.”[10]

Il curriculum “nascosto”, quello che opera in modo invisibile a livello delle interazioni interpersonali e dei messaggi impliciti disseminati ovunque oltre il contesto didattico formale, continua ad avere due effetti: da una parte infonde negli studenti una ben chiara gerarchia di valori,[11] dall’altra parte ammicca alla convenienza di astenersi da critiche sociali o istituzionali. Ciò che inquieta è quanta poca politicizzazione e coscienza sociale basti a chiunque nel mondo medico (anche durante il periodo di formazione) per essere estromesso dal sistema professionale mainstream. Temi di grande attualità e valenza sociale come le disuguaglianze in salute o i problemi di accessibilità e inclusione dei soggetti più vulnerabili sono di solito emarginati nella didattica in un corso facoltativo (o ADE – attività didattica elettiva) di scarso peso accademico. Tutto ciò non solo rafforza la percezione che le questioni di giustizia sociale non siano che una semplice appendice al core curriculum, ma neppure riesce a coinvolgere studenti e tirocinanti in modo efficace.

“Che fare”

Se non si accetta il principio che il compito del medico è in se’ politico, nel senso di mettere in discussione strutture e situazioni potenzialmente patogene, si riduce la medicina a ben poco, a semplice lavoro di riparazione dei guasti: ruolo assai ben accetto alla classe dominante che tenderà sempre più a ricompensare il medico “consenziente” con lauti guadagni e carriera sicura.A questa medicina, sosteneva Maccacaro, va contrapposta un’altra medicina, quella che la stessa comunità costruirà come strumento della propria emancipazione, del proprio empowerment. Del resto, la realtà sociale che l’istituzione accademica cerca in tutti i modi di tenere lontana dallo sguardo degli studenti arriva comunque alle porte dell’accademia dall’esterno, attraverso l’oscenità delle disuguaglianze economiche, il clamore dei movimenti per il diritto alla salute e gli scandali dei conflitti di interessi con l’industria.

Se, come sosteneva l’educatore brasiliano Paulo Freire, oppressore e oppresso non possono che liberarsi insieme,[12] allo stesso modo non sono tanto gli intellettuali o i docenti che hanno il compito di liberare la medicina dal potere. Gli obiettivi di cambiamento della formazione medica, per Maccacaro, non sono soltanto obiettivi degli studenti o dei docenti ma delle masse popolari e dei lavoratori. Il ruolo dell’università non è quindi di sostituirsi alla comunità ma di assecondarne il processo di appropriazione delle conoscenze necessarie a costruire gli strumenti di autocontrollo e autogestione della propria salute. “Per questo non basta più il controllo sanitario: occorre il controllo sociale.”[13]

Non si tratta allora di approfondire o possedere più capillarmente conoscenze scientifiche già acquisite, ma di costruire possibilità di pratiche sociali alternative nel campo della medicina e della promozione della salute in cui la soggettività delle comunità finalmente trovi lo spazio adeguato alla propria espressione. Questo salto di qualità comporta mutamenti di portata tale che nel nuovo assetto sociale la scienza non sarà più la stessa sotto un comando diverso ma sarà una scienza riformata, centrata sull’uomo: “Il giorno in cui i medici intenderanno la profonda politicità e la potenzialità liberatoria del loro lavoro, la medicina del capitale avrà cessato di esistere.”[14]

In questa prospettiva, il compito del medico-scienziato che fa una scelta di classe non è di rifiutare la “scienza borghese”, ma di “studiare seriamente, usando tutte le armi della scienza, i problemi del cambio del sistema sociale”… salvando la scienza “cambiandone l’appropriazione”.[15] Ciò significa, ad esempio, rendere esplicite le contraddizioni insite nel lavoro scientifico. Una di queste risiede nell’eccessiva importanza riposta nei modelli matematici o comunque nelle metodologie quantitative nello studio della salute e nelle loro presunte caratteristiche di oggettività e neutralità. Tali metodologie sono nate per lo studio delle cose, o insiemi di cose, nell’ambito delle scienze naturali, non delle popolazioni. Queste ultime, sostiene Maccacaro, non sono assimilabili semplicemente a un insieme di persone, quanto piuttosto a un sistema di relazioni che corrono tra gli elementi che lo compongono. Applicare a tale sistema i metodi statistici del campionamento e dell’inferenza vuol dire convertire “dei sistemi di uomini in sistemi di cose”.[16]

Al fine di formare gli studenti a una professionalità socialmente consapevole, gli insegnanti, oltre a chiedersi se e come sia possibile “insegnare la giustizia sociale” nel curriculum delle professioni della salute, devono essere criticamente consci del proprio ruolo e del proprio potere. Il curriculum nascosto opera anche attraverso le relazioni gerarchiche profondamente asimmetriche che esistono tra docenti e discenti. Un passo dell’insegnante verso il superamento di questa condizione può essere anche semplicemente modellarsi il ruolo di chi è capace di dire “non lo so”, o di consultare un libro di testo con un tirocinante – o con un tirocinante e un paziente. Può significare abbandonare una lezione scrupolosamente costruita con powerpoint e fare emergere i bisogni di un’aula piena di studenti e accettare positivamente le loro critiche e proposte. Può significare consentire agli studenti e agli specializzanti di dare un contributo reale alla costruzione del curriculum o al percorso di un tirocinio.

La giustizia sociale può essere insegnata, quindi, non soltanto introducendo questioni sociali nel curriculum, ma soprattutto cominciando a viverla e ad applicarla nel microcosmo dell’interazione diretta tra docenti e studenti, responsabilizzando gli studenti e facilitando un ambiente in cui si può riflettere criticamente su questioni mediche, sul ruolo sociale e politico della professione sanitaria, su come capacitare i futuri professionisti ad analizzare in modo critico il ruolo che la struttura sociale ha nella determinazione della salute e nella sua disuguale distribuzione all’interno di una popolazione. Il tutto finalizzato non più a “fare un laureato portatore di un titolo senza competenza, ma un operatore preparato e pronto a essere efficace nella realtà sociale che gli si affida”.[17]

 

Angelo Stefanini, Centro Studi e Ricerche in Salute Internazionale e Interculturale (CSI), DIMEC, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna.
Bibliografia

  1. Gaglio M. Medicina e Profitto. Nuove Edizioni Operaie, 1976, p. 88.
  2. Maccacaro GA. Una facoltà di medicina capovolta. Intervista pubblicata su Tempo Medico, novembre 1971, ristampata in G.A. Maccacaro, Per una medicina da rinnovare, Scritti 1966-1976, Feltrinelli, Milano, 1979, pp. 377-382, p. 377.
  3. Maccacaro GA. L’uso di classe della medicina. In Per una medicina da rinnovare, Scritti 1966-1976, Feltrinelli, Milano, 1979, pp. 406-434, p. 409.
  4. Ibid. p.410.
  5. Determinanti Sociali di Salute. Le conclusioni della Conferenza di Rio.
  6. Maccacaro GA 1979, op. cit., p. 377.
  7. Clementi ML. L’impegno di Giulio A. Maccacaro per una nuova medicina. Medicina Democratica, 1997, p. 76.
  8. Ongaro Basaglia F. Salute/malattia. Le parole della medicina. Einaudi, Torino, 1982, pp. 5-6.
  9. Bert G. Il medico immaginario e il malato per forza. Feltrinelli, Milano, 1974, p. 13.
  10. Maccacaro GA, 1979, op. cit., p. 378-9.
  11. AA.VV. Medici senza camice. Pazienti senza pigiama. Socioanalisi narrativa dell’istruzione medica, Sensibili alle Foglie, 2013.
  12. Freire P. La Pedagogia degli oppressi. EGA- Edizioni Gruppo Abele, 2011.
  13. Citato in: Clementi ML, 1997, op. cit., p. 122.
  14. Maccacaro GA. Lettera al Presidente dell’Ordine. In  Polack JC. La medicina del capitale. Feltrinelli, Milano, 1972, ristampato in Maccacaro GA, 1979, op.cit., p. 141.
  15. Maccacaro GA, 1979, op. cit., p. 176.
  16. Maccacaro GA. Prefazione all’edizione italiana di Peter Armitage. Statistica medica. Metodi statistici per la ricerca in medicina. Feltrinelli, Milano 1975, pp. 5-6.
  17. Maccacaro GA, 1979, op. cit., p. 377.

14 commenti

  1. si però conoscere la fisiologia e il funzionamento del corpo umano bisogna, la fisiologia non è una cavolata. Questa ideologizzazione di ogni cosa non so quanto sia giusta

    1. Giusto. Tutti questi discorsi mi sanno di sessantottini senza voglia di studiare e di esami politici. Solo conoscendo l’anatomia, la fisiologia si capisce la clinica e la patologia. Che si impara studiando e non chiacchierando di cose ideologiche.
      Mi piacerebbe sapere da quale chirurgo questi teorici del “sociale” si farebbero operare.

      1. Ciao Paolo e Marco, da studentessa che si interessa non solo di fisiopatologia, ma anche di determinanti sociali di salute, mi sento di poter dire che le due cose non si autoescludono anzi, credo che un medico che sia formato solo in ambito tecnico sarà un medico carente, assolutamente non in grado di affrontare i problemi che si troverà davanti. Unitamente mi sento di dire che se come medico mi occupo della causa più prossima del cambiamento dello stato di salute dell’altra persona senza curarmi di tutte le altre cause strutturali più a monte, allora non solo non sarò realmente efficace nel servizio che offro ma legittimerò il sistema che produce la malattia e quindi, ne farò parte. Non parlo di cose astratte, mi riferisco a un interesse per la realtà in cui ci troviamo immersi molto concreto, che per essere sviluppato richiede tanto impegno e tanta voglia di studiare: non solo studio sui tomi della medicina così come la conosciamo, ma anche discussioni con altri studenti di tutta italia, gruppi di formazione in salute globale, lettura di libri, articoli e blog su internet. Io studio a firenze e qui la sera, dopo una giornata di studio, ci incontriamo con altri studenti per preparare un percorso sui determinanti sociali di salute e sulla formazione medica, dove appunto si discute di argomenti come questi. Se siete vicini e avete voglia di conoscere questa realtà di studenti a cui vi ho accennato vi aspettiamo. Altrimenti possiamo anche continuare a confrontarci qui sulla rete. Ciao ciao

        1. al di là dl linguaggio anni Settanta forse datato, il progetto di reinserire la formazione e la professione sanitaria nel mondo sociale (cioè anche le disugualianze di salute e di accesso ai servizi sanitari) non cancella certo la necessità di studio delle materie scientifiche ma la ridimensiona: mi sembra una necessità civica in un paese ormai colpito dalla crisi economica e sociale ma anche un arrichimento di ruolo per i professionisti sanitari. Mi piacerebbe dunque sentire i dibattiti dei medici fiorentini in formazione, una iniziativa per un altro rapporto con i pazienti!

      2. Ah certo i “sessantottini” che han mai studiato e ci lasciano sto po po, ecco, de roba. Un problema vero che è il dramma della “fisiologia” come summa teologica della “macchina” umana: o come andare dal meccanico-medico e farsi regolare (cacciavite?) chessò il minimo. E poi uno dice che si butta nelle altre medicine… Meditate gente, meditate

  2. Salve, sono uno studente di Fisica. Mi lasci dire che non concordo con la tesi del suo commento, né principalmente con le argomentazioni in gran parte assenti, per quanto riguarda la necessità di un approccio “umanistico” alla questione.

    Mi spiego meglio: dal mio punto di vista dire “Tizio” sosteneva questo non è un argomentazione convincente, per lungo tempo con questa tesi si è riusciti a sostenere che il sole girasse intorno alla Terra, tanto per fare un esempio. Questo vale chiunque sia la persona citata: ovviamente il parere di un esperto conta più di un ignorante, però per essere convincente deve essere supportato da argomentazioni serie e valide.

    Ora per quanto riguarda l’argomento principale, io quando mi rivolgo a un medico la cosa che mi aspetto e che desidero è che sappia dirmi se sono malato e fornirmi o indicarmi le cure necessarie a guarire. Credo che questo sia il ruolo principale del medico, non il politico, né il sindacalista, né tantomeno l’avvocato. Perché questo possa avvenire è necessaria una solida preparazione di carattere scientifico: sapere quali sono le malattie, come sono causate e come si curano. Questo si scopre studiando, negli anni, analizzando i cadaveri, conducendo esperimenti che sicuramente sapete meglio di me dato che non sono del mio ambito. Ma le informazioni su come funzionano le cose non sono date da opinioni o pareri o sentimenti: su come funzionano le cose serve una preparazione e uno studio della natura. È inutile credere che sia colpa degli untori, se così poi non è. Questo per quanto riguarda la cura della persona. Che un medico sappia fare altre cose e abbia altri interessi è bello e gli sarà di elogio, ma non lo ritengo indispensabile.

    Per quanto riguarda la cura di grandi quantità di persone, qui la matematica è di indispensabile aiuto. Usarla non significa eliminare i sentimenti, oggettificare le persone, o robe del genere. Significa semplicemente usare uno degli strumenti più potenti che abbiamo a disposizione per modellizzare il mondo su larga scala. Per banalizzare, se una malattia uccide il 50% dei malati e dopo una cura ne muoiono il 60% forse la cura è sbagliata. Gli strumenti della matematica ci consentono di dimostrare la funzionalità di un vaccino ad esempio, consentono di modellizzare un epidemia e capire come si svilupperà.
    Quando l’emotività prende il controllo sulla logica e sulla razionalità in un ambito tanto delicato quanto la salute umana, si ottengono dei disastri di proporzioni elevate. Penso al caso Stamina, in cui si è dato false speranze e forse avvicinato alla morte moltissimi pazienti. Penso al caso del “Golden Rice” in cui la paura per gli OGM ha provocato e continua a provocare moltissime vittime (si parla di milioni di bambini) ( Link all’articolo sul sito di LeScienze ). Penso al caso in cui la paura immotivata verso i vaccini sta cominciando a mietere vittime e a spingere i governanti ad un allentamento dell’obbligo vaccinale.

    Tutto questo è dovuto alla scarsa conoscenza della scienza e del metodo scientifico, che porta chi lo applica ad essere accusato di “complotto”. La frase
    Ciò significa, ad esempio, rendere esplicite le contraddizioni insite nel lavoro scientifico. Una di queste risiede nell’eccessiva importanza riposta nei modelli matematici o comunque nelle metodologie quantitative nello studio della salute e nelle loro presunte caratteristiche di oggettività e neutralità.

    mi ha messo un po’ i brividi. Sembra che la statistica perda il suo valore scientifico quando applicata a persone invece che a cose: questo non è affatto vero. Se mi avesse detto che si fanno statistiche su numeri troppo bassi per mostrare anche solo un andamento, o una critica al metodo con cui viene studiato l’errore di misura o l’incertezza del fit mi avrebbe trovato interessato e magari d’accordo. Lo stesso se avesse criticato la mancanza di verifiche indipendenti, che porta a numerosi articoli falsi. Ma il pensare che in una popolazione di persone non si possa applicare la matematica solo perché sono persone è una cosa che non comprendo e che non riesco ad accettare. Il messaggio che spesso non è noto alla popolazione è che una verità scientifica è tale perché gli scienziati si son messi d’accordo che sia così: no è tale perché chiunque la osservi e la studi bene non può che constatare che sia così. Certo ci vuole che molti lo facciano e lo facciano bene. Facendo le attenzioni del caso.

    Per quanto riguarda le altre funzioni del medico, le disuguaglianze in salute, la funzione sociale politica… le vedo come conoscenze indispensabili per svolgere un altro mestiere. E che, come infarinatura, utili a tutti, per fare una scelta libera e consapevole nella loro partecipazione politica.
    Ma forse il problema del nostro Paese non è la troppa fiducia nella scienza, ma la troppo poca conoscenza di quest’ultima. Lo si comprende dall’idea che tolga umanità alle cose, che da una parte porta dare oggettività alle scelte politiche e dall’altra che possa essere inutile per quest’ultime. O anche dal fatto che solo il 60% degli italiani sa che il sole non è un pianeta e il 50% dei essi crede un antibiotico utile contro i virus ( Link ricerca Observa ).

    E infine il complotto :

    materie scientifiche fondamentali, (hard) di forte impatto accademico, e materie umanistiche (soft), non pienamente degne di appartenere all’olimpo scientifico, non è casuale. Secondo Maccacaro, è il frutto di scelte precise che tendono a occultare agli occhi del futuro medico, da una parte, la realtà sociale in cui la salute è creata e distrutta e, dall’altra parte, il luogo dove il professionista stesso andrà a esercitare e le strutture di potere che in esso operano

    Ora, non credo ci sia nessun complotto sarebbe semplicemente troppo assurdo e difficile da mettere in piedi: mi pare evidente che si tratta di materie diverse. Le materie scientifiche (che poi qualcuno distingue tra hard e soft ) trattano dello studio della natura. Due studi della stessa cosa devono dare lo stesso risultato se sono studi validi. Le materie umanistiche (che non sono materie scientifiche soft, sono proprio materie umanistiche) si occupano di argomenti che non sono di minor valore, ma che non sono oggettivi ma opinioni. Più o meglio espresse o più o meno condivise, ma pur sempre opinioni legate a chi le esprime. Ora quando un opinione entra in contrasto con la realtà, tornando all’esempio del sistema tolemaico o del “golden rice” una persona razionale la cambia.

    Non pretendo di avervi convinto, spero semplicemente di aver espresso chiaramente la mia opinione. Sarò ben lieto di cambiarla davanti a ragionamenti logici che ne dimostrino eventuali incongruenze o errori (ma non difronte a un “ipse dixit”).

    Buona giornata e buon lavoro/studio a tutti.

    1. Io credo che guardare alla medicina e, ancora di più, alla salute come qualcosa di oggettivabile e ascrivibile ad un modello matematico sia quantomeno riduttivo e svilente.
      La medicina esiste perché gli uomini si sentono malati e non (soltanto) perché qualcuno li dichiara tali. Il rischio è quello di concentrarsi sulla condizione di “essere un malato” e di trascurare come la persona vive il suo “sentirsi malato”. Come possiamo descrivere la sofferenza se non un “sentire” in maniera del tutto singolare e soggettiva?
      Un approccio esclusivamente oggettivista alla medicina sostituisce l’idea di “riparazione” all’idea di “cura”, rendendo forse insignificante persino la funzione della clinica (a cosa serve ascoltare il malato e la sua percezione di malattia se posso analizzarlo e basta?). Si rischia di ritrovarsi davanti ad una situazione in cui non è più presente un malato ma soltanto una malattia.
      Concludo consigliandoti la lettura di un libro di Giorgio Israel (è un matematico, quindi magari riesce a spiegarti meglio di quanto saprei farlo io) dal titolo “Per una medicina umanistica”.

      1. Ciao Tafano, io invece vorrei suggerirti di affrontare/approfondire l’approccio filosofico alla storia della scienza (ovvero, del/i perché oggi pensiamo in un certo modo). In particolare, per l’ambito della (bio)medicina, ti consiglio “Il normale e il patologico” di Canguilhem e “Nascita della clinica” di Foucault. Secondo me se hai la pazienza di addentrartici un po’ scopri un mondo!! Ciao,
        chiara

    2. ho letto un po in ritardo questo articolo e i commenti che lo riguardano ma risponderò ugualmente perchè credo che il tuo commento sia il riassunto e l’esempio di quello che è il generale scetticismo quando si parla di un medico che non sia solo un medico in senso stretto (che ti cura la paotlogia) ma che sia anche un attento osservatore, sociologo e politico. Io credo che come con qualsiasi testo sia necessario approcciarsi nella maniera giusta a quanto scritto, avere un metro di lettura col quale valutare il discorso. Nello specifico Stefanini polemizza sulla incapacità dell’università di forare Medici completi non solo in ambito scientifico ma anche sul piano umanistico. Questa affermazione non significa che uno studente di mediicna deve essere interrogato su storia o sulla divina commedia, è ovvio che un medico quando gli si presenti un paziente deve essere in grado di formulare una diagnosi e impostare una terapia, ma significa ripensare tutta quella che è l’approccio alla promozione della salute in gerenale. Intesa come un completo stato di benessere fisico, psichico, e sociale la salute si vede distribuita tutt’altro che equamente all’interno della popolazione, ed è proprio questa ineguale distribuzione della salute il centro della questione, non l’approccio scientifico causa effetto della patologia. Quali sono i fattori di rischio di una malattia? perchè si distribuisce diversamente all’interno di classi sociali differenti? evidentemente l’approccio causa effetto (esposizione all’agente patogeno-sviluppo della malattia) è assolutamente riduttivo se il mio obbiettivo è quello di migliorare la salute della popolazione, perchè non analizzo i determinanti sociali che portano determinate persone ad essere maggiormente esposte. Questi determinanti sono spesso espressione di rapporti di potere ineguali tra classi diverse, e in questo ambito una madicina prettamente biologica si pone a difesa del sistema precostituito, allo status quo, eliminando l’orizzonte del cambiamento come unico mezzo necessario per cambiare e migliorare lo stato di salute delle persone, quello che è utopico è pensare di poter chiedere ed elemosinare allo stesso sistema detentore del potere un cambio di passo all’interno della professione medica, perchè quello stesso sistema non ha interesse a formare, prima che medici, individui capaci di criticarlo e cambiarlo.

  3. Non so quanti anni abbiano le persone che hanno lasciato dei commenti all’articolo e non so che professione facciano o abbiano fatto i loro genitori. Io so che mio padre, falegname, si è ammalato e morto di un cancro alla vescica, grazie anche alle sostanze chimiche inalate nel corso della sua vita professionale. Certo non si chiede ai medici in quanto medici di cambiare l’ordine del mondo, non penso che l’estensore dell’articolo si sia posto tale obiettivo. Semplicemente si fa notare che non ci si ammala tutti allo stesso modo,e che se tutti si morrà, alcuni moriranno prima “grazie” anche al loro lavoro. Non penso che tale affermazioni possa appartenere alle ferramenta sessantottine, quanto alla verità che sempre è rivoluzionaria.

  4. Sono un medico laureato negli anni 70. Mentre studiavo, ero convinta della necessita’ di una medicina che tenesse conto anche delle determinanti sociali delle malattie e che tenesse in conto la prevenzione. Poi mi sono trovata a lavorare in un laboratorio di ricerca e a non occuparmi più di questi temi. Ora da pensionata svolgo attività di volontariato fra persone che hanno difficoltà ad accedere alle cure mediche.
    Come primo commento, ritengo che la conoscenza scientifica sia indispensabile nella formazione medica. Senza la statstica ad esempio non saremmo in grado di conoscere che certi composti chimici causano tumori. D’altra parte oggi in Italia ci troviamo di fronte ad una realtà in cui sempre più persone hanno difficoltà ad accedere alle cure mediche. Molti medici prescrivono terapie costose con farmaci di fascia C, che molti pazienti non sono in grado di pagare senza chiedersi se questi medicinali non abbiano alternative meno costose. Le liste di attesa nel SSN sono lunghissime e portano molti a dover accedere ai servizi privati.
    Ecco, penso che se all’università fossero studiate obbligatoriamente anche tematiche di sociologia, epidemiologia ecc., forse potremmo avere medici meno sensibili alle lusinghe delle case farmaceutiche e piu’ disponibili ad occuparsi anche di prevenzione delle malattie ed a coinvolgere in questo anche i loro pazienti.
    Grazie per l’attenzione.

  5. L’articolo di Maccacaro e’ musica per le orecchie dei professionisti di sanita’ pubblica ma, come per tutte le discipline, esistono degli estremi che spesso offuscano la realta’. Nel caso della Medicina nessuno puo’ disconoscere il merito degli specialisti clinici, indispensabili per tutti i casi di loro competenza, come il valore degli specialisti in sanita’ pubblica per risolvere problemi di promozione della salute e prevenzione delle malattie. Ma i casi estremi, in tutt’e due le specializzazioni sono (e la statistica rivela il suo valore) numericamente modesti mentre rimane “scoperta” la media della popolazione per la quale è fondamentale una visione organica espressa dalla “assistenza sanitaria primaria” con professionisti che siano in grado non solo di far recuperare nel modo piu’ completo la salute stessa (funzione clinica) ma anche di mantenere sani i loro assistiti (funzione di sanita’ pubblica). Ne deriva che la formazione di base dei professionisti sanitari dovrebbe garantire una competenza nelle due funzioni. La critica che mi sento di fare all’attuale curriculum formativo (e si tratta di un problema comune a tutti i paesi economicamente sviluppati) e’ quello di orientare i professionisti verso una Medicina altamente tecnologica che non puo’ soddisfare tutti i bisogni sanitari della popolazione (malata e per la maggior parte sana).

  6. Non mi pare che la questione sia se insegnare o meno le materie scientifiche. Sul fatto che un medico debba conoscere il funzionamento del corpo umano e le basi dei processi patologici, non penso ci siano discussioni.
    La chiave sta nel “come” viene insegnato tutto ciò e soprattutto “per farne cosa”. Il vero messaggio che traspare dall’articolo, a mio avviso, è che il medico, che ha come miraggio e missione la salute delle persone, ha il dovere di guardare al di là delle patologie e dei numeri. Non di ignorarli, ma di superarli e di contestualizzarli per andare a vedere l’uomo che li indossa, per denunciare e se possibile modificare tutto il contesto in cui si sviluppa la malattia e il malessere degli individui.
    Per agire in questo modo un medico deve avere gli strumenti adatti, e sì, sono convinta che spetti alla Facoltà stessa il compito di fornirglieli. Non farlo significa davvero produrre una professione cieca, ferma e castrata, che perpetua un modello di cura sterile, senza prospettive di miglioramento, e che arriva solo porre piccole pezze su enormi problemi dalle radici per più profonde e complesse di quelle che ci vengono insegnate.

  7. In rete circolano voci che mettono in relazione i vaccini e l’autismo: su Focus un importante intervento di Giovanni Corsello, presidente della Società italiana di pediatria,mette in rilievo i rischi del morbillo, che può anche uccidere e chiarisce la falsità delle accuse ai vaccini.

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