Minimun price per gli alcolici

alcoliciAllaman Allamani

A proposito di politiche di prevenzione del bere. Il governo inglese si sarebbe piegato agli interessi dell’industria rinunciando a porre un prezzo minimo sulle bevande alcoliche. Le misure di politica alcologica proposte per contrastare i danni correlati al bere e all’abuso del bere sono condizionate dalla cultura del bere in cui i ricercatori e i decisori politici sono immersi.


L’articolo del giornalista Jonathan Gornall sulla rivista British Medical Journal, uscito nel gennaio di quest’anno, è di particolare interesse perché porta l’attenzione dei lettori sui problemi connessi al bere, sulle relative  politiche di prevenzione,  sulla loro evidenza scientifica, e sul conflitto tra gli interessi dell’industria e quelli della collettività, rappresentati dal governo e dalle sue capacità decisionali riguardo la salute della popolazione (Gornall, 2014). Sono temi sensibili per l’opinione non solo dei medici britannici, ma certamente anche di quelli italiani, nonché dell’opinione pubblica del nostro paese.

Secondo Gornall l’impegno di introdurre la strategia di un prezzo minimo per le  bevande alcoliche, che il governo britannico aveva preso nel marzo 2012 quale strategia di prevenzione dei danni alcol-correlati, e in seguito  disatteso almeno per quanto riguarda l’Inghilterra, sarebbe dovuto a una scelta governativa che avrebbe ignorato i bisogni di salute della cittadinanza  per favorire gli interessi dell’industria della produzione e distribuzione delle bevande alcoliche.

La strategia del prezzo minimo (“minimum price”) è una misura alternativa a quella dell’incremento delle tasse, e avrebbe il vantaggio di eliminare le  incertezze insite nel passaggio tra aumento della tassazione e conseguente aumento del prezzo. Nella proposta inglese segnalata da Gornall, verrebbe fissato un prezzo minimo per ogni unità di alcol pari a 40 pence, cioè 0,48€,  per ogni 10 grammi di alcol. Un litro di birra, se a 4 gradi, non potrebbe essere venduta a meno dell’equivalente di 1, 5 €; se a 8 gradi, a meno di 3 €; una bottiglia bordolese (750 cl) di  vino a 12°, avrebbe un prezzo minimo di circa 3,6 € e una  bottiglia da 75 cl di whisky sarebbe pagata al minimo 12 €.

Il prezzo minimo costituirebbe un deterrente per chi acquista bevande a basso prezzo – e cioè i soggetti e le comunità meno abbienti, in cui è presumibile che siano maggiormente diffusi i danni alcol-correlati, il che qualificherebbe però questa azione preventiva come discriminatoria per reddito.

Secondo i suoi promotori tale strategia otterrebbe comunque una notevole riduzione del bere nella popolazione. Estrapolando  per l’Inghilterra i risultati di un’analisi teorica effettuata dagli economisti sanitari di Sheffield (Meier e coll., 2010) , e di una recente sperimentazione effettuata in Canada (Stockwell e coll., 2012), si poteva prevedere una riduzione di 900 decessi alcol-correlati per anno e 50.000 crimini entro la fine del decennio.

L’idea è promettente, ma come spesso succede nel campo della prevenzione alcologica, sorgono problemi di metodo e di applicabilità, nonché di interpretazione dei risultati,  che ci devono far soppesare la applicabilità delle strategie.

Anzitutto, al di là della novità e interesse che possono stimolare tali misure, quale è l’efficacia dimostrata delle politiche del prezzo minimo? Gli stessi ricercatori di Sheffield sostengono che anche se esse hanno effetto sui bevitori con danni alcol-correlati più che sui bevitori senza danni, non è noto quanto influiscano su gruppi di reddito e condizioni socio-economiche differenti. Inoltre, in generale, il rapporto tra prezzo e consumo delle bevande non è un coefficiente costante, cioè il consumo di alcune bevande – solitamente di quelle tradizionali in un dato paese – si modifica in modo meno elastico rispetto ad altre (Österberg, 2012). Un’ulteriore prudenza viene incoraggiata se consideriamo l’insieme delle ricerche di questi anni, che in qualche caso non confermano l’efficacia delle politiche alcologiche dei prezzi  (vedi la ricerca AMPHORA-3, promossa dall’Unione Europea, Allamani e coll., 2014).

In genere le misure di politica alcologica introdotte nei paesi per contrastare i danni correlati al bere e all’abuso del bere sono colorate da molta ideologia, che a sua volta è condizionata dalla cultura del bere in cui i ricercatori e i decisori politici sono immersi. Così, da tempo è stata rilevata la fondamentale differenza tra il bere dei paesi dell’Europa mediterranea e quelli dell’altra Europa: nei primi la bevanda alcolica – principalmente  vino, ma anche birra-  è stata da sempre consumata, secondo tradizione, in quantità limitata e quasi ogni giorno, come parte del pasto, mentre  in molti altri paesi del Nord e dell’Est la bevanda  -spiriti e birra – è stata considerata come sostanza inebriante, di regola consumata fuori pasto in quantità notevoli, il fine settimana e nel tempo libero (Lolli, 1959 ; Sulkunen, 1989). Gli studi degli ultimi anni hanno confermato che queste differenze tendono a persistere nonostante l’attuale globalizzazione della società, e hanno inoltre chiarito che la socializzazione al bere nel sud in genere consiste nell’assaggio di piccole quantità di vino in epoca pre-adolescenziale e in un contesto familiare, e nel nord tipicamente da una intossicazione durante  l’adolescenza e in un contesto tra pari (Beccaria, 2010; Strunin, 2010; Kuntsche , 2013) . Questi diversi modi di bere, che soddisfano bisogni e piaceri diversi, portano anche a diverse conseguenze dannose, consistenti frequentemente a danni biologici nel sud, e a problemi sociali nel nord (AMPHORA, 2013).

Negli ultimi 50 anni  alcuni fattori socio-demografici ed economici che si associano significativamente ai cambiamenti del bere, quali urbanizzazione, reddito , e cambiamento del  ruolo femminile nella società, e che sono cresciuti in modo simile in tutta Europa, hanno però indotto effetti opposti sulla quantità di consumo di bevande alcoliche  e sulle morti per malattie del fegato, correlate al consumo, secondo le aree geografiche:  aumento al Nord e al Centro , diminuzione nel Mezzogiorno. Allo stesso tempo, le misure restrittive di politica alcologica sono state introdotte nei paesi del sud solo tardivamente e quando già l’andamento dei consumi era in decrescita (a partire dagli anni ’70-’80), mentre negli altri paesi le misure preventive  sono state generalmente attuate  fin dagli anni ’60 con un modello oscillante tra il permissivo e il restrittivo, e con risultati non omogenei in termini di riduzione del consumo di bevande alcoliche e di morti alcol-correlate ( Allamani e coll., 2014 ). Ciò deve renderci attenti al fatto che anche quando appaiono efficaci, i programmi preventivi di un paese e di una cultura non si possono applicare ad un’altra, se non tenendo conto delle rispettive specificità.

In ogni caso, l’evidenza che dal punto di bere esistono  due o più Europe , e non una sola, chiede la rivisitazione delle linee guida di prevenzione alcologica europea, finora costruite su una prospettiva nord–centrica, in favore di linee guida diversificate e sensibili alle culture e necessità dei vari paesi e regioni. Specifiche politiche sull’alcol dovrebbero essere adattate ai diversi sottogruppi di popolazione, come i giovani, gli anziani, gli immigrati. Naturalmente, ciò non esclude che non debbano essere prese alcune azioni specifiche per l’intera Europa.

Infine, l’articolo di Gornall si spende nell’affermare l’interesse precipuo che dobbiamo tenere verso la salute della popolazione, rispetto agli interessi di altri settori, quali quelli dei produttori di bevande alcoliche. Nella descrizione che Gornall fa dell’ interazione triangolare di un governo a cui si rivolgono gli esponenti della salute pubblica, e gli industriali,  questi ultimi mostrano sia grandi mezzi economici sia  valori bassi e utilitaristici. In tale interazione il governo cede agli attori portatori dei valori imperanti dell’economia, e ciò spiega perché la misura preventiva ritenuta utile per i cittadini non sia stata introdotta in Inghilterra. Se tuttavia un appunto si può portare a questa descrizione, dove  diversamente che nella storia biblica il piccolo Davide della salute è visto soccombere al potente Golia del guadagno,  è sulla sua semplificazione. Da un lato si potrebbe infatti asserire che anche i ricercatori, e coloro che si occupano di prevenzione,  possono essere naturalmente condizionati da propri aspetti utilitaristici, quali il perseguimento di risultati paganti in termini di carriera e di prestigio. Dall’altro è forse tempo che il settore della salute pubblica persegua con sempre maggior costanza la ricerca e la dimostrazione dell’ efficacia e utilità delle sue raccomandazioni, con le  quali può presentarsi più armato a sostenere un confronto sui dubbi e le argomentazioni della controparte.

Allaman Allamani, psichiatra, già coordinatore del Centro Alcologico dell’Azienda Sanitaria di Firenze

 

Bibliografia

  1. Allamani A, Voller F, Baccini M, Massini G, Pepe P. Europe. An analysis of changes in the consumption of alcoholic beverages: the interaction between consumption, related harms, contextual factors and alcoholic beverage control policies. Substance Use & Misuse 2014; forthcoming.
  2. AMPHORA Workpackage3 (2013).  Report of an analysis of European alcohol-related cultural, social and policy interactions and their impact on alcohol consumption and alcohol-related harm [PDF: 10 Mb]
  3. Beccaria F. Drinking styles of the young generations: twenty years’ qualitative research. Salute e Società 2010; suppl. IX (3):58-78. (English version).  DOI: 10.3280/SES2010-SU3005-ing, 1: 21.
  4. Gornall J. Under the Influence. BMJ 2014; 348:f7646 doi:10.1136/bmj.f7646
  5. Kuntsche E, Rossow I, Simons-Morton B, Bogt T, Kokkevi A, Godeau E. Not early drinking but early drunkenness is a risk factor for problem behaviors among adolescents from 38 European and north American countries. Alcoholism: Clinical and Experimental Research 2013;37(2): 308-314.
  6. Lolli G, Serianni E, Golder GM, Luzzatto-Fegiz P. Alcohol in Italian culture: food and wine in relation to sobriety among Italians and Italian Americans. Glencoe, ILL: Free Press, 1959
  7. Österberg E. Pricing of alcohol. In: Anderson P, Møller L, Galea G. Alcohol in the European Union. Consumption, harm and policy approaches. Copenhagen: WHO (Regional Office for Europe), 2012 (96-102).
  8. Meier PS, Purshouse R, Brennan A.  Policy options for alcohol price regulation: the importance of modelling population heterogeneity. Addiction 2010;105(3):383-393
  9. Stockwell T, Auld MC, Zhao J, Martin G. Does minimum pricing reduce alcohol consumption? The experience of a
  10. Canadian province. Addiction 2012; 107(5): 912-920.
  11. Strunin L, Lindeman K, Tempesta E, Ascani P, Anav S, Parisi L. Familial drinking in Italy: Harmful or protective factors? Addiction Research and Theory 2010; 18(3): 344–358.
  12. Sulkunen P. Drinking in France 1965-1979. An analysis of household consumption data. British Journal of Addiction 1989; 84:61-72.

 

Un commento

  1. Dall’articolo sembra che la controparte sia proprio chi scrive l’articolo (tra l’altro autoreferenziandosi e citando continuamente se stesso) e non le lobbies (Big-Alcohol) che continuano a condizionare le scelte delle politiche alcologiche dei governi. Il metodo del prezzo minimo è molto semplice: scoraggiare chicchessia ad usare sostanze che hanno intrinseco un rischio sulla salute. Ha un senso? Il pensiero dell’autore (Allamani) è che potrebbe non avere senso, perché non dimostrato. Il mio pensiero è che sicuramente si tratta di un disincentivo, di valore protettivo sulla salute rispetto ad un riconosciuto fattore di rischio. Sento come molto manipolativo il pensare ad una discriminazione di reddito, quando le disuguaglianze di reddito sono il determinante più importante a livello mondiale di cattiva salute, mentre in questo caso sarebbe, per lo meno, protettivo sulla salute!!! Credo infine che l’autore usi indebitamente e forse, ancora manipolativamente, l’essere stato coordinatore del centro alcolgico della Azienda Sanitaria di Firenze, come per dare più forza ai propri convincimenti: non è la stessa cosa dichiararsi esperti di alcologia o referenti alcologi di attività istituzionali.

    andrea quartini

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